ROBERT McCAMMON.
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IL VENTRE DEL LAGO.
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Titolo originale: Boy's Life. 1991.
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Parte 4.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE QUARTA.
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La fredda verit dell'inverno.
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1.
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Un viaggiatore solitario.
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- Tuo padre ha perso il lavoro - disse la mamma.
Era passato da pochi giorni il lungo fine settimana del Ringraziamento e
io ero appena ritornato da scuola. La notizia mi colp come un pugno allo
stomaco. Il viso della mamma era scuro: vedeva gi il futuro di sacrifici e
privazioni davanti a noi. Era ben conscia che il bilancio della sua attivit di
pasticceria era in rosso: Big Paul's Pantry, oltre al latte in contenitori di
plastica usa e getta, aveva un'enorme sezione dedicata a ogni tipo di torte e
di specialit cotte in forno.
- Gliel'hanno detto appena  arrivato al lavoro - prosegu.
- Gli hanno dato due settimane di paga e una buonuscita. Hanno detto
che non potevano pi permettersi di tenerlo.
- Dov'? - Mollai i libri sul ripiano pi vicino.
-  andato via, circa un'ora fa.  stato qui in giro per quasi tutta la
giornata, non ha mangiato niente e non ha quasi detto parola. Ha cercato di
dormire un po', ma non ci  riuscito. Credo che sia proprio a pezzi, Cory.
- Sai dov' andato?
- No, ha detto solo che andava da qualche parte a pensare.
- Va bene. Vado a cercarlo.
- Dove?
- Al Saxon's Lake, prima di tutto - le dissi, e mi avviai verso Razzo.
Lei mi segu fuori sul portico. - Cory, sta' attento... - Si interruppe.
Era tempo di ammettere che stavo diventando un uomo. - Spero che tu
riesca a trovarlo - disse.
Io partii, sotto le nuvole basse e scure che promettevano nevischio.
Era una bella tirata da casa mia fin l. Il vento soffiava in verso contra-
rio. Mentre pedalavo sulla Route 10, la testa in avanti sul manubrio, guar-
davo attentamente a destra e a sinistra i boschi spogliati dal vento. La be-
stia venuta dal mondo perduto era ancora libera. Questa, di per s, non era
una cosa che faceva paura, poich dubitavo molto che il triceratopo deside-
rasse aver a che fare con le insidie fangose della civilt. Quello che mi fa-
ceva stare all'erta era il fatto che, due giorni prima del giorno del Ringra-
ziamento, Marty Barklee, che portava i giornali da Birmingham prima del
sorgere del sole, stava percorrendo questa stessa strada quando una massa
enorme era uscita dal bosco e aveva colpito la sua macchina con tale vio-
lenza che l'aveva quasi rovesciata. Avevo visto la macchina del signor
Barklee. La fiancata dalla parte del passeggero era distrutta, come se fosse
stata colpita da un gigantesco zoccolo d'acciaio e il finestrino era stato ri-
dotto il frantumi. Il signor Barklee aveva raccontato che il mostro lo aveva
investito ed era fuggito. Io pensavo che il triceratopo avesse stabilito il suo
dominio nella folta boscaglia paludosa intorno al Saxon's Lake e ogni vei-
colo che percorreva la Route 10 era in pericolo perch la bestia pensava
che fosse un dinosauro rivale. Non sapevo se avrebbe considerato Razzo
degna di un grugnito e di una carica. Sapevo solo che dovevo continuare a
pedalare e a guardarmi intorno. Evidentemente Mister Simpatia non si era
reso conto di possedere non solo una grossa massa grigia che se ne stava a
sonnecchiare nel fango, ma un carro armato Patton in grado di superare in
velocit una macchina. La libert ti mette le ali ai piedi, questo  certo. E,
nonostante la mole e l'et, il triceratopo in cuor suo era un ragazzo.
A parte l'essermi fatto portare le cesoie da Davy Ray, io non rivelai mai i
miei sospetti, e Johnny neppure. Non dicemmo nulla a Ben, perch a volte
lui si lasciava sfuggire le cose. Davy Ray non disse una parola sull'argo-
mento; solo una volta dichiar che sperava che lasciassero vivere quella
creatura in pace fino alla fine dei suoi giorni. Non ne ebbi mai l'assoluta
certezza, ma mi sembrava una di quelle cose che Davy Ray avrebbe potuto
fare. Come poteva immaginare che il triceratopo avrebbe fatto diecimila
dollari di danni? Be', il vetro si poteva sostituire e il metallo raddrizzare. Il
signor Wynn Gillie e sua moglie si trasferirono in Florida, cosa che vole-
vano gi fare da cinque o sei anni. Prima che il signor Gillie se ne andasse,
il signor Dollar gli disse che le paludi della Florida erano piene di dinosau-
ri, che arrivavano fino alla porta delle case a mangiare gli avanzi di cibo. Il
signor Gillie era diventato bianco come un morto e aveva iniziato a trema-
re tutto, finch poi "Jazzman" Jackson non gli aveva detto che il signor
Dollar lo stava prendendo in giro.
Quando uscii dalla curva che mi avrebbe portato oltre il Saxon's Lake,
vidi il camioncino di pap parcheggiato vicino allo spuntone di roccia ros-
sa. Rallentai, pensando a cosa gli avrei detto. Improvvisamente, mi man-
cavano le parole. Non sarebbe stato come mettere parole nella scatola ma-
gica, questa era vita reale e sarebbe stato molto, molto difficile.
Mentre mettevo Razzo sul cavalletto, guardai in giro, ma non lo vidi da
nessuna parte vicino al camioncino. Ma alla fine lo trovai: una figura pic-
cola, seduta su un enorme masso di granito quasi a met della riva del la-
go. Fissava l'acqua scura increspata dal vento. Mentre lo osservavo, lo vidi
portarsi una bottiglia alla bocca e bere avidamente. Poi abbass la bottiglia
e rimase l seduto a fissare il lago.
Andai verso di lui, attraverso il pantano pieno di canne e cespugli. Se-
guii le impronte di mio padre e ogni passo nella fanghiglia rossa faceva un
rumore di risucchio. Doveva essere andato l, parecchie altre volte, perch
aveva creato un piccolo sentiero nella vegetazione bassa. In questo aveva
inconsciamente continuato il suo lavoro di padre, rendendo pi facile la vi-
ta per suo figlio.
Quando gli arrivai pi vicino, mi vide. Non mi salut. Abbass il capo e
sapevo che anche lui non aveva parole.
Rimasi a circa tre metri da lui sul grosso masso di granito, che tempo
prima faceva parte del margine della cava. Stava seduto con la testa china
e gli occhi chiusi, e vicino a lui c'era un contenitore di plastica pieno a me-
t di succo di pompelmo. Mi resi conto che era andato a comperarlo da Big
Paul's Pantry.
Il vento fischiava intorno a me e faceva sbattere i rami degli alberi. -
Stai bene? - gli chiesi.
- No - disse lui.
- La mamma me l'ha detto.
- Me lo immaginavo.
Mi infilai le mani nelle tasche della giacca foderata di pelo e guardai
l'acqua scura scura. Pap non disse nulla per molto tempo e neppure io. Poi
si schiar la gola. - Vuoi un po' di succo di pompelmo?
- No.
- Ce n' parecchio.
- No, grazie. Non ho sete.
Alz il viso verso di me. Nella luce fredda e ingrata, sembrava terri-
bilmente vecchio. Mi sembrava quasi di vedergli il cranio sotto la pelle ti-
rata, e quella immagine mi spavent. Era come veder morire lentamente
qualcuno che ami moltissimo. Gli era gi successo di trovarsi pericolosa-
mente in bilico, proprio sull'orlo del crollo emotivo. Mi ricordavo le sue
disperate domande scarabocchiate su un foglio nel cuore della notte, e la
sua muta paura di essere sull'orlo di una crisi di nervi. Capivo benissimo
che mio padre - non un eroe mitico e neanche un superman, ma solo un
brav'uomo - era un viaggiatore solitario nelle distese desolate dell'ango-
scia.
- Ho sempre fatto tutto quello che mi chiedevano - disse. - Facevo
un giro di consegne doppio. Lavoravo di pi, quando ce n'era bisogno.
Andavo in l presto e venivo via pi tardi per fare lavoro di magazzino. Ho
sempre fatto tutto quello che volevano. - Alz gli occhi, cercando il sole,
ma le nuvole erano impenetrabili come l'acciaio. - Mi hanno detto:
Tom, devi capire come stanno le cose. Dobbiamo ridurre all'osso per riu-
scire a tenere a galla la Green Meadows. E sai cos'altro mi hanno detto,
Cory?
- No.
- Hanno detto che la consegna del latte  una cosa ormai morta e sepol-
ta come un dinosauro. Non ha pi senso, con tutti quegli scaffali pieni di
bottiglie di plastica. Hanno detto che il futuro sar tutto usa e getta, perch
 cos che vuole la gente. - Intrecci le dita, mentre un muscolo gli guiz-
zava nella mascella magra. - Ma non  quello che voglio io.
- Ce la caveremo.
- Oh, s. - Annu. - S, ce la caveremo. Trover qualcos'altro. Sono
andato al negozio di ferramenta, prima di venire qui, e ho compilato una
domanda di assunzione. Il signor Vandercamp Junior ha bisogno di un au-
tista per il camion. Diamine, farei anche il cassiere. Pensa che ero sicuro
che entro tre anni sarei diventato vicecapo della distribuzione. Che stupido,
eh?
- Tu non potevi saperlo.
- Non so mai niente - disse. -  questo il mio problema.
L'acqua si incresp mentre il vento la spazzava, facendo alzare piccole
onde. Nel bosco dietro a noi, corvi invisibili gracchiarono. - Fa freddo,
pap - dissi. - Dovremmo tornare a casa.
- Aspetta che lo venga a sapere tuo nonno. - Stava parlando di nonno
Jaybird. - Pensa che bella risata si far.
- Mamma e io non rideremo - dissi. - E neppure nessun altro.
Prese la bottiglia di succo di pompelmo e ne bevette un altro sorso. -
Sono andato anche da Big Paul's Pantry. Sono entrato e ho visto tutto quel
latte... un mare bianco. - Mi guard nuovamente. Aveva le labbra blu. -
Voglio che le cose rimangano come sono. Non voglio che una ragazza che
non conosce neppure il mio nome, con la bocca piena di chewing-gum,
prenda i miei soldi senza neanche sorridere quando le chiedo come va.
Non voglio supermercati aperti fino alle otto di sera, pieni di luci che ti of-
fendono gli occhi. Le famiglie dovrebbero essere a casa alle otto di sera,
non al supermercato ad acquistare quello che uno striscione appeso al sof-
fitto ti dice di comperare. Voglio dire... se arriviamo a questi punti, anche
nelle piccole cose, non si potr pi tornare indietro. E un giorno qualcuno
dir Oh,  cos bello andare al supermercato di sera e scegliere dagli scaf-
fali tutti quegli articoli di cui non conoscevamo neppure l'esistenza, ma
cosa ne sar allora dei lattai, di tutte quelle persone che vendevano i melo-
ni con i camion, o di quella donna che vendeva la verdura fresca del suo
orto e sorrideva come il sole quando le dicevi buongiorno? Qualcuno dir
Oh, queste cose ora le vendono tutte al supermercato, non c' pi bisogno
di andare di qui e di l per comprare quello che serve,  tutto nello stesso
posto. E allora perch non fanno cos con tutto? Perch non mettono tutti
i negozi di una citt sotto un unico tetto, cos non ci si bagna quando piove
e non si prende freddo? Non sarebbe un'idea fantastica? - Mio padre si
fece schioccare le nocche. - E cos avremmo negozi, strade e case, ma
non avremmo pi le citt. Non come sono adesso. Si entrer in uno dei ne-
gozi sotto quell'unico tetto, si chieder qualcosa e la ragazza con la bocca
piena di chewing-gum dir No, non ce l'abbiamo. Non ce l'abbiamo e non
possiamo neanche farglielo arrivare perch non lo fanno pi. La gente non
lo vuole: la gente vuole solo quello che il grosso striscione pubblicitario
appeso al soffitto gli dice di volere. Abbiamo solo quello, ed  fatto a mac-
china, mille pezzi al minuto. Ma sono tutti perfetti. Non ce n' uno diverso
dall'altro in tutta la partita. E quando  consumato, o te ne sei stancato, o
lo striscione cambia, lo puoi semplicemente gettare via perch  nato per
essere gettato via. Allora quanti ne vuole dir la ragazza quante di que-
ste cose perfette vuole oggi, e la prego faccia in fretta perch c' la gente
che aspetta in coda dietro di lei.
Rimase in silenzio. Sentivo le nocche schioccare.
-  solo un supermercato - dissi io.
-  solo il primo - rispose lui.
Strinse gli occhi e rimase a fissare il lago per un minuto o due mentre il
vento scarabocchiava disegni sulla sua superficie.
- Ti sento - disse piano.
Sapevo con chi stava parlando. - Pap? Possiamo andare a casa?
- Va' tu. Io resto qui ad ascoltare il mio amico.
Io udivo solo il vento e i corvi, ma sapevo che mio padre sentiva anche
un'altra voce. - Cosa sta dicendo, pap?
- Sta dicendo quello che mi dice sempre. Dice che non mi lascer in
pace finch non andr con lui, gi nelle tenebre.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Le scacciai sbattendo le palpebre.
- Ma tu non ci andrai, vero?
- No, figliolo - disse lui. - Non oggi.
Fui l l per raccontargli del dottor Lezander. Aprii la bocca per parlare,
ma il mio cervello mi fece una domanda: cosa avrei detto a mio padre?
Che al dottor Lezander non piaceva il latte e che era un nottambulo, e che
Vernon Thaxter pensava che queste fossero le caratteristiche dell'assassi-
no? Quello che mi usc dalla bocca fu: - La Signora sa molte cose, pap.
Ci pu aiutare se glielo chiediamo.
- La Signora - ripet. La sua voce era rauca. - Gliel'ha combinata
bella a Biggun Blaylock, eh?
- Sissignore. Potrebbe aiutarci se andassimo da lei.
- Forse s e forse no. - Si accigli, come se il pensiero di chiedere
aiuto alla Signora gli causasse un dolore profondo. Di certo, non poteva
essere peggiore del dolore che gi lo possedeva e lo avvelenava.
- Sai cosa faccio? - mi disse, con la fronte pi distesa. - Chieder al
mio amico cosa ne pensa.
Avevo paura per lui. Tanta, tanta paura. - Vieni a casa presto, per favo-
re - gli dissi.
- S. - Annu. - Verr presto.
Lo lasciai l seduto sul masso sotto le basse nuvole scure. Quando arrivai
alla bicicletta, mi voltai e lo vidi in piedi in bilico sul bordo del masso.
Guardava gi, verso l'acqua sotto di lui, come se stesse cercando le tracce
della macchina in quella infinita profondit. Feci per chiamarlo, per dirgli
di star lontano dall'acqua, ma in quel momento lui torn dove si trovava
prima e si sedette di nuovo.
Non oggi aveva detto. Dovevo credergli.
Pedalai verso casa, per la stessa strada da cui ero venuto ma ormai avevo
troppe cose in testa per pensare alla bestia del mondo perduto.
I giorni seguenti furono freddi e grigi, le colline intorno a Zephyr erano
marroni, come l'erba su Poulter Hill. Entrammo in dicembre, il mese delle
feste. A volte, quando tornavo da scuola, pap era l in giro, altre volte no.
La mamma, che improvvisamente sembrava diventata molto pi vecchia e
pi stanca dei suoi anni, diceva che era uscito a cercare lavoro. Io speravo
che non fosse tornato su quel masso, a contemplare il futuro in uno spec-
chio nero.
Le madri dei miei amici ci furono molto vicine. Cominciarono a portare
del cibo su piatti coperti, cestini di biscotti, conserve fatte in casa e roba
simile. Il signor Callan promise di portarci parte di selvaggina del suo pri-
mo giorno di caccia. La mamma insisteva nel cucinare delle torte per tutti,
come ringraziamento. Pap mangiava quel cibo, ma io sapevo che accetta-
re una carit cos palese lo uccideva. Evidentemente il negozio di ferra-
menta non aveva bisogno di un autista per il camion, n di un altro com-
messo. Spesso, di notte, sentivo pap sveglio che vagava per casa. Comin-
ci a dormire gran parte della giornata, fino alle undici, pi o meno, e a re-
stare sveglio fino alle quattro del mattino. Erano orari da nottambulo.
Un sabato pomeriggio la mamma mi chiese di andare da Woolworth's in
Merchants Street a comperarle una confezione di teglie di alluminio. Io
partii in sella a Razzo. Andai al grande magazzino, comprai le teglie e tor-
nai verso casa.
Mi fermai davanti al Bright Star Cafe.
Il signor Eugene Osborne lavorava l. Aveva prestato servizio nel Primo
Fanteria, nel Big Red One. E sapeva riconoscere le imprecazioni in tedesco
quando le sentiva.
Era da tempo che la cosa mi tormentava, come una vocetta demoniaca in
un angolino del cervello, fin dalla sera in cui eravamo andati al parco di
divertimenti. Com'era possibile che un pappagallo conoscesse delle impre-
cazioni in tedesco, se il proprietario non parlava tedesco? E non solo, ri-
cordavo bene il signor Osborne quando aveva detto: E non stava solo im-
precando. C'erano anche altre parole in tedesco, ma erano tutte confuse.
Com'era possibile?
Lasciai Razzo in strada ed entrai nel Bright Star.
Non era molto grande: solo qualche tavolo, qualche separ e un bancone
dove la gente si sedeva sugli sgabelli a chiacchierare con le due cameriere,
l'anziana signora Madeline Huckabee e la pi giovane Carrie French. Devo
dire che il grosso dell'attenzione andava alla signorina French, perch era
bionda e carina, menlre la signora Huckabee ricordava tanto tre chilometri
di strada cattiva. Ma lei faceva la cameriera al Bright Star da molto prima
che io nascessi e dirigeva il locale con uno sguardo di ferro. A quell'ora del
giorno il Bright Star non era per niente affollato, c'era soltanto qualche
persona seduta a bere un caff, per la maggior parte anziani in pensione.
Tra di essi c'era il signor Cathcoale, seduto in un separ a leggere il giorna-
le. La televisione sopra il bancone era accesa. E, seduto al bancone e tutto
intento a sorridere a Carrie French, c'era niente meno che quella balena del
signor Dick Moultry.
Mi vide e il suo sorriso svan come un fantasma alle luci dell'alba.
- Ciao! - mi disse la signorina French, offrendomi un sorriso radioso
mentre mi avvicinavo al bancone. Se non fosse stato per i denti storti, a-
vrebbe potuto essere bella come Chile Willow. - Cosa desideri?
- C' il signor Osborne?
- Certo che c'.
- Posso parlargli, per favore?
- Aspella un minuto. - And al passavivande tra il bancone e la cuci-
na. Vidi il pancione del signor Moultry spingere contro il bancone mentre
si sporgeva in avanti per guardarle le gambe. - Eugene? C' una persona
che vuole parlarti.
- Chi ? - lo sentii chiedere.
- Chi sei? - mi chiese lei. La signorina French e io non frequenta-
vamo certo le stesse compagnie e io non andavo al Bright Cafe abbastanza
spesso da poter essere riconosciuto.
- Cory Mackenson.
- Oh, sei il figlio di Tom? - mi chiese lei e io annuii. -  il figlio di
Tom! - disse al signor Osborne.
Mio padre, come i Beach Boys, se ne andava in giro. Sentii su di me lo
sguardo del signor Moultry. Sorb rumorosamente un sorso di caff, cer-
cando di attirare la mia attenzione, ma io non gliela concessi.
Il signor Osborne usc da una porta girevole. Portava un grembiule e un
cappello bianco e si stava pulendo le mani su uno strofinaccio. - Buon-
giorno - disse. - Cosa desideri?
Il signor Moultry si era sporto in avanti, tutto orecchie e pancia. Io dissi:
- Possiamo sederci? L, magari? - Indicai un separ in fondo al locale.
- Certo. Fa' strada tu.
Quando ci fummo accomodati, io con la schiena verso il signor Moultry,
dissi: - Ero a casa della signorina Glass quando lei ha accompagnato Wi-
nifred per la lezione di piano.
- S, me lo ricordo.
- Ricorda il pappagallo? Lei ha detto che imprecava in tedesco.
- Se conosco il tedesco, e lo conosco bene,  proprio cos.
- Ricorda cos'altro diceva il pappagallo?
Il signor Osborne si appoggi allo schienale della panchetta. Pieg la te-
sta di lato, giocherellando con una forchetta con la mano dalle nocche ta-
tuate. - Che cos' questa storia, se posso chiedertelo?
- Niente di particolare. - Mi strinsi nelle spalle. - Mi ha incuriosito,
ecco tutto.
- Incuriosito, eh? - Mi rivolse un debole sorriso. - E sei venuto fin
qui per chiedermi cosa diceva il pappagallo?
- S, signore.
- Sono passate quasi tre settimane. Come mai non sei venuto a chie-
dermelo prima?
- Forse perch avevo altre cose per la testa. - Naturalmente, era tanto
che volevo chiederglielo ma, tra la fuga della bestia del parco di diverti-
menti e pap che aveva perso il lavoro, non era certo la cosa pi urgente.
- Non ricordo esattamente cosa diceva, a parte le parole pi piccanti
che non potrei ripeterti senza il permesso di Tom.
- Non sapevo che mio padre venisse qui.
- Ogni tanto viene.  anche venuto a fare domanda d'assunzione.
- Oh! - dissi. - Non sapevo che mio padre sapesse cucinare.
- Come lavapiatti - disse il signor Osborne, guardandomi con un'aria
guardinga. - Veramente  la signora Huckabee che si occupa delle assun-
zioni. Dirige questo posto come un campo d'addestramento reclute.
Annuii, cercando di non incontrare il suo sguardo attento.
- Quel pappagallo - disse, e il suo sorriso si allarg - quel pap-
pagallo blu... imprecava come una mitragliatrice. Non sorprende, per, no?
Visto che appartiene alla signorina Blue Glass, voglio dire.
- Penso di no. - Non sapevo che anche gli adulti la chiamassero Blue
Glass.
- Cosa c' sotto a tutto questo, Cory? Sii sincero.
- Voglio diventare uno scrittore - gli dissi, anche se non so perch lo
feci. - Cose come queste mi interessano.
- Uno scrittore? Uno scrittore di romanzi e cose del genere?
- S, signore.
- Mi sembra che sia un lavoro difficile. - Appoggi i gomiti sul tavo-
lo. - Stai facendo... una ricerca... per un racconto?
- S, signore. - Vidi un raggio di luce. - Proprio cos!
- Non starai per caso scrivendo una storia sulla signorina Blue Glass,
vero?
- Sto scrivendo... un racconto su un pappagallo - dissi. - Un pappa-
gallo che parla tedesco.
- Davvero? Diamine, quando avevo la tua et, volevo fare l'inve-
stigatore o il soldato. Un desiderio si  avverato. - Si guard le dita tatua-
te. - Penso che avrei fatto meglio a fare l'investigatore - disse, con un
debole sospiro che la diceva lunga su quella che doveva essere la vita reale
dei soldati, in confronto a recitare scene di Combat nei boschi.
- Ricorda che cos'altro ha detto il pappagallo, signor Osborne?
Fece una smorfia, ma il suo sorriso era sempre cordiale. - Se per fare lo
scrittore ci vuole determinazione, allora sei gi a met dell'opera.  cos
importante per te, saperlo?
- S, signore. E veramente importante.
Il signor Osborne fece una pausa, riflettendo. Poi disse: - Veramente
erano parole tutte confuse, che non avevano molto senso.
- Mi piacerebbe saperlo comunque.
- Dunque, vediamo.  passato un po' di tempo, devo andare indietro
con la memoria. Ti dir un segreto. - Si sporse leggermente in avanti. -
Lavorando con la signora Huckabee si sentono un sacco di parolacce. - Io
mi voltai, cercandola con gli occhi, ma doveva essere o in cucina o alla toi-
lette. - Ricordo che il pappagallo ha detto qualcosa come... - Chiuse gli
occhi, cercando di riportarlo alla memoria. - Chi lo sa?
- Non lo ricorda proprio?
- No,  quello. - Apr gli occhi. - "Chi lo sa"  quello che diceva il
pappagallo quando non sputava parolacce.
- Chi lo sa cosa? - chiesi.
- Ah, non lo so proprio! "Chi lo sa?"  tutto quello che sono riuscito a
capire. Quello e poi un qualcosa che suonava come un nome.
- Un nome? E qual era?
- Hannaford, credo. Per lo meno a me suonava cos.
"Hannah Furd" pensai.
- Per potrei sbagliarmi, l'ho sentito solo una volta. Ma sulle parolacce
non mi sbaglio, fidati!
- Ricorda cosa ha detto la signorina Green... la signorina Katharina
Glass, a proposito del fatto che il pappagallo impazziva tutte le volte che
suonavano quella canzone? - Cercai di ricordarmi il nome. - Beautiful
Dream?
- Dreamer - mi corresse lui. - Ah, s. Quella  la canzone che la si-
gnorina Blue Glass ha insegnato anche a me.
- A lei?
- S, ho sempre desiderato essere capace di suonare uno strumento. Ho
preso lezioni dalla signorina Blue Glass... credo fosse quattro anni fa,
quando insegnava a tempo pieno. Aveva un sacco di allievi adulti, e ha in-
segnato a tutti quella canzone. Ora che mi ci fai pensare, non mi sembra
che allora il pappagallo schiamazzasse come ha fatto l'altra sera. Bizzarro,
eh?
- Strano. - Questa volta toccava a me correggerlo.
- Be', penso che sia meglio che torni al lavoro. - Aveva visto la si-
gnora Huckabee uscire dalla toilette, e quella donna era abbastanza feroce
da spaventare anche un soldato. - Quello che ti ho detto ti sar di aiuto?
- Credo di s - dissi. - Ma non ne sono ancora sicuro.
Il signor Osborne si alz in piedi. - Ehi, cosa ne dici di mettermi nel
tuo racconto?
- Che racconto?
Mi guard con un'espressione strana. - Il racconto che stai scrivendo,
sul pappagallo blu.
- Ah, quel racconto! S, signore, lo far di sicuro!
- Scrivi qualcosa di bello sul mio conto - disse e si avvi verso la
porta della cucina. Alla televisione, un uomo vestito con un'uniforme mar-
rone stava facendo un gran fracasso.
- Ehi, Eugene! - grid il signor Moultry. - Guarda un po' quel-
l'imbecille!
- Signor Osborne? - dissi, e lui mi rivolse la sua attenzione prima di
guardare verso la televisione. - Pensa che la signorina Blue Glass accon-
sentirebbe a suonare di nuovo quella canzone con il pappagallo nella stan-
za? E magari lei potrebbe stare ad ascoltare quello che dice?
- Penso che sar un po' impossibile - disse lui.
- Come?
- La signorina Blue Glass ha portato il pappagallo dal dottor Lezander,
un paio di settimane fa. Aveva un'infezione al cervello o una qualche ma-
lattia degli uccelli. Comunque, il pappagallo ha tirato le cuoia. Cosa c',
Dick?
- Guarda un po' questo tizio! - disse il signor Moultry, indicando
l'uomo che si stava azzuffando in televisione. - Si chiama Lincoln Ro-
ckwell! Questo figlio di buonadonna  il capo del partito nazista america-
no, se credi a queste stronzate!
- Nazisti in America? - Vidi il collo del signor Osborne diventare tut-
to rosso. - Vuoi dire che sono andato in Europa a fargli il culo e ora sono
qui, negli Stati Uniti?
- Dice che assumeranno il comando del paese! - disse il signor
Moultry. - A starlo a sentire, ti fa morire dal ridere!
- Se potessi mettergli le mani addosso, io lo farei morire in qualche al-
tro modo!
Stavo uscendo dal locale, con la mente ingombra di pensieri. E in quel
momento sentii il signor Moultry, che secondo l'ex-sceriffo Amory era un
membro del Ku Klux Klan, ridere ed esclamare: - Be', su una cosa ha ra-
gione, per! Bisognerebbe rispedire tutti i negri in Africa! Io di sicuro uno
in casa mia non ce lo vorrei, come qualcuno di mia conoscenza che invita
quel Lightfoot a entrare dalla porta principale!
Avevo raccolto la sua battuta e sapevo a chi era diretta. Mi fermai e lo
guardai. Il signor Moultry stava ridendo e parlando col signor Osborne,
mentre l'uomo alla televisione stava facendo una tirata sulla "purezza della
razza", ma con la coda dell'occhio stava guardando me. - Gi, la mia casa
 il mio castello! Io non lo insudicerei il mio castello, chiedendo a un ne-
gro di entrare e mettersi comodo, no, neanche per sogno! E tu, Eugene?
- Lincoln Rockwell, eh? - disse il signor Osborne. - Bel nome per
un nazista.
- Sembra che certa gente dovrebbe saperlo che non si pu essere amici
con i negri, no, Eugene? - prosegu il signor Moultry, stuzzicandomi.
Alla fine, il signor Osborne colse il senso di ci che l'altro stava dicendo.
Lo guard come si guarda un pezzo di formaggio marcio. - Un uomo di
nome Ernie Graverson mi ha salvato la vita in Europa, Dick. Ed era pi ne-
ro dell'asso di picche.
- Oh... io non volevo... - Il sorriso del signor Moultry era patetico. -
Be' - disse, cercando di recuperare un po' di dignit - ce n' sempre
qualcuno che ha il cervello di un bianco invece che di una scimmia.
- Credo - disse il signor Osborne, posando una mano sulla spalla del
signor Moultry e stringendola - che faresti meglio a chiudere quella boc-
ca, Dick.
L'altro non disse pi neanche "pio".
Lasciai il Bright Star Cafe e l'uomo con l'uniforme marrone che stavano
intervistando alla televisione. Pedalai verso casa, con le teglie di alluminio
nel cestino di Razzo. Ma per tutta la strada pensai al pappagallo blu - al
pappagallo blu appena defunto, cio - che parlava in tedesco.
Quando arrivai a casa, pap dormiva sulla sua poltrona. La partita degli
Alabama alla radio era finita gi prima che io andassi da Woolworth's e
ora la radio era sintonizzata su una stazione di musica country. Consegnai
le teglie alla mamma e osservai mio padre che dormiva. Era tutto raggomi-
tolato, le braccia strette contro il petto. Come se stesse cercando di tenersi
insieme, pensai. Respirava con un debole sospiro rauco, la bocca aperta sul
punto di mettersi a russare. Gli pass per la mente qualcosa che lo fece
sussultare. Apr gli occhi arrossati, e sembr fissarmi per un paio di secon-
di prima di richiuderli.
Non mi piaceva il suo viso quando dormiva. Sembrava triste e affamato,
anche se in realt avevamo cibo in abbondanza. Sembrava sconfitto. Certo,
non c'era niente di disonorevole nel fare il lavapiatti. Non sto dicendo il
contrario, perch qualsiasi lavoro ha la sua dignit e la sua utilit. Ma non
potevo fare a meno di pensare che doveva essere alle soglie della dispera-
zione, per entrare al Bright Star Cafe e fare domanda di assunzione come
lavapiatti, quando il posto di vicecapo delle consegne era stato cos vicino.
Il suo viso si contorse all'improvviso nella morsa di un incubo, e la bocca
emise un debole gemito. Anche nel sonno, non poteva sfuggirgli a lungo.
Entrai in camera mia, chiusi la porta e aprii uno dei sette cassetti mistici.
Tirai fuori la scatola di White Owl, sollevai il coperchio e guardai la piuma
alla luce della lampada.
S, decisi, col cuore che accelerava i battiti. S.
Poteva essere una piuma di pappagallo.
Ma era verde smeraldo. Il pappagallo della signorina Blue Glass che im-
precava in tedesco era turchese, senza neanche un puntino di un altro colo-
re, tranne il giallo del becco.
Peccato che non fosse stata la signorina Green Glass a possedere il pap-
pagallo. In quel modo sarebbe stato verde smeraldo di...
...sicuro! Pensai. E improvvisamente mi sentii come se mi fossi appena
tuffato da uno spuntone di roccia rossa.
C'era qualcosa che la signorina Blue Glass aveva detto quando la sorella
si era rifiutata di dar da mangiare al pappagallo per paura di essere morsi-
cata.
Una frase.
Al tuo gli ho dato da mangiare.
Al tuo, cosa? Pappagallo?
Le sorelle Glass, che vivevano le loro vite in uno strano equilibrio di
emulazione e competizione, avevano forse posseduto tutte e due un pappa-
gallo? C'era forse un secondo pappagallo - verde smeraldo, e che aveva
perso una piuma - da qualche altra parte nella casa, silenzioso quanto quel-
lo blu era rumoroso?
Una telefonata mi avrebbe dato la risposta.
Strinsi la piuma nel palmo della mano. Uscii dalla mia camera, col cuore
che batteva forte, e andai al telefono. Naturalmente, non sapevo il numero;
avrei dovuto cercarlo sul sottile elenco del telefono.
Prima che riuscissi a trovare il numero delle sorelle Glass, il telefono
squill.
- Prendo io! - dissi e risposi.
Ricorder quella voce per tutto il resto della mia vita.
- Cory, sono la signora Callan. Fammi parlare con tua madre, per favo-
re.
La voce era tesa e impaurita. Capii immediatamente che era successo
qualcosa di terribile. - Mamma! - gridai. - Mamma,  la signora Cal-
lan!
- Non svegliare tuo padre! - mi rimprover la mamma venendo al te-
lefono, ma un grugnito e un rumore mi dissero che era troppo tardi. -
Ciao, Diane. Come... - Si ferm. Il suo sorriso si infranse. - Cosa? -
sussurr. - Oh... mio Dio...
- Cosa c'? Cosa c'? - chiesi. Arriv pap, con gli occhi assonnati.
- Oh, s, certo - stava dicendo la mamma. - Certo. Appena pos-
siamo. Oh, Diane, mi spiace tanto! - Quando riattacc, aveva gli occhi
pieni di lacrime e il viso bianco per lo choc. Guard pap e poi me. -
Davy Ray  stato colpito da uno sparo - disse. La mano mi si apr e la
piuma vol via.
Neanche cinque minuti pi tardi eravamo sul camioncino, diretti all'o-
spedale di Union Town. Io ero seduto tra i miei genitori, con la mente an-
nebbiata per quello che mi aveva raccontato la mamma. Davy Ray e suo
padre erano andati a caccia. Davy Ray era molto eccitato di essere insieme
a suo padre, nei boschi sfiorati dall'inverno, sulle orme dei cervi. Stavano
scendendo da una collina, aveva detto il signor Callan. Una normalissima
collina, ma Davy Ray aveva messo un piede in un buco di tartaruga nasco-
sto dalle foglie secche ed era caduto in avanti. Nel cadere il fucile era ri-
masto sotto di lui, puntato verso il cuore e i polmoni. Nell'urto contro il
suolo era partito un colpo. Il signor Callan, un uomo in condizioni fisiche
non eccellenti, si era caricato il figlio tra le braccia e aveva fatto di corsa il
chilometro e mezzo che li separava dal camioncino.
Davy Ray era stato operato d'urgenza, ci aveva detto la mamma. La feri-
ta era molto grave.
L'ospedale era un edificio di pietra rossa e vetro. Mi sembr piccolo, per
essere un posto cos importante. Entrammo dall'ingresso del pronto soccor-
so e un'infermiera dai capelli d'argento ci disse dove andare. Trovammo i
genitori di Davy Ray in una sala d'aspetto dalle pareti bianchissime. Il si-
gnor Callan portava ancora gli abiti mimetici da caccia con il davanti co-
perto di sangue, una vista che mi tolse il respiro. Aveva della pittura verde
oliva spalmata sulle guance e sul naso, ma era tutto impiastricciato e sem-
brava un orribile livido. Penso che fosse troppo scioccato persino per la-
varsi la faccia: che cos'erano l'acqua e il sapone in confronto al sangue e
alla carne? Aveva ancora la terra del bosco incrostata sotto le unghie. Era
rimasto come bloccato all'istante della tragedia. La mamma abbracci la
signora Callan e questa si mise a piangere. Pap rimase in piedi col signor
Callan vicino a una finestra. Andy, il fratellino di Davy Ray, non c'era;
probabilmente l'avevano lasciato a casa di qualche parente o amico. Era
troppo piccolo per capire che cosa stesse facendo un bisturi dentro a Davy
Ray.
Io mi sedetti e cercai qualcosa da leggere. I miei occhi non riuscivano a
mettere a fuoco le pagine della rivista. - Cos in fretta - sentii dire il si-
gnor Callan. -  successo cos in fretta. - La mamma si sedette vicino
alla signora Callan e le prese le mani. Un campanello suon da qualche
parte nel corridoio dell'ospedale e dall'altoparlante una voce chiam il dot-
tor Scofield. Un uomo con un maglione blu mise dentro la testa nella sala
d'attesa e tutti gli rivolsero immediatamente tutta la loro attenzione; l'uomo
disse: - Ci sono i signori Russell tra voi? - Se ne and, alla ricerca di
un'altra famiglia in pena.
Poi arriv il ministro della chiesa presbiteriana di Union Town, cui i
Callan appartenevano, e ci chiese di prenderci per mano e pregare. Io tene-
vo una mano del signor Callan: era tutta bagnata di sudore per la tensione.
Conoscevo i poteri della preghiera, ma non sarei pi stato egoista. Certo,
volevo che Davy Ray guarisse, e pregai per questo con tutto il mio cuore,
ma non mi sarei mai sognato di desiderare una morte-nella-vita come quel-
la di Rebel per una forza della natura quale era Davy Ray.
Arrivarono anche Johnny Wilson e i suoi genitori. Il padre di Johnny, un
uomo stoico come suo figlio, parl tranquillamente con il signor Callan,
senza mostrare emozioni. La signora Wilson e mia madre sedevano di
fianco alla signora Callan, una per parte; la povera donna non poteva fare
altro che fissare il pavimento e continuare a ripetere: -  un bravo ragaz-
zo,  un cos bravo ragazzo - come se si preparasse a litigare con Dio per
la sopravvivenza di Davy Ray.
Johnny e io non sapevamo cosa dire. Questa era la cosa peggiore che ci
fosse mai capitata. Pochi minuti dopo i Wilson, arrivarono anche Ben e i
suoi genitori, e poi alcuni parenti di Davy Ray. Il ministro presbiteriano si
allontan con i signori Callan per una preghiera pi intima, immaginai, e
Ben, Johnny e io restammo in piedi nel corridoio a parlare di quello che
era successo. - Si riprender - disse Ben. - Mio padre dice che questo
 un ospedale molto buono.
- Il mio ha detto che Davy Ray  stato fortunato a non restare ucciso
sul colpo - disse Johnny. - Ha detto che conosceva un ragazzo che si 
sparato nello stomaco e che non  sopravvissuto neanche due ore.
Io guardai il mio Timex. Davy Ray era in sala operatoria ormai da quat-
tro. - Ce la far - dissi agli altri. -  forte. Ce la far.
Un'altra ora pass lentamente. Era caduta la notte e con essa una fredda
foschia. Il signor Callan si era lavato via il verde dal viso, si era tolto la
terra dalle unghie e aveva accettato in prestito una casacca verde dell'ospe-
dale. - Questa  l'ultima volta che vado a caccia - disse a mio padre. -
Lo giuro davanti a Dio. Quando Davy Ray si riprender, svuoteremo la ra-
strelliera dei fucili. - Si port una mano alla bocca per soffocare un sin-
ghiozzo. Pap gli mise un braccio intorno alle spalle. - Lo sai cosa mi ha
detto oggi, Tom? Neanche dieci minuti prima che accadesse. Mi ha detto:
Se lo vediamo non lo uccideremo, vero? Stiamo andando solo a caccia di
cervi, no? Non gli spareremo se lo vediamo. E sai di che cosa stava par-
lando?
Pap scosse la testa.
- Di quella bestia che  scappata dal parco dei divertimenti. Perch
pensi gli sia venuto in mente?
- Non lo so - disse pap.
Mi faceva male sentire queste cose.
Entr un dottore con i capelli grigi tagliati cortissimi e occhiali dalla
montatura di metallo. I Callan si alzarono in piedi immediatamente. -
Posso parlarvi in privato, per favore? - chiese. La mamma strinse il brac-
cio di pap. Capivo anch'io che non c'erano buone notizie.
Quando rientrarono, il signor Callan ci disse che Davy Ray era uscito
dalla sala operatoria. La prognosi era riservata e la notte sarebbe stata deci-
siva. Ringrazi tutti per essere venuti e per aver dimostrato tanta solidarie-
t e disse che avremmo dovuto andare tutti a casa a riposare.
Ben e i suoi rimasero fino alle dieci e poi se ne andarono. I Wilson anda-
rono a casa mezz'ora dopo. Uno dopo l'altro, anche i parenti lasciarono l'o-
spedale. Il ministro disse che sarebbe rimasto finch loro lo avessero desi-
derato. La signora Callan afferr la mano di mia madre e le chiese di resta-
re ancora un po'. E cos restammo ad aspettare in quella stanza con le pare-
ti bianche mentre la foschia divent pioggia, la pioggia cess, la nebbia
pass a folate davanti alle finestre e poi ritorn la foschia.
Dopo mezzanotte, il signor Callan usc a prendere una tazza di caff alla
macchinetta in fondo al corridoio. Rientr pochi minuti dopo con il dottore
dai capelli grigi. - Diane! - disse, tutto eccitato. - Diane, si  sveglia-
to!
Uscirono di corsa, tenendosi per mano.
Passarono dieci minuti. Poi, dopo un periodo di tempo che mi parve u-
n'eternit, il signor Callan torn nella sala d'attesa. Ho visto bruciature di
sigaretta con pi vita di quanta ne avevano i suoi occhi. - Cory - disse
piano - Davy Ray vuole vederti.
Io avevo paura.
- Su, Cory, va! - mi esort mio padre. - Andr tutto bene.
Mi alzai e seguii il signor Callan.
Il dottore era in piedi fuori della stanza e parlava con il sacerdote. Erano
un'immagine sinistra. Il signor Callan apr la porta e io entrai. La signora
Callan era seduta su una sedia di fianco al letto, che era coperto da una
tenda a ossigeno. Tubi di plastica uscivano dalla figura distesa sotto un
lenzuolo azzurro ed erano collegati a sacche di sangue e di liquido bianco.
C'era una macchina con uno schermo nero rotondo e un puntino verde che
faceva lentamente bip bip bip. La signora Callan mi vide, si sporse in a-
vanti verso la testa sotto la tenda e disse: - Davy Ray?  arrivato.
Sentii il rumore di un respiro affaticato e l'odore di candeggina e disin-
fettante. La pioggia inizi a battere contro la finestra. La signora Callan
disse: - Cory, siediti qui - e si alz. Andai verso di lei. La signora Cal-
lan prese la mano di Davy Ray: era bianca come marmo di Carrara. - Io
sono qui vicino a te, Davy Ray. - Si sforz di fare un sorriso, quindi ap-
poggi nuovamente la mano sul letto e si spost.
Io rimasi l in piedi vicino al letto, a guardare il viso del mio amico at-
traverso la tenda a ossigeno.
Era molto pallido, e aveva dei segni color porpora scuro sotto agli occhi.
Qualcuno gli aveva pettinato i capelli con un pettine umido. Era tutto co-
perto, quindi non vidi traccia della ferita che lo aveva portato l. Dei tubi
gli uscivano dalle narici e aveva le labbra grigie. Il suo volto sembrava di
cera e gli occhi mi guardavano fissi.
- Sono io - dissi - Cory.
Deglut a fatica. Mi parve che il bip verde accelerasse appena, o forse fu
la mia immaginazione.
- Sei caduto - dissi e immediatamente pensai che era la cosa pi stu-
pida che avessi mai detto.
Lui non rispose. Pensai che non potesse parlare. - Anche Ben e Johnny
erano qui - dissi.
Davy Ray respir. Poi il respiro si trasform in parola: "Ben". Sollev
un angolo della bocca. - Quello scemo!
- Gi - dissi e cercai di sorridere. Non ero cos forte come la signora
Callan. - Ricordi quello che  successo?
Annu con gli occhi gli brillavano di una luce febbrile. - Senti - disse,
con la voce rotta - devo raccontartelo.
- Va bene - dissi, e mi sedetti.
Sorrise. - L'ho visto.
- Ah s? - Mi sporsi in avanti con fare cospiratorio. Fui colpito da una
zaffata di odore di sangue, ma feci finta di niente. - Hai visto la bestia del
mondo perduto?
- No. Meglio - Il suo sorriso scomparve mentre deglutiva con dolore,
quindi riapparve. - Visto Snowdown - disse.
- Snowdown - sussurrai. Il grande cervo con le corna grandi come
rami di quercia. S, decisi, se qualcuno meritava di vedere Snowdown,
quello era Davy Ray.
- L'ho visto. Per quello sono caduto. Non guardavo dove andavo. Oh,
Cory - disse. -  cos bello.
- Ci credo - dissi.
-  pi grande di quello che dicono. E anche molto pi bianco!
- Scommetto - dissi - che  il cervo pi bello che sia mai esistito.
- Proprio l - sussurr Davy Ray. - Era proprio l davanti a me. E
quando ho fatto per dirlo a mio padre, Snowdown ha fatto un balzo. Un
balzo ed  scomparso. Poi sono caduto, perch non guardavo dove andavo.
Ma non  stata colpa di Snowdown, Cory. Non  stata colpa di nessuno. 
successo e basta.
- Guarirai - dissi. Vidi una bolla di saliva rossa di sangue formarglisi
all'angolo della bocca.
- Sono proprio contento di aver visto Snowdown - disse Davy Ray.
- Non me lo sarei perso... per niente al mondo.
Rimase in silenzio; si sentiva solo il leggero rantolo del suo respiro. La
macchina continuava a fare bip... bip... bip. - Penso che sia meglio che
vada - dissi, e feci per alzarmi.
La sua mano bianca afferr la mia.
- Raccontami una storia - sussurr.
Io mi fermai. Davy Ray mi guardava con occhi imploranti. Tornai a se-
dermi. Lui continu a tenermi la mano e io non la ritrassi. Era freddo.
- D'accordo - dissi. Avrei dovuto metterla insieme strada facendo,
come la storia del Capo Cinque Tuoni. - C'era un ragazzo.
- S - disse Davy Ray - deve essere un ragazzo.
- A questo ragazzo bastava pensare e poteva volare sugli altri pianeti.
Poteva sporcarsi le scarpe da ginnastica con la sabbia rossa di Marte, op-
pure andare a pattinare su Plutone. Poteva andare in bicicletta sugli anelli
di Saturno, oppure combattere con i dinosauri su Venere.
- Poteva andare sul Sole, Cory?
- Certo. Anche tutti i giorni, se lo voleva.  l che andava quando vole-
va abbronzarsi. Si metteva gli occhiali da sole e andava sul Sole e poi tor-
nava indietro scuro come una mora.
- Per doveva esserci terribilmente caldo - disse Davy Ray.
- Si portava un ventilatore - dissi. - Questo ragazzo era amico di tut-
ti i re e le regine dei pianeti, e visitava spesso i loro castelli. Andava nel
castello di sabbia rossa di Re Ludwig di Marte, nel castello di nuvole del
Re Nicholas di Giove. E poi fece in modo che Re Zanthas di Saturno e Re
Damon di Nettuno la smettessero di litigare per il possesso di una cometa.
And nel castello di fuoco di Re Burl di Mercurio e su Venere aiut Re
Swane a costruire un castello tra gli alti alberi blu. Su Urano il Re Farron
gli chiese di restare con lui per un anno intero e di diventare l'ammiraglio
della sua flotta di ghiaccio. Oh, tutti i re del cosmo lo conoscevano. Sape-
vano che non ci sarebbe mai stato un altro ragazzo come lui, anche se tutte
le stelle e tutti i pianeti si fossero consumati e fossero rinati un milione di
volte. Perch era l'unico abitante della Terra che poteva camminare sugli
altri pianeti ed era l'unico il cui nome fosse scritto sul loro registro degli
invitati.
- Ehi, Cory?
- S?
La sua voce si stava facendo assonnata. - A me piacerebbe vedere un
castello di nuvole, e a te?
- Oh, s, certo - dissi.
- Perbacco! - Non mi guardava pi. Stava guardando altrove, come
un viaggiatore solitario che vorrebbe essere su una terra di favola. - Non
ho mai avuto paura di volare, vero?
- No, neanche un po'.
- Sono tanto stanco, Cory. - Aggrott la fronte, e la saliva rossa co-
minci a scendergli sul mento. - Non mi piace essere cos stanco.
- Allora dovresti riposarti - dissi. - Verr a trovarti domani.
L'espressione accigliata scomparve. Un sorriso gli pass furtivo sulla
bocca. - Non se vado sul Sole stanotte. Allora io mi abbronzer e tu re-
sterai qui a gelare dal freddo.
- Cory? - Era la signora Callan. - Cory, deve entrare il dottore.
- S, signora. - Mi alzai. La mano fredda di Davy Ray strinse la mia
per qualche secondo, quindi ricadde sul lenzuolo. - Ci vediamo - dissi,
attraverso la tenda a ossigeno. - D'accordo?
- Addio, Cory - disse Davy Ray.
- Add... - Mi fermai. Stavo pensando alla signora Neville, l'ultimo
giorno di scuola. - Ci vediamo - gli dissi, e andai verso la porta. Un
singhiozzo mi sal in gola prima che riuscissi a uscire, ma io lo trattenni.
Come aveva detto la madre di Chile Willow, potevo sopportarlo.
Non c'era altro che potessimo fare. Tornammo a casa, lungo la Route 16
avvolta dalla nebbia, dove Midnight Mona sfrecciava in cerca dell'amore.
Non parlammo molto: in momenti come quelli, le parole erano cose vuote.
A casa, trovai la piuma verde l dove era caduta. La rimisi nella sua scato-
la da sigari.
Domenica mattina mi svegliai di soprassalto, col sole che disegnava stri-
scie luminose sul pavimento della mia camera. Mi si riempirono gli occhi
di lacrime. Mio padre era fermo sulla soglia, vestito con gli stessi abiti che
portava il giorno prima.
- Cory? - disse.
Viaggiare, viaggiare per vedere i re Ludwig, Nicholas, Zanthas, Damon,
Farron, Buri e Swane. Viaggiare, viaggiare verso castelli di sabbia rossa,
tra gli alberi blu, castelli di fuoco o scolpiti nelle nuvole. Viaggiare, viag-
giare verso i pianeti e le stelle, con un registro degli invitati aperto solo a
un unico nome. Il viaggiatore solitario aveva lasciato questo mondo. Non
sarebbe pi passato di qui.
2
Fede
Credevo di conoscere la Morte.
Avevo camminato con essa sin da quando mi poteva ricordare, seduto
davanti alla televisione o accovacciato con un cartoccio di popcorn imbur-
rato davanti allo schermo argentato del Lyric. Quante centinaia di cowboy
e indiani avevo visto cadere, colpiti dalle frecce o dalle pallottole, nei vor-
tici di polvere sollevati dalle carovane di carri? Quante decine di investiga-
tori e di poliziotti, stesi dai proiettili dei criminali, che esalavano a colpi di
tosse l'ultimo soffio di vita? Quanti eserciti, straziati dalle granate e dai mi-
tragliatori, e quante vittime di mostri orrendi che urlavano mentre veniva-
no dilaniate?
Credevo di aver conosciuto la Morte nello sguardo vuoto e fisso di Re-
bel. Nell'ultimo addio della signora Neville. Nel tuffo e nel ribollire d'aria
mentre una macchina con un uomo al volante scompariva nei gelidi abissi.
Mi sbagliavo.
Perch la Morte non si pu conoscere, non puoi diventare suo amico. Se
la Morte fosse un ragazzo, sarebbe una figura solitaria, ferma ai margini
del campo di giochi mentre le risate degli altri ragazzi increspano l'aria. Se
la Morte fosse un ragazzo, camminerebbe da sola. Parlerebbe sussurrando
e i suoi occhi sarebbero pervasi da una consapevolezza che nessun uomo
potrebbe sopportare.
Veniamo dalle tenebre e nelle tenebre dobbiamo tornare. Era questo che
mi tormentava nelle prime ore della notte.
Ricordavo il dottor Lezander che pronunciava questa frase, mentre era-
vamo seduti sotto il portico di casa sua, di fronte alle colline dorate. Non
volevo crederci. Non volevo pensare che Davy Ray fosse in un luogo in
cui non poteva vedere la luce, neanche quella della candela accesa per lui
alla chiesa presbiteriana. Non volevo pensare a Davy Ray imprigionato,
lontano dal sole, incapace di respirare e di ridere, anche se quello fosse sta-
to solo il teatro delle ombre. Nei giorni che seguirono alla morte di Davy
Ray, mi resi conto di quale finzione ero stato testimone. I cowboy e gli in-
diani, gli investigatori e i poliziotti, gli eserciti e le vittime dei mostri una
volta spente le luci della scena si sarebbero rialzati. Sarebbero andati a ca-
sa e avrebbero atteso di essere convocati per un'altra parte. Davy Ray, in-
vece, era morto per sempre, e io non potevo sopportare l'idea che lui fosse
nelle tenebre.
Finii per non poter pi dormire: la mia stanza era troppo buia. Finii per
non essere pi sicuro di ci che avevo visto, la notte in cui una figura indi-
stinta parlava con Rebel. Perch, se Davy Ray era nelle tenebre, allora c'e-
ra anche Carl Bellwood. E anche Rebel. E tutti coloro che riposavano su
Poulter Hill e tutte le generazioni le cui ossa giacevano sotto le contorte
radici degli alberi di Zephyr: anche loro erano tornati nelle tenebre.
Ricordavo il giorno del funerale di Davy Ray. Com'era dura la terra ros-
sa ai bordi della fossa! Com'era dura, com'era pesante! Non c'era alcuna
porta laggi, quando il ministro ebbe finito e la gente se ne fu andata tutta,
la terra fu spalata dagli uomini di Bruton. Restarono solo le tenebre, e il lo-
ro peso fece scricchiolare qualcosa dentro di me.
Non sapevo pi dove fosse il paradiso. Non ero pi sicuro che Dio aves-
se un senso, un progetto, un motivo. O forse anche lui era nelle tenebre?
Non ero pi sicuro di niente: della vita, della vita dopo la morte, di Dio,
della bont. Questi pensieri mi tormentavano mentre le decorazioni natali-
zie comparivano in Merchants Street.
Mancavano due settimane a Natale, ma Zephyr non riusciva a trovare u-
n'atmosfera di festa. La morte di Davy Ray aveva spento la gioia di tutti.
Se ne parlava dal barbiere, al Bright Star Cafe, al palazzo di giustizia, o-
vunque. Era cos giovane, dicevano. Che tragico incidente, dicevano. Ma
cos era la vita, dicevano, che ci piacesse o no, cos era la vita.
Sentire questi discorsi non mi aiutava. Naturalmente, i miei genitori cer-
carono di parlare con me dell'argomento, e mi dicevano che le sofferenze
di Davy Ray erano finite e che lui era andato in un luogo migliore.
Ma io non riuscivo a crederci. Quale posto poteva esserci migliore di
Zephyr?
- Il paradiso - mi diceva la mamma, mentre ce ne stavamo seduti da-
vanti al fuoco.che scoppiettava. - Davy Ray  andato in paradiso, devi
crederci.
- E perch? - le chiedevo e lei mi guardava come se le avessi dato
uno schiaffo.
Io aspettavo una risposta. Speravo in una risposta, ma quello veniva
sempre sotto forma di una parola che mi lasciava insoddisfatto, la parola
"fede".
Mi portarono dal reverendo Lovoy. Ci sedemmo nel suo studio, in par-
rocchia, lui mi offr una caramella al limone da una ciotola che teneva sul-
la scrivania. - Cory - mi disse - tu credi in Ges, vero?
- S, signore.
- E tu credi che Ges sia stato mandato a morire per i peccati del-
l'uomo?
- S, signore.
- Quindi, tu credi anche che Ges sia stato crocifisso, che sia morto e
che sia stato sepolto, e che il terzo giorno sia resuscitato dalla tomba?
- S, signore. - Aggrottai la fronte. - Ma Ges era Ges. Davy Ray
era solo un ragazzo comune.
- Lo so, Cory, ma Ges  venuto sulla terra per insegnarci che c' un'al-
tra vita oltre a quella che noi comprendiamo. Ci ha insegnato che se cre-
diamo in Lui e seguiamo i suoi insegnamenti, anche noi avremo un posto
con Dio, in paradiso. Hai capito?
Ci pensai su per un po', col reverendo Lovoy che mi osservava, ap-
poggiato allo schienale della poltrona. - Il paradiso  meglio di Zephyr?
- gli chiesi.
- Mille volte meglio - disse.
- Ci sono i fumetti lass?
- Be'... - Mi sorrise. - Noi non sappiamo esattamente com' il para-
diso. Sappiamo che  meraviglioso.
- E perch? - chiesi.
- Perch - mi rispose - dobbiamo avere fede. - Mi porse nuo-
vamente la ciotola. - Vuoi un'altra caramella?
Non riuscivo proprio a immaginarmelo, il paradiso. Come poteva essere
bello un posto se non c'erano le cose che ti piaceva fare? Se non c'erano
fumetti, film di mostri, biciclette, n strade di campagna su cui correre?
Niente piscine, niente gelato, niente estate, n barbecue il quattro di luglio?
Niente burrasche, n portici da cui guardarle arrivare? Il paradiso mi sem-
brava come una biblioteca che avesse libri solo su un certo argomento e tu
dovessi passare l'eternit a leggerli. Che cos'era il paradiso senza i fogli di
carta e la scatola magica?
Il paradiso sarebbe stato un inferno, ecco.
Quelle giornate, per non erano solo desolazione. Le luci di Natale, ros-
se e verdi, scintillavano in Merchants Street. Lampade a forma di testa di
Babbo Natale luccicavano agli angoli delle strade e le decorazioni d'argen-
to pendevano dai semafori. Pap trov un nuovo lavoro. Cominci a lavo-
rare tre giorni alla settimana come magazziniere da Big Paul's Pantry.
Un giorno Polmoni di cuoio mi chiam zuccone ben sei volte. Mi disse
di alzarmi e di andare alla lavagna e far vedere alla classe che cosa sapevo
dei numeri primi.
Io le dissi che non ci andavo.
- Cory Mackenson, vieni qui immediatamente! - rugg.
- No, signora - dissi io. Dietro di me il Demonio rideva beata, pregu-
stando un nuovo assalto nella guerra contro la signora Harper.
- Vieni. Qui. Immediatamente! - La faccia di Polmoni di cuoio era
tutta rossa.
Io scossi la testa. - No.
Mi fu addosso. Si mosse molto pi velocemente di quanto avrei mai
pensato. Mi afferr con tutt'e due le mani per il davanti del maglione e mi
tir su con tale violenza che battei il ginocchio e la mia gamba fu percorsa
da un'ondata di dolore. Quando il dolore arriv al cervello era ormai rabbia
pura.
Con Davy Ray, le tenebre e quella parola senza senso chiamata "fede"
piantati nel cervello come spine, la colpii.
La colpii in pieno viso. Non avrei potuto mirare meglio. Le volarono via
gli occhiali e fece un urlo rauco di sorpresa. La rabbia mi era passata, ma
Polmoni di cuoio tuon: - Non colpirmi, non osare! - Mi afferr per i
capelli e mi scosse la testa. Il resto della classe guardava la scena impietri-
to: era veramente troppo, anche per loro. Ero entrato in un regno magico,
anche se ancora non lo sapevo. Polmoni di cuoio mi spinse, io finii addos-
so al banco di Sally Meachum e poco ci manc che la gettassi per terra.
Quindi Polmoni di cuoio mi trascin fuori dalla porta verso l'ufficio del
preside, urlando a ogni passo.
Inevitabilmente, una telefonata convoc mamma e pap. Rimasero, a dir
poco, esterrefatti dal mio comportamento. Fui sospeso da scuola per tre
giorni e il preside - un uomo piccolo come un uccellino, il cui cognome,
molto appropriato, era Cardinale - disse che prima di tornare a scuola, a-
vrei dovuto scrivere una lettera di scuse alla signora Harper, firmata da tut-
ti e due i miei genitori.
Io lo guardai e, con i miei genitori presenti, gli dissi che per quello che
mi importava poteva sospendermi anche per tre mesi, ma che io non avrei
scritto quella lettera di scuse e che ero stanco di essere chiamato zuccone e
che ero stufo marcio della matematica e di tutti quanti.
Pap schizz in piedi. - Cory! - disse. - Cosa ti prende?
- Da quando esiste questa scuola, nessuno studente ha mai colpito un
insegnante! - disse con voce stridula il signor Cardinale. - Mai! Questo
ragazzo ha bisogno di una bella lezione che possa ricordare per un po', ec-
co cosa penso.
- Mi dispiace dirlo - gli rispose pap - ma sono d'accordo con lei.
Tornando verso casa, tentai di spiegare la situazione ai miei genitori, ma
non mi vollero ascoltare. Pap disse che non c'erano scusanti per ci che
avevo fatto e la mamma disse che non si era mai vergognata tanto in vita
sua. E cos rinunciai alle spiegazioni e me ne restai seduto imbronciato sul
camioncino, con Razzo sul pianale. La lezione mi fu impartita dalla mano
di mio padre. Fu veloce, ma dolorosa. Non sapevo che il giorno prima pa-
p era stato strapazzato dal suo capo al Big Paul's Pantry per avere sbaglia-
to il conteggio delle scatole dei bastoncini di zucchero di Natale. Non sa-
pevo che il capo di pap aveva otto anni meno di lui, guidava una Thun-
derbird rossa e lo chiamava "Tommy".
Sopportai la lezione in silenzio, ma poi nella mia stanza affondai il viso
nel cuscino.
Entr la mamma. Disse che non riusciva a comprendere il modo in cui
mi stavo comportando. Disse che sapeva che ero ancora sconvolto per la
morte di Davy Ray, ma che Davy Ray era in paradiso e che la vita conti-
nuava. Disse che avrei dovuto scrivere la lettera di scuse, volente o nolen-
te, e che prima lo facevo, meglio era. Io alzai il viso dal cuscino e le dissi
che pap poteva anche suonarmele ogni giorno da qui fino al giorno del
giudizio, ma io non avrei scritto quelle scuse.
- Allora, credo che sia meglio che tu rimanga in camera tua e ci rifletta,
giovanotto - disse. - E credo che rifletterai meglio con la pancia vuota.
Io non risposi. Non ce n'era bisogno. La mamma usc dalla mia stanza e
sentii i miei genitori parlare di me, di che cosa non andasse in me e del
perch io fossi cos irrispettoso. Sentii il rumore di piatti e l'odore di pollo
fritto. Mi voltai dall'altra parte e mi misi a dormire.
Mi svegli il sogno delle quattro ragazzine negre, e di un'esplosione si-
lenziosa. Avevo nuovamente buttato gi la sveglia, ma questa volta i miei
genitori non arrivarono. La sveglia funzionava ancora: erano quasi le due
del mattino. Mi alzai e andai alla finestra. C'era una falce di luna cos niti-
da che sembrava che ci si potesse appendere un cappello. Oltre il vetro
freddo della finestra, la notte era calma e splendevano le stelle. Non avrei
scritto nessuna lettera di scuse: forse era il Jaybird in me che usciva fuori,
ma che io fossi dannato se davo quella soddisfazione a Polmoni di cuoio.
Avevo bisogno di parlare con qualcuno che mi capisse. Qualcuno come
Davy Ray.
La mia giacca foderata di pelo era appesa nell'armadio vicino al-
l'ingresso. Non volevo uscire da quella parte, perch pap avrebbe potuto
essere sveglio. Indossai un paio di jeans di velluto a coste, due maglioni e
un paio di guanti. Quindi feci per alzare il pannello della finestra. Cigol,
una volta sola, un suono da far rizzare i capelli sulla testa. Mi immobilizzai
e attesi un minuto o due, ma non udii nessun rumore di passi. Quindi ripre-
si nel tentativo, aprii la finestra e scivolai fuori nell'aria pungente.
Richiusi la finestra dietro di me, lasciando solo una fessura in cui poter
infilare le dita. Salii in sella a Razzo e mi allontanai sotto la luna appuntita.
I semafori lampeggiavano gialli al mio passaggio per le strade si-
lenziose. Il mio fiato si gonfiava davanti a me come un polpo bianco. Vidi
alcune luci accese nelle case: lampadine dei bagni lasciate accese per faci-
litare l'incespicare assonnato di chi si alzava durante la notte. Il naso e le
orecchie mi si gelarono in un attimo: non era una notte adatta a Vernon
Thaxter. Prima di dirigermi a Poulter Hill, girai a sinistra e pedalai ancora
per mezzo chilometro, perch volevo vedere una cosa. Rallentai passando
davanti alla casa che aveva pi di un ettaro di terreno e una stalla.
La luce era accesa in una delle stanze al primo piano. Era troppo forte
per essere la lampadina di un bagno. Il dottor Lezander era alzato ad ascol-
tare le trasmissioni dai paesi stranieri.
Uno strano pensiero mi pass per la mente. Forse il dottor Lezander era
nottambulo perch aveva paura delle tenebre. Forse restava alzato in quella
stanza, con la luce accesa, ad ascoltare voci da tutto il mondo che lo rassi-
curavano di non essere solo, anche se l'orologio ticchettava verso lunghe
ore solitarie.
Mi allontanai dalla casa del dottor Lezander. Non avevo pi fatto pro-
gressi nel mistero della piuma verde, da quando era morto Davy Ray. Una
telefonata alla signorina Blue Glass era una cosa troppo faticosa in quei
tempi di morte e di dubbi. Facevo gi fatica a combattere le mie tenebre,
figuriamoci poi a pensare a ci che giaceva nel fango sul fondo oscuro dei
Saxon's Lake. Non volevo pensare che il dottor Lezander avesse qualcosa
a che fare con quello. Se era cos, che cosa restava di vero e sincero a que-
sto mondo?
Raggiunsi Poulter Hill. Il cancello di ferro battuto era chiuso a chiave,
ma poich il muretto che correva intorno al cimitero era alto circa mezzo
metro, entrare fu facilissimo. Lasciai Razzo fuori ad aspettarmi e salii lun-
go la collina tra le tombe inondate dalla luce della luna. Come Poulter Hill
si trovava sulla linea invisibile che divide due mondi, allo stesso modo
stava tra Zephyr e Bruton. I morti bianchi stavano da una parte, i morti neri
dall'altra. Era logico pensare che persone che non potevano mangiare nello
stesso ristorante, nuotare nella stessa piscina o fare la spesa negli stessi ne-
gozi, non sarebbero stati contenti di essere morti e sepolti uno di fianco al-
l'altro. Una volta o l'altra avrei chiesto al reverendo Lovoy se la Signora e
l'Uomo Luna sarebbero andati nello stesso paradiso dov'era Davy Ray. Se i
neri occupavano lo stesso paradiso dei bianchi, qual era lo scopo di man-
giare in ristoranti differenti, qui sulla terra? Se i neri e i bianchi andavano
in cielo insieme, significava che eravamo pi furbi o pi stupidi di Dio, vi-
sto che sulla terra ci evitavamo l'un l'altro? E comunque, se tutti tornavamo
nelle tenebre, non c'era nessun Dio e nessun paradiso, naturalmente. Come
avesse fatto poi Little Stevie Cauley a guidare Midnight Mona da una
spaccatura di quelle tenebre, era un altro mistero, perch io avevo visto la
sua macchina chiaramente, come ora vedevo la citt di tombe ergersi da-
vanti a me.
Ce n'erano cos tanti. Cos tanti. Ricordo di aver sentito dire che quando
muore un vecchio,  come se bruciasse una biblioteca. Mi torn in mente il
necrologio di Davy Ray sul Journal della Adams Valley. Diceva che era
morto in un incidente di caccia, diceva chi erano suo padre e sua madre,
diceva che aveva un fratello pi giovane di nome Andy e che era un mem-
bro della chiesa presbiteriana di Union Town. Diceva che i funerali si sa-
rebbero svolti alle dieci e mezza del mattino. Mi sbalordiva quello che a-
vevano tralasciato. Non avevano detto una parola di come gli angoli della
bocca si sollevavano quando lui rideva, o di come spostava la bocca di lato
quando si preparava a lanciare una frecciata a Ben, di come gli brillavano
gli occhi quando vedeva un sentiero nella foresta che non aveva ancora e-
splorato o di come si mordeva il labbro inferiore quando si preparava a fa-
re un lancio veloce. Avevano scritto solo cose trite, non avevano parlato
del vero Davy Ray.
Pensavo a quello mentre camminavo tra le tombe. Quante storie c'erano
l, sepolte e dimenticate? Quante vecchie biblioteche bruciate, quante gio-
vani che stavano accumulando i loro volumi anno per anno? E tutte quelle
storie, andate perse. Desiderai che ci fosse un posto in cui si potesse anda-
re per sedersi, in una sala come quella di un cinematografo, consultare un
catalogo con miliardi di nomi e poi schiacciare un bottone per far apparire
su uno schermo un volto che ti raccontasse della vita che era stata. Sarebbe
stato un memoriale vivente per le generazioni che erano vissute prima di
noi e si sarebbero potute udire le loro voci, anche se avevano taciuto per
centinaia di anni. Mentre camminavo alla presenza di tutte quelle voci pla-
cate, che non si sarebbero mai pi udite, mi parve che fossimo una razza
sprecona. Avevamo gettato via il nostro passato, e per questo il nostro fu-
turo sarebbe stato pi povero.
Arrivai alla tomba di Davy Ray. La vera lapide non era ancora arrivata,
ma nella terra nuda era stata messa una pietra tombale. Non si trovava n
in fondo n in cima alla collina; restava a met. Mi sedetti vicino alla pie-
tra, facendo attenzione a non calpestare il monticello di terra che la pioggia
avrebbe spianato e la primavera ricoperto di fiori. Guardai nell'oscurit,
sotto la fredda luna appuntita. Sapevo che, con la luce del sole, da l si go-
deva una vista panoramica di Zephyr e delle colline. Si vedeva il ponte
delle garguglie e il Tecumseh River. Si vedevano i binari della ferrovia che
si snodavano tra quelle colline e il ponte di legno sul quale attraversavano
il fiume, passando per Zephyr, diretti verso citt pi grandi. Era una bella
vista, se si avevano occhi per vederla. Dubitavo che a Davy Ray interes-
sasse molto avere una vista sul fiume e sulle colline o se la sua tomba
guardasse su un acquitrino. Quelle cose potevano essere importanti per chi
restava, ma non per chi partiva.
- Accidenti - dissi, col fiato che si alzava. - Sono proprio confuso.
Mi ero aspettato che Davy Ray mi rispondesse? No. Non fui deluso dal
silenzio.
- Non so se sei nelle tenebre o in paradiso - dissi. - Non so cosa ci
sia di cos bello in paradiso se non c' niente per cui cacciarsi nei guai. A
me ricorda un po' la chiesa. Va bene per un'ora, alla domenica, ma proprio
non mi piacerebbe viverci. E non mi piacerebbero neanche le tenebre.
Niente, niente, solo il niente. Tutto quello che hai fatto, pensato o creduto
non c' pi, come le increspature sull'acqua di uno stagno che nessuno ve-
de. - Tirai su le ginocchia contro il petto e le strinsi con le braccia. -
Niente voce per parlare, occhi per vedere, niente orecchie, niente di niente.
E allora per che cosa siamo nati, Davy Ray?
Anche quella domanda provoc solo silenzio.
- E poi non riesco proprio a capire questa storia della fede - pro-
seguii. - Mamma dice che dovrei averla, il reverendo Lovoy dice che de-
vo averla. Ma se non ci fosse niente in cui avere fede, Davy Ray? Se la fe-
de fosse come parlare al telefono quando non c' nessuno dall'altra parte,
ma tu non lo sai e non te ne accorgi finch non fai una domanda e nessuno
ti risponde? Non ti farebbe venire matto, pensare che hai sprecato tutto
quel tempo a parlare al vento?
Io stesso stavo parlando al vento, in quel momento, mi resi conto. Ma
ero confortato dal fatto che Davy Ray giaceva di fianco a me. Mi spostai
verso un punto in cui l'erba marrone non era stata toccata dai badili e mi
sdraiai sulla schiena. Guardai le stelle solenni. - Guarda - dissi. -
Guarda un po' il cielo. Sembra che il Demonio si sia soffiato il naso sul
velluto nero, eh? - Sorrisi, pensando che a Davy Ray sarebbe piaciuta. -
Be', non proprio. Riesci a vederlo, il cielo, da dove sei?
Silenzio. Solo silenzio.
Incrociai le braccia sul petto. Non sembrava cos freddo, con la schiena
contro la terra. La mia testa era vicina a quella di Davy Ray. - Oggi le ho
prese - gli confidai. - Pap me le ha suonate proprio forte. Forse me lo
meritavo. Per se lo merita anche Polmoni di cuoio, no? Perch nessuno
ascolta mai i ragazzi, neppure quando hanno qualcosa da dire? - Sospirai
e il sospiro si alz in direzione del Capricorno. - Non posso scrivere
quella lettera di scuse, Davy Ray. Proprio non posso, e nessuno riuscir a
costringermi. Forse ho sbagliato, ma solo a met, e ora vogliono farmi dire
che la colpa  tutta mia. Non posso scriverla. Cosa devo fare?
Allora lo sentii.
Non la voce di Davy Ray che mi prendeva in giro.
Il fischio del treno merci, in lontananza.
Il treno merci stava arrivando.
Mi tirai su a sedere. Tra le colline vedevo i fari come una stella che si
muoveva, mentre il treno si avvicinava a Zephyr. Lo guardai avanzare.
Il merci avrebbe rallentato avvicinandosi al ponte di legno sul Tecum-
seh. Lo faceva sempre. E passando sul ponte rallentava ancora di pi, men-
tre le ruote pesanti facevano gemere e scricchiolare le vecchie travi.
Quando usciva dal ponte, sarebbe andato cos piano che, volendo, ci si
sarebbe potuto saltare sopra.
Il momento propizio non sarebbe durato a lungo. Il merci avrebbe acce-
lerato nuovamente e, arrivato all'altro capo di Zephyr sarebbe stato di nuo-
vo velocissimo.
- Non posso scrivere quelle scuse, Davy Ray - dissi, calmo. - N
domani, n dopodomani, n mai. Non credo che potr mai pi tornare a
scuola, eh?
Davy Ray non mi offr n un'opinione, n un consiglio. Ero solo.
- E se me ne andassi per un po'? Non tanto. Magari due o tre giorni. Se
gli facessi vedere che preferisco scappare piuttosto che scrivere quella let-
tera di scuse? Allora, forse mi ascolterebbero, non pensi? - Guardai la
stella che si muoveva farsi pi vicina. Il treno fischi nuovamente, forse
per far fuggire un cervo sui binari. Diceva Corrrryyyyy.
Mi alzai. Se montavo di corsa in sella a Razzo, ce l'avrei fatta a rag-
giungerlo al ponte di legno. Se aspettavo ancora quindici secondi, avrei
dovuto affrontare un altro giono di collera e disappunto da parte dei miei
genitori, un altro giorno chiuso in camera a confrontarmi con una lettera di
scuse non scritta. Il merci che stava per transitare ripassava sempre per
Zephyr al ritorno. Mi frugai in tasca e trovai due quarti di dollaro rimasti
da qualche acquisto di popcorn o barrette dolci al Lyric l'inverno prima,
quando le cose andavano bene.
- Io vado, Davy Ray! - dissi. - Io vado!
Cominciai a correre attraverso il cimitero. Arrivai da Razzo e salii al vo-
lo, temendo che fosse troppo tardi. Pedalai come un matto verso il ponte
della ferrovia, col fiato che mi sbocciava bianco tutto intorno al viso. Sen-
tii il cigolio e lo sferragliare mentre mi fermavo lungo la massicciata di
ghiaia: il treno stava attraversando il fiume e io ce l'avrei fatta.
Ed eccolo, con i fari accecanti. L'enorme locomotiva usc dal ponte e mi
sorpass, andando un po' pi veloce di quanto io potessi camminare. Poi
cominciarono a passare i carri merci coperti: i carri della Southern Railro-
ad facevano un rumore sordo sulle traversine. Il treno stava gi comincian-
do ad accelerare. Scesi da Razzo e tirai gi il cavalletto. Feci scorrere le di-
ta lungo il manubrio. Per un attimo vidi l'occhio dorato del fanale, acceso
dalla luna. - Torner! - promisi.
Tutti i carri erano chiusi, sembrava. Ma poi ne arriv uno, verso la coda
del merci, che aveva la porta parzialmente aperta. Pensai alla polizia ferro-
viaria che rompeva la testa ai clandestini e li gettava a testa in avanti nelle
carrozze arroventate dal vapore, ma scacciai il pensiero. Mi misi a correre
di fianco al carro con la porta aperta. C'era una scaletta a pioli a portata di
mano. Allungai un braccio, mi attaccai con quattro dita al piolo di metallo,
quindi chiusi la presa col pollice, poi agguantai la scaletta anche con l'altra
mano e sollevai i piedi da terra.
Mi gettai di slancio verso la porta del carro. Rimasi sorpreso dalla mia
agilit. Sono convinto che quando si sente qualche tonnellata di ruote di
acciaio girare sotto di s, chiunque possa trasformarsi in un acrobata senza
difficolt. Quando fui nel carro, lasciai la presa e caddi sul pavimento di
legno coperto qui e l da fieno. Il rumore del mio ingresso non fu da poco:
rimbomb nel carro che sull'altro lato era completamente chiuso. Mi tirai
su a sedere col davanti del maglione tutto coperto di fieno.
Il carro ballava e rimbombava. Chiaramente non era fatto per i passegge-
ri.
Ma qualcuno era gi salito per quella corsa.
- Ehi, Princey! - disse una voce. -  volato dentro un uccellino!
Scattai in piedi. Quella voce era un incrocio tra un carico di sassi in una
betoniera e il lamento di un rospo. Proveniva dal buio dietro di me.
- S, lo vedo - rispose un'altra voce. Questa era vellutata come seta
nera e aveva un accento straniero. - Credo che si sia quasi spezzato le ali,
Franklin.
Mi trovavo in compagnia di vagabondi clandestini che mi avrebbero ta-
gliato la gola per i cinquanta centesimi che avevo in tasca. Mi voltai per
saltar gi dal treno, ma Zephyr passava veloce.
- Io non lo farei, giovanotto - mi ammon la voce dall'accento stranie-
ro. - Non sarebbe divertente.
Io mi fermai sul bordo, col cuore che mi batteva forte.
- Non ti mangiamo mica! - disse la voce betoniera-rospo. - Vero,
Princey?
- Parla per te, per favore!
- Ah, sta scherzando! Princey scherza sempre, vero Princey?
- Gi - disse la voce di seta nera con un sospiro. - Scherzo sempre.
Un fiammifero si accese di fianco al mio naso. Sussultai nuovamente e
mi voltai a guardare chi ci fosse.
Una faccia da incubo mi scrut cos da vicino che sentii l'odore del suo
alito stantio.
Al suo confronto, quell'uomo avrebbe fatto sembrare Charles Atlas una
traversina. Era emaciato, con gli occhi neri infossati nelle occhiaie scure e
gli zigomi che spingevano contro la pelle. E che pelle! In estate avevo vi-
sto letti di fiume asciutti con pi umidit. Ogni centimetro quadrato della
sua pelle era coperto di crepe e di rughe, e le screpolature gli tiravano la
bocca fino a scoprire i denti giallastri, per poi continuare verso l'alto sulla
cupola pelata del cranio come il laccio di un cappellino da party. Le dita
lunghe e secche, illuminate dalla luce del fiammifero, erano tutte raggrin-
zite, come del resto la mano cui erano attaccate. La gola era un'arida diste-
sa di crepe. Portava uno strano abito a due pezzi bianco, ma era difficile
dire dove finisse la camicia e iniziassero i pantaloni. Sembrava un bastone
in un sacco di stracci sporchi.
Ero raggelato dal terrore, in attesa della lama che mi avrebbe tagliato la
gola.
L'altra mano dell'uomo si alz come la mano di una vipera. Mi irrigidii.
Teneva un pacchetto con dentro qualche Fig Newton.
- Bene, bene! - disse l'uomo dall'accento straniero con evidente sor-
presa. - Sei simpatico ad Ahmet! Prendi un Fig Newton, Ahmet non par-
la.
- Io... io... non credo...
Il fiammifero si spense. Sentivo l'odore di Ahmet vicinissimo a me, un
odore cos secco che mi sembrava che mi facesse arricciare i peli nelle na-
rici. Il suo respiro era simile alle foglie secche che rotolavano.
Si accese un secondo fiammifero. Ahmet aveva una riga nera di traverso
al mento appuntito. Teneva ancora in mano i Fig Newton e ora mi faceva
cenno con la testa. Mi parve di sentire la sua pelle scricchiolare.
Mi stava sorridendo come la Morte riscaldata. Una Morte cotta al forno
e rinsecchita, per essere pi precisi. Infilai una mano tremante nel pacchet-
to e presi un Fig Newton. Quello sembr soddisfare Ahmet. Se ne torn
strascicando i piedi all'altro lato del vagone, si inginocchi e col fiammife-
ro accese tre mozziconi di candela, fissati con della cera fusa al fondo di
un secchio rovesciato.
La luce aument e aumentando mi fece vedere cose che non avrei voluto
guardare.
- Ecco fatto - disse lo straniero seduto con la schiena appoggiata a un
mucchio di sacchi di iuta. - Ora ci possiamo guardare in faccia.
Io avrei voluto essere schiena a schiena con dieci chilometri nel mezzo.
Se quell'uomo aveva mai visto la luce del sole, la Signora era mia nonna.
La sua pelle era cos pallida, che faceva sembrare la luna scura come Don
Ho. Era giovane, per lo meno pi giovane di mio padre, e aveva capelli
biondi e sottili pettinati all'indietro sopra una fronte spaziosa. Alle tempie,
gli brillava una ciocca argentea. Portava un abito scuro, una camicia bianca
e una cravatta. Solo che si capiva benissimo che quell'abbigliamento aveva
visto tempi migliori: l'abito aveva delle toppe intorno alle spalle, i polsini
della camicia erano tutti sfilacciati e la cravatta era coperta di macchie
marroni. Eppure quell'uomo aveva un'aria elegante: persino da seduto ri-
chiamava la tua attenzione con uno sguardo che conservava tracce di edu-
cata alterigia. La punta delle scarpe era consumata e all'inizio pensai che
portasse calzini bianchi, poi mi resi conto che quelle che vedevo erano le
sue caviglie nude. I suoi occhi, per, mi mettevano a disagio: alla luce del-
le candele, le pupille brillavano rosse.
Ma quell'uomo, e Ahmet il secco, erano come Troy Donahue e Yul
Brynner in confronto alla terza mostruosit a bordo di quel vagone.
Era in piedi in un angolo. La testa, fatta a forma di badile, toccava quasi
il soffitto. L'uomo doveva essere alto pi di due metri e dieci. Le sue spalle
sembravano larghe come le ali degli aerei della Robbins Air Force Base. Il
corpo era grosso, sgraziato e aveva qualcosa che non andava. Portava una
giacca marrone larga e calzoni grigi con le pezze sulle ginocchia. Sembra-
va che i calzoni gli si fossero bagnati e ristretti addosso. Quello che pi mi
stup fu la misura delle scarpe: definirle scarponi da contadino era come
dire che una bomba atomica  una granata incinta. Sembravano piuttosto
due bulldozer.
- Ciao - disse, venendo verso di me, con le scarpe che sbattevano sul-
le assi del pavimento. - Io sono Franklin.
Stava sorridendo. Desiderai che non l'avesse fatto. Il sorriso faceva sem-
brare infelice Mister Sardonico. Ma ancora peggiore del suo sorriso era
una cicatrice che gli attraversava il cranio da uomo di Neanderthal e che
sembrava essere stata ricucita da uno studente di medicina con gli occhi
storti durante un grave attacco di singhiozzo. La sua enorme faccia sem-
brava appiattita, i capelli neri e lucidi come dipinti sul cranio. Alla luce
della candela, aveva un'aria come se qualcosa che aveva mangiato da poco
gli avesse fatto male. Quello sventurato balordo aveva un colore grigiastro
e malaticcio. E - guarda guarda! - dai due lati del collo grosso come quello
di un toro gli uscivano due piccoli bulloni arrugginiti.
- Vuoi dell'acqua? - mi chiese, porgendomi una borraccia tutta am-
maccata. In mano a lui sembrava grossa come il guscio di una vongola.
- Ehm... no, signore. No, grazie.
- L'acqua manda gi il Fig Newton - disse. - Altrimenti ti rimane
piantato in gola.
- Sto bene. Davvero. - Mi schiarii la gola. - Vede?
- Okay. Allora va bene. - Ritorn nel suo angolo, dove rimase in pie-
di come una statua grottesca.
- Franklin  il burlone - spieg Princey. - Ahmet  quello tranquillo.
- Chi  lei? - gli chiesi.
- Io sono quello ambizioso - disse. - E tu che tipo sei?
- Spaventato. - Sentii il fruscio del vento dietro di me. Il merci stava
andando molto veloce, lasciando Zephyr a dormire in pace.
- Siediti, se vuoi - mi disse Princey. - Qui non  molto pulito, ma
non  neanche un porcile.
Guardai verso la porta con aria desiderosa. Dovevamo andare a...
- ...circa cento chilometri all'ora - disse Princey. - Centocinque, di-
rei. So giudicare bene il vento.
Io mi sedetti, tenendo le distanze dagli altri tre.
- Allora - riprese, e si infil le mani nelle tasche della giacca. - Rac-
contaci qual  la tua destinazione, Cory.
- Io credo... ehi, un minuto! Vi ho detto il mio nome?
- Devi averlo fatto, sono sicuro.
- Non ricordo.
Franklin rise. Sembrava il rumore di un lavandino ingorgato che si stap-
pa con il Roto-Rooter. - Oh! Oh! Oh! Eccolo qui di nuovo! Princey ha il
miglior senso dell'humor!
- Io non credo di avervi detto il mio nome - dissi.
- Be', non essere ostinato - rispose Princey. - Tutti hanno un nome.
Il tuo qual ?
- Co... - Mi fermai. Quei tre erano pazzi, o lo ero io? - Cory Ma-
ckenson. Sono di Zephyr.
- E vai a...? - mi chiese.
- Dove va il treno? - chiesi io.
- Da qui? - Sorrise appena. - Ovunque.
Io lanciai uno sguardo verso Ahmet. Era seduto accovacciato e mi os-
servava intento alla tremula luce delle candele. Ai piedi rinsecchiti portava
un paio di sandali, da cui uscivano le unghie degli alluci, lunghe quasi cin-
que centimetri. -  un po' freddo per portare i sandali, no?
- Ahmet non ci fa caso - disse Princey. - I sandali sono le sue calza-
ture preferite.  egiziano.
- Egiziano? Come ha fatto ad arrivare fin qui?
-  un lungo cammino polveroso - mi assicur.
- Ma chi siete voi? Avete un'aria...
- Familiare, per chi si dedica alla nobile arte, la boxe, cio - disse
Princey, mettendomi le parole in bocca. - Mai sentito parlare di Franklin
Fitzgerald? Altrimenti noto come Big Philly Frank?
- No, signore.
- E allora perch hai detto di s?
- Io... ho detto di s?
- Ti presento Franklin Fitzgerald. - Fece un cenno verso il mostro
nell'angolo.
- Salve - dissi.
- Piacere di conoscerti - rispose Franklin.
- Io sono Princey Von Kulic. Quello  Ahmet Troppo-difficile-da-
pronunciare.
- Hee hee hee - Franklin rise da dietro l'enorme mano con le nocche
coperte di cicatrici.
- Lei non  americano, vero? - chiesi a Princey.
- Cittadino del mondo, per servirti.
- Da dove viene, allora?
- Vengo da una nazione che non  qui n l.  una non-nazione, se vo-
gliamo. - Sorrise nuovamente. Il mio paese  stato messo a ferro e fuoco
dagli invasori stranieri cos tante volte, che ora diamo i buoni-premio per
gli stupri e i saccheggi.  pi facile guadagnarsi un dollaro, qui, come pos-
so dire?
- E cos anche lei  un pugile?
- Io? - Fece una smorfia come se avesse un cattivo gusto in bocca. -
Oh, no! Io sono la mente dietro ai muscoli di Franklin. Sono il suo
manager. Ahmet  il suo allenatore. Andiamo d'amore e d'accordo, quando
non cerchiamo di ucciderci l'un l'altro.
- Oh, oh, oh! - rimbomb Franklin.
- Al momento siamo tra due incontri - disse Princey con una lieve
scrollata di spalle. - Andiamo dall'ultimo posto in cui eravamo al prossi-
mo in cui saremo. E questa, temo,  la nostra esistenza.
Avevo deciso che, per quanto sembrasse spaventoso, quel trio non in-
tendeva farmi del male. - Fa molti incontri il signor Fitzgerald? - chiesi.
- Franklin accetta chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. Sfortuna-
tamente, nonostante la sua mole sia notevole, la sua velocit  deplorevole.
- Princey vuole dire che sono lento - disse Franklin.
- Esatto. E cos'altro, Franklin?
Le sopracciglia sporgenti del gigante minacciavano di cadere da un mo-
mento all'altro, mentre questo ponderava la domanda. - Non ho l'istinto
del killer - disse alla fine.
- Per stiamo provvedendo, vero, Silent Sam? - chiese Princey all'e-
giziano. Ahmet mise in mostra i denti gialli e storti e annu vigorosamente.
Pensai che avrei dovuto fare attenzione, nel caso gli volasse via la testa.
Guardai fisso il collo di Franklin. - Signor Princey, perch ha quei bul-
loni?
- Franklin  uomo di molte parti - disse Princey e Franklin ridacchi
di nuovo - molte delle quali arrugginite. I suoi incontri con gli altri indi-
vidui sul quadrato non sono sempre stati piacevoli. In breve, ha cos tante
ossa rotte che il dottore ha dovuto attaccargliene alcune insieme. I bulloni
sono collegati a un'asta di metallo che gli tiene dritta la schiena.  doloro-
so, certo, ma necessario.
- Ah - disse Franklin - non  cos grave.
- Ha il coraggio di un leone - spieg Princey. - Sfortunatamente, pe-
r, ha il cervello di un topo.
- Hee hee hee! Quel Princey  proprio un burlone!
- Ho sete - disse Princey e si alz. Anche lui era alto, forse un metro
e novanta, e magro, anche se non era una pertica come Ahmet.
- Ecco qui. - Franklin gli porse la borraccia.
- No, non voglio quella! - La mano pallida di Princey la spinse via.
- Voglio... non so cosa voglio. - Mi guard. - Ti  mai capitato? Hai
mai avuto voglia di qualcosa senza riuscire a capire cos' che vuoi?
- S, signore - dissi. - Come quando pensi di volere una Coca e in-
vece quello che vuoi veramente  una gassosa.
- Esattamente. Ho la gola impolverata come il cuscino di Ahmet! -
Mi pass a fianco e guard la foresta che passava. Non c'erano luci l fuo-
ri, sotto il firmamento. - Allora! - disse. - Ora sai chi siamo noi. E tu
chi sei? Immagino che tu stia scappando da casa?
- No, signore. Voglio dire... sto solo andandomene via per un po', cre-
do.
- Guai con i tuoi genitori? Con la scuola?
- Tutti e due - risposi.
Annu, appoggiato al portellone del vagone. - Le universali sofferenze
dei ragazzi. Anch'io avevo questi problemi. Anch'io volevo andarmene per
un po'. Pensi davvero che ti aiuter a risolvere i tuoi problemi?
- Non lo so.  l'unica cosa che mi  venuta in mente.
- Il mondo - disse Princey - non  come Zephyr, Cory. Il mondo
non ha simpatia per un ragazzo. Pu essere un posto meraviglioso, ma pu
anche essere selvaggio e ignobile. Noi dovremmo saperlo.
- Perch? - chiesi.
- Perch abbiamo viaggiato ovunque. Abbiamo visto questo mondo e
la gente che ci vive. A volte mi fa una paura da morire, pensare a quello
che c': crudelt, insensibilit, totale indifferenza e mancanza di rispetto
per gli altri esseri umani. E non va certo migliorando, Cory: sta peggioran-
do. - Alz lo sguardo verso la luna, che stava al passo con noi. - O
mondo - disse - se non fosse per il tuo arcano mutare per cui ti odiamo,
la vita non si arrenderebbe all'et.
- Non  bello? - chise Franklin.
-  Shakespeare - rispose Princey. - Parla delle tribolazioni univer-
sali degli uomini. - Volt la testa e guard verso di me, con le sue pupille
rosse. - Vorresti un consiglio da uno pi vecchio di te, Cory?
Veramente non lo volevo, ma per essere educato risposi: - S, signore.
Assunse un'espressione divertita, come se mi leggesse nel pensiero. -
Te lo dar comunque. Non aver fretta di crescere. Continua a essere un ra-
gazzo finch puoi, perch, una volta che hai perso la magia, finisci col
mendicarla ovunque.
Queste parole mi suonavano vagamente familiari, ma non riuscivo a ri-
cordare dove le avevo gi sentite.
- Vuoi vedere qualcosa del mondo, Cory? - mi chiese.
Io annuii, pietrificato da quelle pupille rosso sangue.
- Sei fortunato, allora. Vedo le luci di una citt.
Mi alzai e guardai fuori. In lontananza, sopra il crinale a forma di schie-
na di drago delle colline, le stelle erano offuscate dalla fosforescenza della
terra.
Princey mi spieg che saremmo arrivati in un punto di quella citt in cui
il merci rallentava, entrando nello scalo, ed  l che avremmo potuto ab-
bandonare il vagone senza romperci le gambe. Gradualmente, la citt
crebbe intorno a noi, prima case di legno, poi case di mattoni, poi edifici di
pietra. Persino a quell'ora della notte, la citt era viva. Insegne al neon
ammiccavano e ronzavano. Le macchine sfrecciavano sulle strade, figure
arrancavano sui marciapiedi. Poi il merci sferragli sugli scambi dello sca-
lo, dove altri treni gi dormivano, e rallent. Quando stava ormai proce-
dendo a passo d'uomo, le enormi scarpe di Franklin toccarono terra. Poi
scese Ahmet, con la polvere che si levava dal suo corpo mentre toccava
terra. - Su, vai, se vuoi scendere - mi disse Princey, fermo dietro di me.
Io mi gettai fuori e atterrai bene, quindi fu la volta di Princey. Eravamo ar-
rivati in citt, e io ero molto, molto lontano da casa.
Attraversammo lo scalo, con fischi e sbuffi di locomotive tutto intorno a
noi. L'aria puzzava di bruciato, anche se era un fuoco freddo. Princey disse
che avremmo fatto meglio a cercare un riparo per la notte. Continuammo a
camminare, inoltrandoci nelle strade grigie che stavano dietro ad alti edifi-
ci grigi, anche se ci dovemmo fermare parecchie volte ad aspettare Fran-
klin, che era veramente lento nei movimenti.
Arrivammo in un posto in cui i vicoli tagliavano le pareti delle case, e le
insegne al neon si riflettevano su pozzanghere d'acqua nel cemento screpo-
lato. Mentre passavamo davanti a un vicolo, sentii un grugnito, seguito dal
rumore di una colluttazione. Vidi un uomo che ne teneva fermo un altro
bloccandogli le braccia dietro la schiena, mentre un terzo lo colpiva meto-
dicamente sul volto. L'uomo sanguinava dal naso e dalla bocca, gli occhi
erano velati e umidi di paura. L'uomo che lo picchiava si comportava come
se questo fosse un lavoro normale, come abbattere un albero molto resi-
stente. - Dove sono i soldi, figlio di puttana? - disse il primo uomo con
una voce piena di tranquilla malvagit. - Ce li darai, prima o poi. - Il
pestaggio continu, e il terzo uomo aveva le nocche coperte di sangue. La
vittima emise un gemito, quasi un guaito, e mentre il pugno dell'altro con-
tinuava ad alzarsi e a calare, la sua faccia ferita cominci a cambiare for-
ma.
Una mano pallida mi afferr per la spalla. - Su, andiamo!
Pi avanti, una macchina della polizia si era fermata di fianco al marcia-
piedi. Due poliziotti erano in piedi, uno per parte, di fianco a un uomo con
i capelli lunghi e gli abiti tutti sporchi. Erano grandi e grossi e le loro pi-
stole brillavano nelle fondine di pelle nera. Uno dei due si sporse in avanti
e grid qualcosa in faccia all'uomo coi capelli lunghi. Poi l'altro poliziotto
afferr l'uomo per i capelli e gli sbatt la testa contro il vetro del parabrez-
za. Il vetro non si ruppe, ma le ginocchia dell'uomo si piegarono. Non cer-
c di difendersi mentre lo infilavano nella macchina della polizia. Mentre
ci passavano accanto, ebbi una fugace visione del volto dell'uomo che
guardava fuori, con rivoletti di sangue che gli colavano dalla fronte.
Da un portone usciva una musica martellante. Sembrava senza capo n
coda. Un uomo era seduto per terra, le spalle contro il muro e una pozza di
urina tra le gambe. Sorrideva al nulla, con gli occhi da demente. Arrivaro-
no due giovani, uno dei quali aveva in mano una tanica di benzina. - Al-
zati! Alzati! - disse l'altro, prendendo a calci l'uomo seduto per terra. Il
demente continu a sorridere. - Alzati! Alzati! - ripet, come un pappa-
gallo. Un attimo dopo, venne inondato di benzina. L'altro giovane tir fuo-
ri una scatola di fiammiferi.
Princey mi condusse dietro a un angolo. Franklin arrancava dietro a
Ahmet, e soffiava come un mantice, col volto coperto d'ombra.
Si ud il lamento di una sirena, ma era diretta altrove. Io sentivo un forte
senso di nausea e una terribile pressione alla testa. Princey mi teneva una
mano sulla spalla e ci mi confortava.
Quattro donne erano ferme a un angolo, sotto un neon tremolante. Erano
tutte pi giovani di mia madre, ma pi vecchie di Chile Willow. Portavano
degli abiti che sembravano dipinti addosso, tanto erano stretti, e aspettava-
no che arrivasse qualche persona importante. Mentre passavamo davanti a
loro, sentii il loro profumo dolce. Guardai il viso di una di loro e vidi un
angelo con i capelli biondi. Ma qualcosa, in quel volto, era senza vita, co-
me la faccia di una bambola dipinta. - Quel figlio di puttana far meglio
a trattarmi bene - disse, rivolta a una ragazza con i capelli neri. - Far
meglio a trovarmi un cliente, maledizione!
Si ferm una macchina rossa. L'angelo biondo accese un sorriso per
l'uomo al volante. L'altra le and dietro, con gli occhi luccicanti di falsa
speranza.
Non mi piacque ci che vidi e Princey mi accompagn via.
In un androne, un uomo con una giacca di jeans era in piedi sopra a una
donna distesa per terra. Si stava tirando su la cerniera dei calzoni. Il volto
della donna era un insieme deforme di lividi neri. - Ecco fatto - disse
l'uomo. - Te l'ho fatto vedere io, eh? Te l'ho fatto vedere chi  il capo. -
Allung una mano e afferr la donna per i capelli. - Su, dillo, troia. - La
scosse per i capelli. - Dillo chi  il capo!
Gli occhi gonfi di lei erano imploranti. Apr la bocca, mettendo in mo-
stra i denti rotti. - Sei tu - disse, e cominci a piangere. - Sei tu il ca-
po.
- Su, avanti, Cory - mi disse Princey. - Non ti fermare, su!
Io proseguii vacillando. Ovunque guardassi, c'era solo cemento. Non vi-
di una collina, non una traccia di verde. Alzai il viso, ma le stelle erano na-
scoste e la notte era di un color grigio sporco. Girammo un angolo e sentii
sbattere qualcosa. Un cagnolino bianco, cos magro che gli si vedevano le
costole, stava frugando disperatamente nei secchi della spazzatura. Im-
provvisamente arriv un uomo grande e grosso. Disse: - Ah, ti ho becca-
to! - mentre il cane lo fissava con una buccia di banana in bocca. L'uomo
alz una mazza da baseball e colp il cane sulla schiena. La bestia ulul per
il dolore e si trascin via, con la spina dorsale spezzata, la buccia di banana
ormai persa. L'uomo gli and addosso, alz ancora la mazza da baseball e
colp: il cane non aveva pi muso, o occhi, solo una massa informe rossa.
Le zampette bianche continuavano a scalciare, come se cercassero di cor-
rere.
- Piccolo pezzo di merda - disse l'uomo, prendendo a calci le magre
costole con lo stivale.
Gli occhi mi bruciavano per le lacrime. Inciampai, ma la mano di Prin-
cey mi tenne su, - Su, cammina - disse. - Svelto. - Io passai di fianco
alla carneficina. Stavo per vomitare e mi appoggiai a un muro di pietra ru-
vida. Dietro di me, Franklin rimbomb: - Il ragazzo  troppo lontano da
casa, Princey. Non  giusto.
- Pensi che mi piaccia, stupido? - rispose secco Princey.
Arrivai in fondo al muro e mi fermai. Vidi una piccola stanza. Sentivo
voci concitate, come per una discussione, ma nella stanza c'era solo un ra-
gazzo. Aveva pi o meno la mia et, ma qualcosa nel suo viso lo faceva
sembrare molto pi vecchio. Il ragazzo guardava fisso il pavimento, men-
tre le voci che litigavano si facevano sempre pi forti. Poi il ragazzo prese
una spugna e un tubo di colla, del tipo che io e i miei amici usiamo per i
modellini. Spremette il tubetto di colla nella spugna e poi se la premette
contro il naso, e inal chiudendo gli occhi. Dopo un minuto cadde all'in-
dietro, mentre il suo corpo veniva preso dalle convulsioni. Aveva la bocca
aperta e cominci a mordersi la lingua coi denti.
Rabbrividii, mi usc un singhiozzo e distolsi lo sguardo. La mano di
Princey mi sfior la nuca e mi fece voltare verso di lui.
- Vedi, Cory? - mi sussurr con la voce tesa per la rabbia repressa. -
Questo mondo inghiotte i ragazzi. Tu non sei ancora pronto a infilargli un
manico di scopa in gola.
- Io voglio... io voglio...
- Tornare a casa - disse Princey. - A Zephyr.
Tornammo allo scalo, tra i fischi e gli sbuffi delle locomotive. Princey
disse che mi avrebbero accompagnato per un pezzo, per assicurarsi che sa-
lissi sul treno giusto. Stava arrivando un merci della Southern Railway,
con uno dei vagoni parzialmente aperto. -  questo! - disse Princey e
salt su. Franklin lo segu, muovendosi veloce con quelle grosse scarpe,
ora che ce n'era bisogno. Poi Ahmet, sollevando nuvolette di polvere a o-
gni passo.
Il treno stava accelerando. Cominciai a correre di fianco al vagone, cer-
cando di trovare una presa, ma non c'era scala. - Ehi! - gridai. - Non
lasciatemi qui!
Cominciava ad allontanarsi. Dovevo correre pi forte per tenere il passo.
L'apertura del carro era buia e non riuscivo a vedere i visi di Princey,
Franklin o Ahmet. - Non lasciatemi! - urlai follemente mentre le mie
gambe si facevano pi deboli.
Le tonnellate di acciaio delle ruote stavano macinando di fianco a me. -
Ho paura! - dissi, perdendo terreno.
- Salta! - disse Princey. - Ti prenderemo!
Non riuscivo a vederlo l dentro. Non vedevo altro che il buio. Ma la cit-
t era dietro di me, parte del mondo che inghiottiva i ragazzi.
Avrei dovuto aver fede.
Mi gettai in avanti e spiccai un salto verso l'apertura buia.
Stavo cadendo. Cadendo nella notte fredda, tra le stelle.
I miei occhi si aprirono di colpo.
Sentii il fischio del treno merci che passava, oltre Zephyr, diretto verso
l'altro mondo.
Mi tirai su a sedere, vicino alla tomba di Davy Ray.
Il mio sonno era durato solo dieci minuti, pi o meno. Ma ero andato
lontano, ed ero tornato indietro scosso e nauseato, ma salvo. Sapevo che il
mondo oltre Zephyr non era poi tanto male. Dopotutto, leggevo National
Geographic. Conoscevo la bellezza delle citt, i musei d'arte, i monumenti
al coraggio e all'umanit. Ma, proprio come per la luna, una parte del
mondo restava nascosta. Come l'uomo che era stato assassinato sul suolo
di Zephyr giaceva nascosto dalla luce della luna. Il mondo, come Zephyr,
non era tutto buono o tutto cattivo. Princey, o chiunque lui fosse, aveva ra-
gione: dovevo crescere ancora prima di poter affrontare quel mostro. Al
momento ero un ragazzo che voleva dormire nel suo letto, e svegliarsi con
suo padre e sua madre. La lettera di scuse a Polmoni di cuoio non mi an-
dava ancora gi. Avrei affrontato il problema quando fosse arrivato il mo-
mento.
Mi alzai in piedi, sotto le stelle ardenti. Guardai la tomba, tristemente
fresca. - Addio, Davy Ray - dissi, e tornai a casa.
Il giorno dopo, la mamma disse che avevo l'aria stanca. Mi chiese se a-
vevo fatto un brutto sogno. Io dissi che non era niente che non potessi af-
frontare. Allora, lei mi cucin le frittelle.
La lettera di scuse non fu mai scritta. Mentre ero nella mia stanza, quella
sera, con i miei mostri che mi facevano buona guardia dalle pareti, udii
suonare il telefono per ben quattro volte distinte. Pap e mamma vennero a
parlarmi. - Perch non ce lo hai detto? - mi chiese pap. - Non sape-
vamo che l'insegnante rimproverasse i ragazzi cos duramente. - Come
ho detto prima, lui aveva una certa dimestichezza con i rimproveri.
Una delle persone che avevano telefonato era la mamma di Sally Mea-
chum. Un'altra era stata la madre baffuta del Demonio. Avevano chiamato
anche il padre di Ladd Devine, e la madre di Joe Peterson. Avevano riferi-
to ai miei genitori quello che i ragazzi avevano raccontato loro e improvvi-
samente sembrava che, anche se avevo certamente torto per aver perso le
staffe e aver colpito Polmoni di cuoio, facendole volare via gli occhiali, lei
stessa era in parte responsabile di questo fatto.
- Non  giusto che un'insegnante chiami "testa di legno" il figlio di
chicchessia. Tutti meritano rispetto, che siano giovani o vecchi - mi disse
pap. - Credo che domani andr a parlare con il signor Cardinale e siste-
mer questa cosa. - Mi rivolse un'occhiata perplessa. - Ma perch non
ce l'hai detto subito, Cory?
Io mi strinsi nelle spalle. - Forse perch non pensavo che sareste stati
dalla mia parte.
- Be' - disse pap - a me sembra che non abbiamo avuto abbastanza
fiducia in te, eh, socio?
Mi scompigli i capelli.
Certo che era bello essere di nuovo a casa.
3
Quadratini del patchwork
Pap and a parlare con il signor Cardinale. Il preside, che aveva gi
sentito delle voci provenienti dagli altri insegnanti secondo le quali Pol-
moni di cuoio era praticamente fulminata e fuori di testa, decise che il
tempo che avevo passato lontano da scuola era sufficiente e che non era
pi necessaria la lettera di scuse.
Tornai a scuola e scoprii di essere diventato un eroe. Negli anni a venire,
nessun astronauta di ritorno dalla Luna si sarebbe sentito accolto tanto ca-
lorosamente quanto lo fui io. Polmoni di cuoio era intimidita ma arcigna,
le stridule ammonizioni del signor Cardinale dovevano risuonarle in testa
come le campane di Natale. Ma anch'io avevo la mia parte di torto e mi
rendevo conto che avrei dovuto ammetterlo. E cos, il giorno in cui tornai a
scuola, che era anche l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Na-
tale, dopo l'appello alzai la mano e Polmoni di cuoio mi disse secca: -
Cosa c'?
Mi alzai in piedi. Tutti gli occhi erano puntati su di me, in attesa di un
altro gesto eroico in questa grande campagna contro l'ingiustizia, l'inegua-
glianza e la messa al bando del chewing-gum all'uva.
- Sputa il rospo! Non posso leggerti nel pensiero, testa di legno!
Qualsiasi cosa le avesse detto il signor Cardinale, evidentemente non era
stata sufficiente per persuaderla a deporre le armi. Ma io andai avanti co-
munque, perch era giusto cos. - Non avrei dovuto colpirla - dissi. -
Mi dispiace.
Oh, eroi caduti! Idoli con miserabili piedi d'argilla! Potenti guerrieri,
sconfitti dai morsi di pulci infilatesi nelle fessure delle loro armature! Ca-
pii come dovevano sentirsi i miei compagni, dai gemiti e dalle espressioni
di sorpresa che si levarono tutto intorno a me come fiori amari. Ero sceso
dal mio piedestallo e avevo scoreggiato cadendo nel fango.
- Ti dispiace? - Polmoni di cuoio doveva essere rimasta ancora pi
sorpresa dei miei compagni. Si tolse gli occhiali e se li rimise. - Mi stai
chiedendo scusa?
- S, signora.
- Be', io... io... - Non riusciva a trovare le parole. Stava annaspando
nelle inesplorate acque del perdono, cercando il fondo.
- Io... io non so cosa...
La grazia le fece un cenno. La grazia, con la sua magia e meraviglia. La
grazia di un momento, e vidi il suo viso iniziare ad ammorbidirsi.
- ...dire, se non... - Deglut. Forse aveva un groppo in gola. - ...se
non che... era ora che dimostrassi un po' di buon senso, testa di legno! -
rugg.
Evidentemente quello che aveva in gola era una manciata di chiodi e ora
li stava sputando.
- Siediti e apri quel libro di matematica!
Il suo viso non si era ammorbidito, pensai, mentre mi sedevo. Si era solo
afflosciato, come una vela tra un colpo di vento e l'altro.
Nel manicomio urlante che veniva chiamato pausa per il pranzo, vidi il
Demonio che sgusciava fuori dal refettorio mentre Polmoni di cuoio stava
facendo a pezzi un poverino perch aveva speso i soldi del pranzo per
comprare le figurine del baseball. Rientr dopo circa cinque minuti, scivo-
lando al suo posto, nella tavola vicino alla porta, prima che Polmoni di
cuoio si fosse resa conto della sua assenza. Vidi il Demonio e le altre ra-
gazzine al suo tavolo ridere e ghignare. Stavano architettando qualcosa.
Dopo averci scortato nella nostra classe, Polmoni di cuoio si sedette alla
cattedra come una leonessa davanti a un bell'osso. - Aprite il libro di sto-
ria dell'Alabama! - disse. - Capitolo dieci! Ricostruzione! Svelti! -
Fece per prendere il suo libro, ma la sentii borbottare qualcosa.
Non riusciva a sollevare il libro dalla cattedra. Mentre tutti la os-
servavano, tir il libro con tutt'e due le mani, appoggiando i gomiti contro
il ripiano, ma il libro non cedeva. Qualcuno ridacchi. -  tanto diverten-
te? - chiese lei, con gli occhi fiammeggianti. - Chi pensa che sia cos
div... - Emise un suono roco: i suoi gomiti non volevano saperne di stac-
carsi dal bordo del ripiano. Subodorando qualche sventura, cerc di alzar-
si, ma il suo ampio didietro non voleva sollevarsi dalla sedia e, quando si
alz in piedi, la sedia si alz con lei. - Cosa sta succedendo? - url,
mentre tutta la scolaresca cominci a ridere forte, me compreso. Polmoni
di cuoio cerc di andare verso la porta, ma il suo viso si contorse quando si
rese conto che le sue tozze scarpe marroni erano come inchiodate sul lino-
leum. Rimase l, china in avanti, col sedere attaccato alla sedia, le scarpe
invischiate in un'invisibile morsa di ferro, i gomiti incollati al bordo della
cattedra. Sembrava che stesse facendo un inchino verso di noi, anche se
l'espressione di rabbia sul suo volto male si accordava con l'inchino.
- Aiutatemi! - strill Polmoni di cuoio, sull'orlo del pianto isterico. -
Qualcuno mi aiuti! - Le sue grida di supplica erano dirette alla porta, ma
da come ridevamo e gridavamo tutti, dubito che la sua voce da corno da
nebbia avrebbe potuto essere udita oltre il vetro smerigliato della porta. Ti-
r forte e si strapp una manica della camicetta, riuscendo a liberare un
gomito, ma poi fece l'errore di appoggiare il palmo della mano sul ripiano
per tirarsi su. A quel punto la mano non fu pi libera. - Aiuto! - grid.
- Qualcuno mi tiri fuori!
La conclusione di tutto questo fu che il signor Dennis, il bidello negro,
fu chiamato dal preside per liberare Polmoni di cuoio. Il signor Dennis fu
costretto a usare la lama di un seghetto per tagliare le forti fibre della so-
stanza che incollava cos tenacemente la poverina alla cattedra, alla sedia e
al pavimento. Sfortunatamente, per, durante l'operazione, la mano del si-
gnor Dennis scapp e un pezzetto del didietro di Polmoni di cuoio dovette
essere rattoppato.
Mentre gli infermieri dell'autoambulanza caricavano su una barella Pol-
moni di cuoio, che respirava affannosamente e diceva cose in-
comprensibili, e la portavano via lungo il corridoio ornato di agrifoglio,
sentii il signor Dennis dire al preside che quella era la colla pi potente che
avesse mai visto. Quella roba, disse, cambiava colore a seconda della su-
perficie su cui veniva applicata. Era completamente inodore, a parte una
leggerissima puzza di lievito. Disse che Polmoni di cuoio, lui per la
chiam signora Harper, era incredibilmente fortunata ad avere ancora la
mano attaccata al braccio, tanto quella roba era potente. Il signor Cardinale
era furioso, a modo suo. Ma non si riusc a trovare nell'aula alcun barattolo
o tubetto di colla e il preside era sconcertato all'idea che un ragazzino a-
vesse potuto essere cos astuto e perverso da architettare una tale cattiveria.
Non conosceva il Demonio. Io non lo seppi mai con certezza, ma credo
che avesse appeso la bottiglietta della colla a un filo, fuori della finestra;
mentre tutti eravamo a pranzo, doveva aver tirato su la bottiglietta e poi,
dopo aver spalmato le superfici necessarie, quella era finita nuovamente
fuori dalla finestra per essere recuperata all'uscita da scuola. Non avevo
mai sentito parlare di una colla cos potente prima di allora. Venni a sape-
re, tempo dopo, che il Demonio l'aveva inventata lei stessa, usando vari
ingredienti, tra cui fango del Tecumseh River, terra di Poulter Hill e la ri-
cetta di sua madre per la torta di chiare d'uovo. Se le cose stavano vera-
mente cos, non avrei mai assaggiato volentieri la torta al cioccolato di
chiare d'uovo della signora Sutley. Lei la chiamava Torta Super, il che a-
veva un senso.
Sapevo che ci doveva ben essere un motivo per cui il Demonio aveva
saltato un anno. Non sapevo per che il suo talento stesse nel regno della
chimica.
In un gelido pomeriggio, pap e io ci avventurammo fuori nei boschi.
Trovammo un alberello di pino e lo tagliammo. Lo portammo a casa e
quella sera la mamma fece del popcorn che appendemmo all'albero, insie-
me ai nastri d'oro e d'argento e alle decorazioni un po' graffiate che, tranne
che per una settimana all'anno, se ne stavano sempre chiuse in una scatola
nel ripostiglio.
Ben stava imparando a suonare le canzoni di Natale. Gli chiesi se la si-
gnorina Green Glass avesse un pappagallo, ma lui non lo sapeva. Disse che
non ne aveva mai visto uno. Per potevano tenerlo da qualche parte nel re-
tro della casa. Pap e io uscimmo assieme e comperammo alla mamma un
nuovo libro di ricette per dolci e una padella, e poi mamma e io uscimmo
per comperare a pap delle calze e della biancheria. Pap, da solo, acquist
una bottiglietta di profumo per la mamma da Woolworth's, mentre lei gli
prese una sciarpa a quadri. Mi piaceva sapere cosa c'era sotto l'albero den-
tro a quei pacchetti fasciati nella carta colorata. Ma ce n'erano altri due col
mio nome sopra e io non avevo idea di che cosa contenessero. Uno era
piccolo e uno era grande: due misteri in attesa di essere svelati.
Avevo paura di prendere in mano il telefono e chiamare le sorelle Glass.
L'ultima volta che mi trovai sul punto di farlo era successa una tragedia. La
piuma verde, per, mi girava sempre tra le mani. Una mattina mi svegliai,
dopo aver sognato le quattro ragazzine che chiamavano il mio nome, mi
sfregai gli occhi alla fredda luce del sole invernale, presi la piuma dal co-
modino, dove l'avevo lasciata la sera prima e seppi che cosa dovevo fare.
Non l'avrei chiamate, sarei andato da loro.
Tutto imbacuccato, salii in sella a Razzo e, sotto le decorazioni argentate
di Zephyr, arrivai alla casetta di marzapane in Shantuck Street. Bussai alla
porta, con la piuma in tasca.
La signorina Blue Glass venne ad aprire la porta. Era ancora presto, era-
no appena passate le nove e lei portava una vestaglia azzurra e pantofole
trapuntate turchine. I capelli bianco-biondicci erano tirati su come al solito.
Doveva essere la sua prima occupazione del mattino. Mi ricordarono una
fotografia che avevo visto del Cervino. Mi osserv da dietro gli occhiali
spessi, con gli occhi cerchiati da occhiaie scure. - Cory Mackenson -
disse con voce indifferente. - Cosa desideri?
- Posso entrare per un minuto?
- Sono sola - disse lei.
- Ehm... ci vorr solo un minuto.
- Sono sola - ripet lei e gli occhi le si riempirono di lacrime dietro
alle lenti. Si allontan dalla porta, lasciandola aperta. Entrai in casa, lo
stesso museo di chintz che avevo gi visto quella sera che ero venuto a
prendere Ben. Eppure... mancava qualcosa.
- Sono sola. - La signorina Blue Glass si lasci cadere sul sof dalle
gambe malferme, abbass la testa e cominci a singhiozzare.
Io chiusi la porta per non far entrare il freddo. - Dov' la signorina
Gre... dov' l'altra signorina Glass?
- Non  pi la signorina Glass - disse con una traccia di ferita deri-
sione.
- Non  qui?
- No. ... solo il cielo sa dov' a quest'ora. - Si tolse gli occhiali per
asciugarsi gli occhi con un fazzoletto di pizzo azzurro. Pensai che senza
occhiali e con i capelli pi in gi di uno o due strati, avrebbe anche potuto
sembrare non cos tanto... spaventosa credo sia il termine giusto.
- Cosa c' che non va? - le chiesi.
- C' - disse - che mi hanno strappato il cuore e ci hanno ballato so-
pra! Ecco cosa c'! Calpestato! - Altre lacrime le rigarono il viso. - Oh,
non riesco neanche a pensarci!
- Qualcuno le ha fatto qualcosa di male?
- Sono stata tradita! - disse. - Dalla mia stessa carne! - Prese un
foglio di carta verde pallido che era posato vicino a lei e me lo porse. -
Leggi!
Lo presi. Le parole erano scritte in inchiostro verde scuro, con una bella
calligrafia.
"Cara Sonia, quando due cuori si chiamano, cosa si pu fare, se non ri-
spondere? Non posso pi negare i miei sentimenti. Le mie emozioni bru-
ciano. Anelo di unirmi a lui nel rapimento della vera passione. La musica 
bella, cara sorella, ma le note si spengono. L'amore  una canzone che vive
per sempre. Io devo concedermi a questa magnifica, profonda sinfonia.
Ecco perch devo andare con lui, Sonia. Non ho altra scelta se non quella
di darmi a lui, anima e corpo. Quando tu leggerai questa mia lettera, noi
saremo..."
- Sposati? - Dovetti gridarlo, perch la signorina Blue Glass fece un
salto.
- Sposati - disse cupa.
"...sposati, e spero che col tempo tu capirai che non siamo noi a guidare
il nostro corale nella vita, ma le mani del grande Maestro. Un affettuoso
addio. Tua sorella Katharina."
- Non  terribile? - mi chiese la signorina Blue Glass. Cominci a
tremarle il labbro inferiore.
- Con chi  scappata sua sorella?
La signorina pronunci il nome come se la cosa la annientasse comple-
tamente.
- Vuol dire... vuol dire che sua sorella ha sposato... il signor Cathcoa-
te?
- Owen - disse singhiozzando. - Oh, il mio dolce Owen  scappato
con mia sorella!
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Non solo il signor Cathcoate
era scappato e si era sposato con la signorina Green Glass, ma aveva amo-
reggiato anche con la sorella! Sapevo che in lui c'erano parti del Selvaggio
West, ma non sapevo che anche le sue parti basse fossero cos selvagge!
- Il signor Cathcoate non  un po' troppo vecchio, per voi signore? -
dissi, e posai la lettera sul sof, vicino a lei.
- Il signor Cathcoate ha il cuore di un ragazzo - disse, e i suoi occhi si
fecero sognanti. - Oh, Ges, come mi manca quell'uomo!
- Devo chiederle una cosa - le dissi, prima che aprisse di nuovo i ru-
binetti. - Sua sorella ha un pappagallo?
Ora toccava a lei guardarmi come se avessi perso la ragione. - Un pap-
pagallo?
- S, signorina. Lei aveva un pappagallo blu. Sua sorella ne ha forse
uno verde?
- No - disse. - Io ti racconto che mi hanno spezzato il cuore e tu
vuoi parlare di pappagalli?
- Mi dispiace. Dovevo chiederglielo. - Sospirai e mi guardai in giro
per la stanza. Alcuni dei soprammobili erano scomparsi dalla vetrinetta.
Non pensavo che la signorina Green Glass sarebbe mai tornata e pensavo
che lo sapesse anche sua sorella. Un uccellino era scappato dalla gabbia,
almeno cos pareva. Mi misi una mano in tasca e rigirai la piuma tra le di-
ta. - Non volevo disturbarla - dissi e mi avviai verso la porta.
- Persino il mio pappagallo mi ha abbandonata! - si lament la signo-
rina Blue Glass. - Ed era cos gentile, cos dolce...
- S, signorina, mi  dispiaciuto sapere che...
- ...non come quello stupido, maledetto pappagallo di Katharina! -
prosegu. - Avrei dovuto conoscerla, no? Avrei dovuto saperlo che aveva
messo gli occhi addosso a Owen fin dall'inizio!
- Un momento - le dissi. - Mi sembrava che lei mi avesse detto che
sua sorella non aveva un pappagallo.
- Non  quello che ho detto. Ho detto che Katharina non ha un pappa-
gallo. Quando  morto, il diavolo si  mangiato un manico di scopa!
Tornai sui miei passi, tirai la mano fuori dalla tasca e aprii le dita. Il cuo-
re mi andava a novanta miglia all'ora. - Il pappagallo di sua sorella era di
questo colore, signorina Glass?
Diede un'occhiata, tirando su col naso. -  proprio quello. Dio sa che
potrei riconoscere una delle sue piume ovunque. Sbatteva sempre contro la
gabbia e le faceva volare dappertutto. Quando  morto era quasi calvo. -
Si ferm. - Un momento. Che cosa ci fai tu con una delle sue piume?
- L'ho trovata in un posto.
- Quell'uccello  morto... dunque, vediamo...
Io lo sapevo. - In marzo - dissi.
- S, era proprio marzo. Stavano sbocciando i fiori e noi stavamo sce-
gliendo le musiche per Pasqua. Ma... - aggrott la fronte, dimenticando
per un attimo il suo povero cuore calpestato. - Tu come fai a saperlo,
Cory?
- Me l'ha detto un uccellino - dissi. - Di che cosa  morto il pap-
pagallo, signorina Glass?
- Di un'infezione al cervello. Come il mio pappagallo. Il dottor Lezan-
der dice che  molto comune tra gli uccelli tropicali, e quando capita non
c' niente da fare.
- Il dottor Lezander. - Il nome mi usc dalle labbra come un respiro
congelato.
- Lui amava il mio pappagallo. Diceva che era l'uccello pi dolce che
avesse mai visto. - Le labbra le si incurvarono in un'espressione disgusta-
ta. - Ma odiava quello verde di Katharina! Penso che avrebbe potuto uc-
ciderlo, proprio come avrei fatto io, se avessi potuto farla franca!
- Lui l'ha quasi fatta franca - dissi piano.
- L'ha fatta franca cosa? - chiese
Ignorai la sua domanda. - Cosa  successo al pappagallo verde dopo
che  morto?  venuto a prenderlo il dottor Lezander?
- No. Stava male. Non voleva pi mangiare neanche un granello di ci-
bo e Katharina l'ha portato nello studio del dottor Lezander.  morto la
notte seguente.
- Di un'infezione al cervello - dissi.
- Esatto, un'infezione al cervello. Perch mi fai tutte queste strane do-
mande, Cory? E continuo a non capire come mai hai quella piuma.
- Non... non glielo posso ancora dire. Vorrei farlo, ma non posso.
Si sporse in avanti verso di me, subodorando un segreto. - Che cos'
Cory? Giuro che non lo dir ad anima viva!
- Non posso. Davvero. - Mi rimisi la piuma in tasca e il viso della si-
gnorina Blue Glass si fece di nuovo lungo. - Sar meglio che vada. Mi 
spiaciuto disturbarla, ma era importante. - Mentre mi avviavo alla porta,
lanciai un'occhiata verso il piano e un pensiero mi colp proprio in mezzo
agli occhi, come una freccia di Capo Cinque Tuoni. Mi venne in mente che
la Signora aveva detto di aver sognato un pianoforte che suonava, e una
mano che stringeva una corda di pianoforte e un "castigabianchi". Mi ven-
ne in mente il piano in quella stanza con tutti gli uccellini di ceramica, in
casa del dottor Lezander. - Ha mai insegnato a suonare il piano al dottor
Lezander? - chiesi.
- Al dottor Lezander, no. Ma sua moglie ha preso qualche lezione.
Sua moglie. Veronica, dalla faccia equina. - Recentemente?
- No, quattro o cinque anni fa, quando insegnavo ancora a tempo pie-
no. Prima che Katharina mi mettesse in condizioni di chiedere l'elemosina
- disse gelida. - La signora Lezander ha vinto anche parecchie stelle
d'oro, se non sbaglio.
- Stelle d'oro?
- S, io consegno stelle d'oro agli allievi migliori. Secondo me, la si-
gnora Lezander avrebbe potuto diventare una suonatrice di piano profes-
sionista. Aveva le mani adatte. E poi le piaceva cos tanto la mia canzone.
- Le si illumin il viso.
- Quale canzone?
La signorina Blue Glass si alz e and a sedersi al piano. Cominci a
suonare la canzone che aveva suonato la sera in cui il pappagallo aveva i-
niziato a schiamazzare in tedesco. - Beautiful Dreamer - disse e chiuse
gli occhi mentre la melodia riempiva la stanza. -  tutto quello che mi
rimane, ora, vero? I miei magnifici sogni.
Ascoltai la musica. Che cosa aveva fatto impazzire il pappagallo quella
sera?
Ricordai la voce della signorina Green Glass che diceva:  quella can-
zone, te l'ho detto! Impazzisce tutte le volte che la suoni!
E la signorina Blue Glass aveva risposto: Gliela suonavo sempre e lui
l'adorava!
Una piccola luce cominci a farsi strada nelle tenebre. Era come un uni-
co frammento di luce visto dal fondo di uno stagno scuro. Non riuscivo
ancora a distinguere niente, ma sapevo che c'era qualcosa.
- Signorina Glass? - dissi. E poi a voce un po' pi alta, perch lei a-
veva cominciato a tempestare sui tasti come se stesse suonando con le dita
di Ben: - Signorina Glass?
Si ferm su una nota amara. Aveva le guance rigate di lacrime. - Cosa
c'?
- Questa canzone. Il suo pappagallo si comportava in modo strano
quando la sentiva?
- No! Questa  una vile menzogna di Katharina, perch era lei a odiare
la mia canzone preferita! - Ma dal modo in cui lo disse capii che non era
vero.
- Lei ha appena ripreso a dare lezioni di pianoforte, vero? Ha suonato
spesso questa canzone da quando... da quando  morto il pappagallo ver-
de?
Lei ci pens su. - Non so. Credo... di averla suonata qualche volta alle
prove in chiesa, per scaldarmi. Ma, poich non davo lezioni, non suonavo
spesso il piano a casa. Non che io non volessi, ma Katharina... - non po-
teva fare a meno di fare una smorfia quando pronunciava il suo nome -
diceva che la mia musica feriva le sue orecchie sensibili, quella depravata
di una mangiauomini.
La luce era sempre l. Qualcosa stava prendendo forma, ma era ancora
lontana.
- Katharina qui, Katharina l! - La signorina Blue Glass im-
provvisamente sbatt le mani sulla tastiera con una tale violenza da scuote-
re tutto il piano. - Io mi facevo sempre in quattro per compiacere l'onni-
potente Katharina! E io odio e detesto il verde! - Si alz: una figuretta
magra e tutta agitata. - Prender tutto quello che c' di verde in questa
casa e lo brucer, e se questo significa bruciare parte della casa e le pareti,
bene, brucer anche quelle! Se non vedr mai pi il verde, morir conten-
ta!
Si stava avviando verso una frenesia distruttiva. Era uno spettacolo che
non ci tenevo molto a vedere. Avevo gi la mano sulla maniglia della por-
ta. - Grazie, signorina Glass.
- S, ancora signorina Glass! - grid, ma stava nuovamente piangen-
do. - La sola e unica signorina Glass! E ne sono orgogliosa, hai capito?
Ne sono orgogliosa! - Prese dal sof la lettera di addio color verde palli-
do e, con i denti stretti, la strapp a pezzettini. Uscii finch ero ancora in
tempo. Mentre mi chiudevo la porta alle spalle, sentii la vetrinetta cadere a
terra. Avevo avuto ragione: fece proprio un bel fracasso.
Mentre pedalavo verso casa, cercavo di mettere insieme gli indizi nella
mia mente. "Quadratini del patchwork" aveva detto la Signora. I pezzi era-
no l, ma come si univano tra di loro?
L'assassinio di un uomo che nessuno conosceva.
La piuma verde di un pappagallo morto, sulla scena del delitto.
Una canzone che faceva imprecare un secondo pappagallo come un paz-
zo... e in tedesco!
Il dottor Lezander, il nottambulo che odiava il latte.
Chi lo sa?
Hannaford?
Se il pappagallo verde era morto nello studio del dottor Lezander, come
aveva fatto una delle sue piume ad arrivare al Saxon's Lake?
Qual era il legame tra i due pappagalli, l'uomo morto e il dottor Le-
zander?
Quando arrivai a casa, andai diretto al telefono. Chiamai nuovamente
casa Glass, soffocando le mie paure per la necessit. All'inizio pensai che
la signorina Blue Glass non avrebbe risposto, perch il telefono suon otto
volte. Poi, al nono squillo ci fu un: - S?
- Signorina Glass, sono di nuovo io, Cory Mackenson. Ho ancora una
domanda da farle.
- Non voglio pi parlare di quella specie di Giuda.
- Chi? Oh, no, non sua sorella. Il suo pappagallo. A parte l'ultima volta,
quando  morto nello studio del dottor Lezander, era stato mai male pri-
ma?
- S. Erano stati male lo stesso giorno. Katharina e io li avevamo porta-
ti dal dottor Lezander. Ma la notte seguente il suo maledetto uccello mor.
- Fece un'esclamazione esasperata. - Cory, di cosa si tratta?
La luce brillava un po' pi forte. - Grazie ancora, signorina Glass -
dissi e riattaccai. La mamma, dalla cucina, mi chiese perch avessi chia-
mato la signorina Glass e io le risposi che volevo scrivere una storia su u-
n'insegnante di musica. - Che bello - disse la mamma. Avevo scoperto
che essere uno scrittore rendeva possibile manipolare facilmente la verit,
ma era meglio non abituarcisi.
Una volta nella mia stanza, mi concentrai. Ci volle un po', ma riuscii a
cucire assieme alcuni di quei quadratini del patchwork.
E arrivai a questa conclusione: tutt'e due i pappagalli si trovavano nello
studio del dottor Lezander quella notte di marzo in cui l'uomo sconosciuto
era stato assassinato. Il pappagallo verde era morto quella notte, l'altro era
tornato a casa, e aveva iniziato a imprecare in tedesco quando veniva suo-
nata al piano Beautiful Dreamer. La signora Lezander suonava il piano. La
signora Lezander conosceva Beautiful Dreamer.
Era dunque possibile che, quando la signorina Blue Glass suonava quel-
la canzone, il suo pappagallo ricordasse qualcosa che era stato detto - o
urlato, o imprecato in tedesco - mentre la signora Lezander la stava suo-
nando? E perch mai la signora Lezander avrebbe dovuto suonare il piano
mentre qualcuno stava gridando e impre...
"Ma s" pensai. "S."
Vidi la luce.
La signora Lezander stava suonando il piano - quella canzone, Beautiful
Dreamer - per coprire le urla e le imprecazioni. In quella stanza c'erano so-
lo i due pappagalli, nelle loro gabbie. Ma sembrava improbabile che qual-
cuno stesse gridando e imprecando proprio l vicino a lei, no?
Mi torn in mente la voce del dottor Lezander che usciva dalle bocchette
di aerazione dello studio nel seminterrato, quando aveva chiamato pap e
me perch scendessimo. Lui sapeva che lo avremmo sentito chiaramente
attraverso le bocchette, e per quel motivo non era salito. Temeva forse, in
quella notte di marzo, che le grida avrebbero potuto essere udite all'esterno
della casa? Ed era quello il motivo per cui la signora Lezander si era messa
a suonare la prima canzone che le era venuta in mente, mentre i due pap-
pagalli ascoltavano e ricordavano?
Era stato il dottor Lezander a picchiare lo sconosciuto con un "castiga-
bianchi", nel seminterrato, e poi a strangolarlo mentre i due pappagalli a-
scoltavano? Forse ci era voluta quasi tutta la notte: erano forse stati i ru-
mori della violenza consumata che avevano fatto agitare tutt'e due i pappa-
galli, chiusi nelle loro gabbie? E poi quando l'atto era stato compiuto cos'e-
ra successo? Il dottor Lezander e la sua grossa moglie equina avevano tra-
sportato il corpo nudo dello sconosciuto sulla sua macchina, nascosta nella
stalla? Uno dei due l'aveva guidata fino al Saxon's Lake, mentre l'altro se-
guiva con la loro macchina: non si erano accorti, per, che una piuma ver-
de era volata fuori dalla gabbia ed era rimasta impigliata nelle pieghe di un
cappotto, o forse si era infilata in una tasca? Poich tutti e due i Lezander
erano allergici al latte, non erano sulla lista delle consegne a domicilio del
caseificio, e quindi non sapevano che a quell'ora pap si sarebbe trovato
sulla Route 10? Era andata cos?
Chi lo sa?
Hannaford?
Forse era andata cos. Forse.
O forse no.
Certo sarebbe stato un buon materiale per un giallo degli Hardy Boys.
Ma tutto quello che avevo per ora era una piuma verde di un pappagallo
morto e un patchwork unito solo in parte e con le cuciture allentate. Le
imprecazioni in tedesco, per esempio. Il dottor Lezander era olandese, non
tedesco. E chi era lo sconosciuto? Quale legame poteva mai esserci tra
l'uomo con il teschio alato tatuato sulla spalla e il veterinario di Zephyr?
Cuciture allentate.
Eppure... c'era la piuma verde, Beautiful Dreamer e "Chi lo sa?"
Non dissi niente di tutto questo ai miei genitori. Lo avrei fatto quando
fossi stato pronto. Ma non lo ero e cos non lo feci. Ed ero convinto, ora
pi che mai, che un estraneo vivesse in mezzo a noi.
4
Il castello del signor Moultry
Un pomeriggio, due giorni prima di Natale, squill il telefono. La
mamma and a rispondere. Era il signor Damaronde che la chiamava per
invitare la nostra famiglia a un ricevimento in onore della Signora, al Bru-
ton Recreation Center, dove il museo dei diritti civili era stato completato
e sarebbe stato inaugurato il 26 dicembre. Il ricevimento era fissato per il
pomeriggio della vigilia di Natale, e non sarebbe stato formale. La mamma
mi chiese se volevo andare e io dissi di s. Non doveva chiederlo a pap
perch sapeva che non sarebbe venuto, e comunque la vigilia di Natale do-
veva lavorare, perch sulla piattaforma di scarico si stavano accumulando
scatoloni di zabaglione in scatola e fette di tacchino pressate.
Pap non tent neanche di impedirci di andare. Non disse una parola
quando la mamma gli raccont della telefonata. Si limit ad annuire, con
lo sguardo distante. Immaginai che pensasse al grosso masso di granito al
Saxon's Lake. E cos, la mattina della vigilia di Natale, la mamma accom-
pagn pap al lavoro col camioncino, e quando venne l'ora di prepararsi
per il ricevimento, la mamma mi sugger di mettermi una camicia bianca e
una cravatta anche se il signor Damaronde aveva detto di vestirsi in modo
informale. Lei indoss un bel vestito e partimmo per Bruton.
Una delle cose interessanti del vivere nel sud dell'Alabama  che, anche
se si pu avere un'ondata di freddo improvviso a ottobre e persino una o
due tempeste di neve a novembre, a Natale di solito fa caldo. Non il caldo
dell'estate, naturalmente, ma un ritorno dell'estate indiana. Io indossavo un
maglione e quando arrivammo al centro ricreativo ero gi tutto sudato. Era
un edificio di mattoni rossi vicino al campo di basket in Buckhart Street.
Un cartello con una freccia rossa indicava la Bruton Hall of Civil Rights,
una struttura di legno dipinta di bianco, poco pi grande di una casa mobi-
le, annessa al complesso. Un gigantesco nastro rosso circondava l'intero
edificio bianco. Anche se l'inaugurazione ufficiale del museo era prevista
due giorni dopo, c'erano molte macchine e parecchio movimento.
Le persone - in maggioranza nere, ma anche qualche bianco - stavano
entrando nell'edificio e noi ci unimmo alla folla. All'interno, in una grossa
sala decorata con corone natalizie di pigne e un enorme albero di Natale
con fiocchi rossi e verdi sui rami, la gente aspettava in fila per firmare il
registro degli ospiti, di cui era responsabile la signora Velvadine. La fila
continuava verso una grossa coppa da punch piena di un liquido color lime
e da l proseguiva verso gli altri tavoli che offrivano un'enorme scelta di
leccornie: vari crostini da intingere nelle diverse salse, piccoli sandwich,
crocchette, due tacchini dorati in attesa di essere tagliati e due giganteschi
prosciutti. Gli ultimi tre tavoli erano stracarichi di un'enorme variet di tor-
te, pudding e crostate. Se pap avesse potuto vedere quel banchetto, gli sa-
rebbero schizzati gli occhi fuori dalle orbite. L'atmosfera era gaia e festosa,
la gente parlava e rideva mentre un paio di violinisti strimpellavano su di
un piccolo palcoscenico. Sar stata anche un'occasione informale, ma la
gente era vestita di tutto punto. Gli abiti della domenica abbondavano, e lo
stesso i guanti bianchi e i cappelli con i fiori. Penso che un pavone si sa-
rebbe sentito nudo in tutto quello splendore di colori dell'arcobaleno. La
gente era orgogliosa di Bruton e orgogliosa di se stessa, questo era chiaro a
tutti.
Nila Castile venne verso di noi e abbracci mia madre. Ci mise in mano
dei piatti di carta e ci guid attraverso la folla. I tacchini stavano per essere
tagliati, disse, e se non ci fossimo affrettati tutta quella bella carne sarebbe
sparita e avremmo trovato solo le ossa. Ci indic con un dito il vecchio si-
gnor Thornberry che, vestito con un abito marrone sformato, ballava al
suono della musica dei violini. Dietro di lui c'era Gavin, che rideva e ripe-
teva esattamente ogni passo del nonno. Il signor Lightfoot, elegante come
Cary Grant con un abito nero con i risvolti della giacca in velluto, aveva in
mano un piatto stracolmo: prosciutto sopra a una fetta di torta sopra a una
fetta di crostata sopra ai sandwich, e si muoveva con grazia tra la folla, al
rallentatore. Anche i nostri piatti furono colmati di cibo e le tazze riempite
fino all'orlo di bibita frizzante al lime.
Arrivarono Charles Damaronde e sua moglie e ringraziarono la mamma
per essere venuta. Lei rispose che non sarebbe mancata per tutto l'oro del
mondo. Bambini scorrazzavano tutto intorno, con i nonni che li rincorre-
vano inutilmente. Il signor Dennis mi venne accanto e mi chiese con finta
seriet se davvero non sapevo chi avesse incollato la povera signora Har-
per come una mosca nella melassa. Io dissi che avevo un sospetto, ma che
non ne ero del tutto sicuro. Mi chiese se il mio sospetto se ne andasse in
giro con le dita infilate nel naso fino al gomito e io risposi che era possibi-
le.
Qualcuno cominci a suonare una fisarmonica. Qualcun altro tir fuori
un'armonica, e cos i violinisti trovarono concorrenza. Un'anziana signora
con un vestito del colore delle orchidee fresche si mise a ballare con il si-
gnor Thornberry e pensai che lui, in quel momento, doveva essere molto
contento di aver scelto la vita. Un uomo con una barba grigio ferro mi pre-
se per la spalla e si abbass per parlarmi. - Un manico di scopa nel garga-
rozzo, he, he, he! - disse ridendo, e mi diede una forte stretta alla spalla
prima di allontanarsi.
La signora Velvadine e un'altra donna grassoccia, tutt'e due vestite con
abiti a fiori cos sgargianti da far impallidire madre natura, salirono sul
palcoscenico e scacciarono i musicisti. La signora Velvadine parl al mi-
crofono e disse a tutti i presenti quanto la Signora fosse contenta che tutti
si trovassero l a condividere con lei quel momento. Il museo, per il quale
avevano lavorato cos duramente, era quasi pronto. - Venite il giorno do-
po Natale e vi aprir le sue porte per raccontarvi non solo la storia degli a-
bitanti di Bruton, ma le lotte che li avevano portati a essere ci che erano.
Altre lotte ci aspettano! - disse la signora Velvadine. - Non pensate che
sia finita! Anche se dobbiamo fare ancora molta strada, molta ne abbiamo
gi fatta, ed  questo che il museo deve illustrare.
Mentre la signora Velvadine parlava, il signor Damaronde si avvicin al-
la mamma e a me. - Desidera vedervi - disse piano a mia madre. Sape-
vamo a chi si riferiva e andammo con lui.
Ci condusse fuori dalla sala del ricevimento, lungo un corridoio. Oltre-
passammo una sala attrezzata con un tavolo da ping pong, un bersaglio per
le freccette e un flipper. In un'altra sala c'erano quattro campi per il gioco
della piastrella, uno di fianco all'altro, mentre una terza conteneva attrezzi
per la ginnastica e un punching ball. Arrivammo a una porta bianca, che
odorava ancora di pittura fresca. Lui la tenne aperta per noi mentre entra-
vamo.
Eravamo nel museo per i diritti civili. Il pavimento era fatto di assi di le-
gno verniciate, e l'illuminazione era bassa. Bacheche di vetro contenevano
manichini neri vestiti da schiavi e da soldati della Guerra Civile, oltre a
manufatti primitivi in ceramica, lavori di cucito e pizzi. Una sezione di
scaffali conteneva circa cento e pi sottili volumi rilegati in pelle. Sembra-
vano taccuini o diari. Alle pareti c'erano grossi ingrandimenti di fotografie
in bianco e nero. Riconobbi Martin Luther King in una, e in un'altra il go-
vernatore Wallace che bloccava l'ingresso di una scuola.
Al centro di questa sala stava la Signora, vestita di seta bianca, le braccia
coperta da guanti bianchi che le arrivavano ai gomiti. Portava un cappello
bianco dalla tesa molto ampia, e al di sotto i magnifici occhi verde smeral-
do risplendevano di luce.
- Questo  il mio sogno - disse.
-  bello - le disse la mamma.
-  necessario - la corresse la Signora. - Chi, su questa terra, pu
sapere dove va, se non conosce da dove viene? Suo marito non  venuto?
-  al lavoro.
- Non  pi al caseificio, mi hanno detto.
La mamma annu. Io avevo l'impressione che la Signora sapesse esatta-
mente dove fosse pap.
- Ciao, Cory - disse. - Hai avuto parecchie avventure, ultimamente,
vero?
- S, signora.
- Se vuoi diventare uno scrittore, dovresti essere interessato a quei li-
bri. - Fece un gesto in direzione degli scaffali. - Sai cosa sono? - Io ri-
sposi di no. - Sono diari - disse. - Voci di persone che vivevano qui
intorno. Non solo neri. Tutte le volte che qualcuno vuol sapere com'era la
vita qui cento anni fa, ci sono voci che aspettano solo di essere ascoltate.
- And verso una delle bacheche e fece correre un dito sul ripiano, per
vedere se ci fosse polvere. Non ne trov e si lasci sfuggire un'espressione
soddisfatta. - Tutti hanno bisogno di sapere da dove vengono, mi sembra.
Non solo le persone di pelle nera, anche quelle di pelle bianca. Mi sembra
che se una persona perde il suo passato, non pu pi trovare neanche il suo
futuro. Questo posto parla proprio di questo.
- Lei vuole che la gente di Bruton ricordi che i loro avi erano schiavi?
- chiese la mamma.
- S. Voglio che ricordino, non per provare piet verso se stessi o per
sentirsi ingannati o per pensare di meritare ci che non hanno, ma perch
dicano a loro stessi: Guarda da dove vengo e cosa sono diventato. - La
Signora si volt verso di noi. - Non c' altra via d'uscita se non progredire
- disse. - Leggere, scrivere, pensare. Questi sono i pioli della scala che
porta in alto e in avanti. Non lamentarsi, subire e restare schiavi di una
mente incatenata. Cos  come stavano le cose. D'ora in poi deve essere un
mondo nuovo. - Si mosse per la sala e si ferm davanti alla fotografia di
una croce in fiamme. - Io voglio che la mia gente abbia a cuore la sua o-
rigine, non che la spazzi via nascondendola sotto un tappeto. Ma non vo-
glio che vi si adagi, perch quello sarebbe rinunciare al futuro. Voglio che
dicano: Il mio bis-bisnonno tirava un aratro con la forza delle sue spalle.
Lavorava dall'alba al tramonto, col caldo e col freddo. Lavorava non per
una paga, ma per un po' di cibo e un tetto sopra la testa. Lavorava dura-
mente e a volte veniva anche frustato duramente. Sudava sangue e conti-
nuava ad andare avanti, anche quando avrebbe voluto lasciarsi cadere. Si
lasciava marchiare e diceva "S padrone" anche quando gli si spezzava il
cuore e il suo orgoglio era ferito a morte. Faceva tutto questo sapendo che
sua moglie e i suoi figli potevano essere venduti all'asta e portati via da lui
nel giro di un attimo. Cantava nei campi e piangeva di notte. Ha fatto tutto
questo, e anche altro, e per Dio... per Dio, proprio perch lui ha sofferto
tutto questo, io devo almeno finire la scuola. - Alz il mento come per
sfidare le fiamme. - Questo voglio che pensino e che dicano. Questo  il
mio sogno.
Io mi allontanai da mia madre e andai verso uno degli ingrandimenti. Ri-
traeva un cane della polizia che ringhiava, dopo aver azzannato la camicia
di un nero che cercava di scappare, mentre un poliziotto alzava un manga-
nello. La fotografia seguente mostrava una ragazzina nera molto magra che
teneva stretti a s i libri di scuola e camminava tra una folla di facce bian-
che inferocite che gridavano contro di lei. La terza mostrava...
Mi fermai.
Il mio cuore fece un balzo.
La terza fotografia ritraeva una chiesa bruciata, le finestre di vetro colo-
rato tutte in frantumi, con i pompieri che frugavano tra le macerie. Alcune
persone di colore erano ferme l intorno, con l'espressione vuota per lo
choc. Gli alberi davanti alla chiesa non avevano pi foglie.
Avevo gi visto quella fotografia, da qualche parte.
La mamma e la Signora stavano parlando, vicino a un vaso in ceramica
fatto da uno schiavo. Rimasi a fissare la fotografia e allora ricordai. L'ave-
vo vista sul numero della rivista Life che la mamma stava per gettare via.
Guardai un po' pi a sinistra.
Ed eccole l.
Le quattro ragazzine negre del mio sogno ricorrente.
Sotto alle loro fotografie individuali, c'erano i loro nomi, incisi su plac-
che di ottone: Denise McNair, Carole Robinson, Cynthia Wesley, Addie
Mae Collins.
Sorridevano, inconsapevoli di ci che il futuro aveva in serbo per loro.
- Mamma? - dissi. - Mamma?
- Cosa c', Cory? - mi chiese lei.
Guardai la Signora. - Chi sono queste ragazzine, mamma? - Mi tre-
mava la voce.
Lei mi venne vicina, e mi raccont dell'ordigno esplosivo a orologeria
che aveva ucciso quelle ragazze il 15 settembre 1963, nella chiesa battista
sulla Sedicesima Strada, a Birmingham.
- Oh... no! - sussurrai.
Rividi Gerald Hargison con la scatola di legno tra le braccia e udii la sua
voce smorzata dalla maschera che diceva: Non sapranno mai cosa li ha
colpiti finch non si ritroveranno a ballare il tip-tap all'inferno.
E Biggun Blaylock che diceva: Ce ne ho messo uno in pi, per buon
augurio.
Deglutii a fatica. Gli occhi delle quattro ragazzine morte mi stavano os-
servando.
- Credo di sapere - dissi.
La mamma e io lasciammo il centro ricreativo circa un'ora dopo. Pap ci
avrebbe raggiunto in chiesa, per la funzione a lume di candela. Dopo tutto,
era la vigilia di Natale.
- Ciao, Zucca! Buon Natale, Girasole! Avanti, Selvaggio Bill!
Udii la voce del dottor Lezander prima ancora di vederlo. Era in piedi
davanti alla porta della chiesa, con un panciotto rosso sotto all'abito grigio
e un farfallino a righe rosse e grigie. Portava una spillina con Babbo Natale
sul risvolto della giacca, e quando sorrideva, il suo incisivo d'argento ri-
fletteva la luce.
Il mio cuore si mise a battere forte e le mani mi si inumidirono di sudo-
re.
- Buon Natale, Calic - disse a mia madre, senza alcuna apparente
ragione. Strinse la mano a mio padre. - Come stai, Mida? - Quindi il
suo sguardo cadde su di me, mi pos una mano sulla spalla e mi disse: -
Buone feste anche a te, Rivoltella!
- Grazie, Uomo degli Uccelli - risposi.
E allora lo notai.
Ah, la sua bocca era molto, molto furba. Ma i suoi occhi ebbero un mo-
to, anche se impercettibile. In essi si insinu qualcosa di duro e di gelido,
che scacci la luce natalizia, e poi spar. Il tutto era durato forse due se-
condi. - Cosa stai cercando di fare, Cory? - La sua mano non mi molla-
va. - Stai cercando di rubarmi il mestiere?
- No, signore - risposi, la mia presenza di spirito era completamente
strizzata via dalla stretta crescente del dottor Lezander. Sostenne il mio
sguardo ancora per un secondo e, in quel secondo, conobbi la paura. Quin-
di le sue dita si rilassarono, lasciarono la presa e lui si rivolse alla famiglia
che entrava dietro di noi. - Entra, Ciambellina! Buone feste, Daniel Boo-
ne!
- Tom! Su, datti una mossa, ragazzo!
Sapevo chi era, naturalmente. Nonno Jaybird, nonna Sarah, nonno Au-
stin e nonna Alice erano gi l he ci aspettavano. Nonno Austin, come al
solito, aveva un'aria assolutamente infelice. Jaybird era in piedi, gesticola-
va e urlava, facendo a Natale la stessa figura da scemo che aveva fatto a
Pasqua, dimostrando cos di essere un buffone per tutte le stagioni. Ma
quando mi guard e mi disse - Ciao, giovanotto - vidi nei suoi occhi
che ero cresciuto.
Durante la funzione, mentre la signorina Blue Glass suonava Stille
Nacht al piano, e l'organo di fronte a lei restava, appunto, silenzioso, os-
servai i Lezander che erano seduti in una panca, cinque file pi avanti di
noi. Vidi il dottor Lezander girare la testa calva di qui e di l, facendo finta
di lanciare un'occhiata veloce alla congregazione. Ma io sapevo che non
era cos. I nostri occhi si incontrarono, solo brevemente. Sul suo viso c'era
un sorriso glaciale. Poi si sporse verso sua moglie e le sussurr qualcosa
all'orecchio, ma lei rimase perfettamente immobile.
Pensai che forse le aveva dato la risposta alla domanda: Chi lo sa?.
Forse quello che aveva sussurrato a Veronica dalla faccia equina, tra un "le
tenebre si diradano" e un "tutto  luce", era: "Cory Mackenson sa".
"Chi sei?" pensai, osservandolo durante la preghiera di Natale del reve-
rendo Lovoy. "Chi sei veramente, dietro alla maschera che indossi?"
Accendemmo le nostre candele e la chiesa fu inondata di una luce tre-
mula. Poi il reverendo Lovoy ci augur un felice e sereno Natale, ci disse
di tenere nei nostri cuori lo spirito del Natale innanzi a tutto e la funzione
termin. Pap, mamma e io andammo a casa. Il giorno di Natale apparte-
neva ai nonni, ma la vigilia era tutta nostra.
La nostra cena non fu grandiosa come quella degli anni precedenti, ma a
me piaceva lo zabaglione e ne avevamo a volont, omaggio di Big Paul's
Pantry. Poi venne l'ora di aprire i regali. La mamma trov un programma
di canti natalizi alla radio e io aprii i miei pacchetti sotto l'albero di Natale.
Da pap ricevetti un libro, in edizione economica, intitolato Le auree
mele del Sole, di uno scrittore che si chiamava Ray Bradbury. - Sai - mi
disse pap - da Big Paul's Pantry vendono anche libri. Ne hanno uno
scaffale intero. Un tale che lavora al reparto frutta e verdura mi ha detto
che Bradbury  un buono scrittore. Ha comprato anche lui quel libro e dice
che ci sono molti bei racconti.
Cercai il primo racconto. Si intitolava La sirena da nebbia. Sfo-
gliandolo, vidi che parlava di un mostro marino che emergeva quando udi-
va il lamento di una sirena per la nebbia. Quella storia era proprio adatta a
un ragazzo. - Grazie pap - dissi. -  bellissimo!
Mentre mamma e pap aprivano i loro pacchetti, io scartai il mio secon-
do regalo. Ne usc una fotografia in una cornice d'argento. La alzai per
guardarla meglio alla luce.
Era la fotografia di un viso che conoscevo bene. Era anche il viso di uno
dei miei migliori amici, anche se lui non lo sapeva. Di traverso, sulla foto-
grafia, c'era scritto: "A Cory Mackenson, con i migliori auguri. Vincent
Price". Ero eccitato oltre ogni immaginazione. Conosceva il mio nome!
- Sapevo che ti piacevano i suoi film - disse la mamma. - Ho scritto
alla casa produttrice, chiedendo una fotografia e loro me l'hanno mandata
subito.
Ah, la vigilia di Natale! Esisteva una notte pi bella?
Dopo aver aperto tutti i regali, messe da parte le carte e un altro ceppo
nel fuoco, esserci scaldati lo stomaco con un terzo bicchiere di zabaglione,
la mamma raccont a pap che cos'era successo alla Hall of Civil Rights.
Lui continu a osservare il fuoco che scoppiettava e sprizzava scintille, ma
l'ascoltava. Quando la mamma ebbe finito, pap esclam: - Che mi venga
un colpo! Non avrei mai pensato che una cosa simile potesse succedere qui
da noi. - Aggrott la fronte e io sapevo cosa stava pensando. Negli ultimi
tempi a Zephyr erano successe un sacco di cose che lui non avrebbe mai
immaginato che potessero accadere l da noi, a cominciare dall'incidente al
Saxon's Lake. Forse era il periodo che stava prendendo forma intorno a
noi. I notiziari parlavano sempre pi spesso di un posto chiamato Vietnam.
Nelle citt scoppiavano tumulti per i diritti civili, scaramucce di una guerra
mai dichiarata. Sulla nostra nazione si stava diffondendo una vaga sensa-
zione di disagio, un cattivo presentimento, mentre ci avvicinavamo all'era
del consumismo, della plastica, dell'usa e getta. Il mondo stava cambiando,
anche Zephyr stava cambiando e non si poteva tornare indietro.
Ma quella era la notte della Vigilia, il giorno dopo sarebbe stato Natale,
e per il momento avevamo la pace in terra.
Dur circa dieci minuti.
Udimmo l'urlo di un jet sopra Zephyr. Quel fatto, di per s, non era inso-
lito, poich si sentivano spesso degli aerei di notte che atterravano o parti-
vano dalla base dell'aereonautica. Ma conoscevamo il rumore di quei jet,
proprio come conoscevamo il fischio del treno merci, mentre quell'aereo...
- Fa un rumore terribile, vero? - chiese la mamma.
Pap disse che secondo lui stava facendo il pelo ai tetti. Uscimmo sul
portico e tutto a un tratto udimmo un rumore come se qualcuno avesse
percosso un barile con una mazza da venti chili. Il rumore echeggi attra-
verso Zephyr e un minuto dopo tutti i cani tra Temple Street e Bruton si
misero ad abbaiare e i gruppi itineranti di cantori di carole furono costretti
ad abbandonare la pia missione. Restammo sotto il portico ad ascoltare
quel frastuono. All'inizio pensai che l'aereo fosse caduto, ma poi lo udii di
nuovo. Vol in cerchio sopra Zephyr un paio di volte, con le luci sulla
punta delle ali che brillavano, e quindi vir verso la Robbins Air Force e
spar.
I cani continuarono a abbaiare e a ululare. La gente usciva dalle case per
vedere cosa stesse succedendo. - Sta succedendo qualcosa - disse pap.
- Penso che far una telefonata a Jack.
Lo sceriffo Marchette ricopriva con abilit la carica lasciata libera da
J.T. Amory. Naturalmente, con i Blaylock dietro alle sbarre, l'ondata di
criminalit a Zephyr era finita. Il compito pi difficile che spettava allo
sceriffo Marchette era trovare la bestia del mondo perduto, che un giorno
aveva caricato l'autobus della Trailways e l'aveva colpito con tale violenza,
con i monconi delle corna segate, che l'autista dell'autobus e otto passegge-
ri erano stati ricoverati all'ospedale di Union Town per il grave colpo di
frusta riportato.
Pap parl con la signora Marchette, ma lo sceriffo aveva gi preso il
cappello ed era uscito, interrotto durante il cenone da una telefonata. La si-
gnora Marchette rifer a pap quello che le aveva detto il marito, e pap ce
lo raccont con un'espressione sbalordita.
- Una bomba - disse. -  caduta una bomba.
- Cosa? - La mamma pensava gi a un'invasione dei russi. - Dove?
- Sulla casa di Dick Moultry - disse pap. - La signora Moultry ha
detto a Jack che la bomba ha sfondato il tetto, il pavimento del soggiorno
ed  finita in cantina.
- Oh, Ges! E la casa non  saltata per aria?
- No. La bomba  ancora l. - Pap pos il ricevitore sulla forcella. -
 l con Dick.
- Con Dick?
- Esatto. La signora Moultry aveva regalato a Dick un nuovo bancone
da lavoro per Natale, e lui era in cantina a montarlo. Ora  intrappolato
laggi insieme a una bomba innescata.
Non pass molto che la sirena della protezione civile si mise a urlare.
Pap ricevette una telefonata dal sindaco Swope che gli chiedeva se voleva
andare al palazzo di giustizia insieme ad altri volontari per aiutare a passa-
re la voce di porta in porta che Bruton e Zephyr dovevano essere evacuate
immediatamente.
- La vigilia di Natale? - disse pap. - Evacuare tutta la citt?
- Esatto, Tom. - Il sindaco sembrava esasperato. - Lo sai o no che
una bomba  caduta da un aereo proprio sulla...
- Casa di Dick Moultry, s, l'ho sentito.  caduta da un jet?
- Esatto. E noi dobbiamo portare via tutti nel caso che quel maledetto
arnese scoppi.
- Be', perch non chiami la base aerea? Certamente potrebbero venire a
riprendersela.
- Ho appena parlato con loro. Con il loro portavoce ufficiale, voglio di-
re. Gli ho detto che uno dei loro jet ha perso una bomba sulla nostra citt e
lo sai cosa mi ha risposto? Mi ha detto che doveva essere nel dolce di Na-
tale al rum! Ha detto che non  successo niente del genere, che nessuno dei
loro piloti  cos distratto da azionare accidentalmente una leva di sicurez-
za e sganciare una bomba sui civili. Ha detto che anche se una cosa del ge-
nere fosse successa, il loro gruppo di artificieri non  in servizio la vigilia
di Natale, e che se una cosa del genere  successa, sperava che i civili della
citt su cui la bomba non  caduta avessero tanto buon senso da evacuare il
posto perch la bomba che non  caduta dal jet potrebbe ridurre buona par-
te della citt a pezzetti! Ora, hai capito?
- Lui deve sapere se stai dicendo la verit, Luther. Mander qualcuno
che faccia in modo che la bomba non esploda.
- Forse s, ma quando? Domani pomeriggio? Vuoi andare a dormire
con quella cosa che fa tic-tac? Io non posso rischiare, Tom. Dobbiamo
mandar via tutti!
Pap chiese al sindaco di passare a prenderlo. Quindi riattacc e disse al-
la mamma che lei e io dovevamo prendere il camioncino e andare a passa-
re la notte da nonno Austin e nonna Alice. Lui ci avrebbe raggiunti quando
tutto fosse finito. La mamma cominci a implorarlo perch venisse con
noi; lei lo voleva con tutte le sue forze, come la pioggia vuole seguire le
nuvole. Ma cap che lui aveva gi deciso cos'era giusto fare e lei avrebbe
dovuto scendere a patti con la sua decisione. Disse: - Va' a prendere il
tuo pigiama, Cory. Prendi lo spazzolino da denti, un cambio di calze e
biancheria pulita. Andiamo da nonno Austin.
- Pap, Zephyr salter in aria? - chiesi.
- No. Stiamo mandando via tutti per sicurezza. I ragazzi della base ae-
rea manderanno qualcuno a prendere la bomba molto presto, ne sono sicu-
ro.
- Starai attento? - gli chiese la mamma.
- Lo sai. Buon Natale. - Sorrise.
Lei non pot fare a meno di ricambiare il sorriso. - Sei pazzo, ecco co-
sa sei! - gli disse e lo baci.
La mamma e io prendemmo qualche cosa da metterci. La sirena della
protezione civile url ancora per circa quindici minuti, e il suo suono era
cos agghiacciante che zitt pure i cani. La gente stava gi cominciando a
ricevere il messaggio, e stava iniziando ad andare via per passare la notte
da parenti e amici in altre citt, o all'Union Pines Motel di Union Town. Il
sindaco Swope pass a prendere pap. Mamma e io eravamo pronti ad an-
dare. Quando fummo davanti alla porta, squill il telefono. Era Ben che
voleva dirmi che loro andavano a passare la notte a Birmingham dai suoi
zii. - Non  incredibile? - mi disse, tutto eccitato. - Sai cosa ho sapu-
to? Il signor Moultry ha tutte e due le gambe spappolate e la schiena rotta e
la bomba ce l'ha proprio sopra! Questa  bella, eh?
Dovetti convenire con lui che era proprio bella. Non avevamo mai pas-
sato una vigilia di Natale come quella.
- Devo andare! Ti chiamo pi tardi! Ah, s... buon Natale!
- Buon Natale, Ben!
Riattacc. La mamma mi trascin fuori per il collo e partimmo, diretti
verso casa dei nonni. Non avevo mai visto cos tante macchine sulla Route
10 prima di allora. Volesse il cielo che la bestia del mondo perduto non
decidesse di attaccarci proprio in quel momento. C'era una bomba dietro di
noi, macchine e camion ammucchiati come birilli davanti a noi, e la gente
impazzita che schizzava da tutte le parti.
Ci lasciammo Zephyr alle spalle, tutta illuminata dalle luci di Natale.
Il resto di quella storia lo appresi pi tardi, visto che non c'ero.
La curiosit ebbe la meglio su mio padre: doveva andare a vedere la
bomba. Cos, mentre Zephyr e Bruton si andavano gradualmente svuotan-
do, lui lasci il gruppo di volontari con cui si trovava e percorse a piedi i
sei blocchi che lo separavano dalla casa dove viveva il signor Moultry. Era
una piccola struttura di legno pitturata di azzurro, con le imposte bianche.
La luce usciva verso l'alto dal buco nel tetto. La macchina dello sceriffo
era parcheggiata davanti alla casa, con il lampeggiatore sul tetto che conti-
nuava a girare. Pap sal sul portico, che era rimasto azzoppato dall'impat-
to. La porta era spalancata, le pareti tutte segnate dalle crepe. La velocit
della bomba aveva strappato la casa dalle fondamenta. Pap entr e non
pot sfuggirgli il grande buco nel pavimento sfondato: aveva inghiottito
mezza stanza. Tutto intorno, sparpagliate qui e l, c'erano delle decorazioni
natalizie e un puntale d'argento era rimasto attaccato al bordo irregolare
della voragine. L'albero, per, non c'era pi.
Guard gi. Assi e pali erano tutti aggrovigliati come un piatto di mac-
cheroni: l'intonaco sbriciolato faceva da parmigiano. E c'era pure una pol-
petta: la bomba. Si era piantata di punta nel pavimento della cantina e le
sue alette grigio ferro spuntavano dai detriti.
- Tiratemi fuori di qui! Ohhhh, le mie gambe! Portatemi all'ospedale!
Ohhhh, sto morendo!
- Non stai morendo, Dick. Solo, cerca di non muoverti.
Il signor Moultry giaceva tra le rovine con addosso un tavolo da lavoro
da falegname, e, sopra a quello, di traverso, un palo grosso come una
grande quercia. In cima al palo che crocifiggeva il signor Moultry c'era
l'albero di Natale, con le palle e le lampadine in mille pezzi. La bomba non
si trovava sopra il signor Moultry: si era conficcata a circa un metro dalla
sua testa. Lo sceriffo Marchette era inginocchiato vicino a lui e rifletteva
sul da farsi.
- Jack? Sono Tom Mackenson!
- Tom? - Lo sceriffo Marchette guard su, col viso sporco di polvere
di intonaco. - Ehi, amico, dovresti essere lontano da qui!
- Volevo venire a dare un'occhiata. Non  grossa come pensavo.
-  grossa pi che a sufficienza - disse lo sceriffo. Se scoppia di-
strugger la casa e far un cratere al posto dell'isolato.
- Ohhhhh! - gemette il signor Moultry. I legni caduti gli avevano
strappato la camicia e la sua gigantesca pancia tremolava di qui e di l. -
Ho detto che sto morendo, maledizione!
-  ferito gravemente? - chiese pap.
- Non riesco ad andargli abbastanza vicino per capirlo. Dice di avere le
gambe rotte. E forse anche una o due costole, da come ansima.
- Respira sempre cos - disse pap.
- Be', l'ambulanza dovrebbe essere qui presto. - Lo sceriffo Marchette
guard l'orologio. - Li ho chiamati appena sono arrivato qui. Non capisco
cosa li trattenga.
- Cosa gli hai detto? Che un tizio  stato colpito da una bomba che 
caduta?
- S - rispose lo sceriffo.
- In questo caso, penso che Dick dovr aspettare a lungo.
- Tiratemi fuori di qui! - Il signor Moultry cerc di spingere via un
po' di quell'ammasso di legni impolverati che aveva addosso, ma non ci
riusc e fece una smorfia di dolore. Volt la testa e guard la bomba, col
sudore che gli colava sulle guance porcine. - Portate quell'arnese via di
qui! Cristo, aiutatemi!
- Dov' la signora Moultry? - chiese pap.
- Uhh! - Il viso coperto di calcinacci del signor Moultry fece una
smorfia di disprezzo. -  scappata e mi ha lasciato qui, ecco che cosa ha
fatto! Non ha alzato neanche un dito per aiutarmi!
- Non  esatto. Ha chiamato me, no? - gli fece notare lo sceriffo.
- E che cosa diavolo ci puoi fare tu?! Ohhh, le mie gambe! Sono com-
pletamente fuori uso, vi dico!
- Posso venire gi? - chiese pap.
- Preferirei che non lo facessi. Preferirei che te ne andassi dalla citt
come dovrebbe fare ogni persona con un po' di buon senso. Stai attento,
per: le scale sono crollate, ho messo una scala a pioli.
Pap scese piano la scala. Si ferm a osservare il mucchio di assi, pali e
alberi di Natale che stava sopra al signor Moultry. - Probabilmente riu-
sciamo a spostare quello grosso - disse. - Se tu lo prendi da una parte e
io dall'altra.
Tolsero l'albero di Natale e spostarono il palo grosso come una quercia;
in seguito le loro schiene avrebbero avuto bisogno di un bel massaggio. -
Potremmo tirarlo fuori di l, caricarlo sulla tua macchina e portarlo all'o-
spedale - sugger pap. - L'autoambulanza non arriva.
Lo sceriffo si inginocchi di fianco al signor Moultry. - Ehi, Dick, ti
sei pesato recentemente?
- Pesato? Diamine, no! Perch avrei dovuto?
- Quanto pesavi l'ultima volta che hai fatto un controllo medico?
- Settantadue chili.
- E quando? - gli chiese lo sceriffo. - Quando facevi la terza ele-
mentare? Quanto pesi adesso, Dick?
Il signor Moultry aggrott la fronte e brontol qualcosa. Poi disse: -
Poco pi di novanta chili.
- Riprovaci.
- Oh, merda! Peso centotrenta chili! Sei soddisfatto, maledetto sadico?
- Forse ha due gambe rotte. Costole rotte. Possibili lesioni interne. E
pesa centotrenta chili. Pensi ancora che potremo portarlo su per quella sca-
la a pioli, Tom?
- Assolutamente no - disse mio padre.
- Esattamente quello che penso anch'io.  bloccato qui finch non arri-
va qualcuno con un paranco.
- Che cosa vuoi dire? - disse con voce roca il signor Moultry. - Che
devo stare qui? - Guard nuovamente la bomba con uno sguardo terro-
rizzato. - Allora, per l'amor del cielo, togliete di qui quel dannato affare!
- Lo farei, Dick - disse lo sceriffo. - Lo farei, sul serio, ma dovrei
toccarla. E se  innescata, e basta solo toccarla per farla esplodere? Pensi
che voglia essere responsabile di averti fatto saltare per aria? Senza parlare
di me stesso e di Tom? Nossignore!
- Il sindaco mi ha detto di aver parlato con qualcuno della base aerea
- disse pap allo sceriffo. - Ha detto che questo tipo non crede che...
- Gi, Luther  passato di qui, prima di squagliarsela con tutta la fami-
glia. Mi ha riferito quello che gli ha detto quel figlio di buona donna, paro-
la per parola. Magari il pilota era troppo spaventato per raccontare a qual-
cuno il casino che aveva combinato. Probabilmente si  ubriacato a una fe-
sta di Natale e poi  salito direttamente sull'aereo. Tutto quello che so di
sicuro,  che nessuno della base aerea verr a prendersi quest'affare per un
bel po'.
- E io cosa dovrei fare? - chiese il signor Moultry. - Restare qui a
soffrire?
- Posso salire a prenderti un cuscino, se vuoi - gli offr lo sceriffo
Marchette.
- Dick? Dick, stai bene? - La voce, incerta e spaventata, veniva dal
piano di sopra.
- Ah, sto magnificamente bene! - grid il signor Moultry. - Sono
arcifelice di trovarmi quaggi con due gambe rotte e una bomba vicina alla
zucca! Dio onnipotente! Non so chi tu sia, lass, ma sei ancora pi idiota
di quello stupido che ha mollato quella dannata bomba... ah! Sei tu?
- Ciao, Dick - disse il signor Gerald Hargison, impacciato. - Come
va?
- Ah, sto cos bene che mi viene voglia di ballare! - La faccia del si-
gnor Moultry stava diventando rossa. - Merda!
Il signor Hargison era in piedi sul bordo del buco e guardava gi. - 
quella la bomba?
- No,  uno stronzo di anatra gigante! - grid il signor Moultry, esa-
sperato. - Naturale che  la bomba!
Mentre il signor Moultry cominciava nuovamente a divincolarsi nel ten-
tativo di liberarsi, riuscendo solo a sollevare un gran polverone e a provo-
carsi un notevole dolore, pap si guard intorno nella cantina. In un angolo
c'era una scrivania. Sopra a questa era appesa una targa che diceva: LA
CASA DI UN UOMO  IL SUO CASTELLO. Vicino, c'era un poster di
un ballerino nero dagli occhi sporgenti che ballava il tip-tap e, sotto a quel-
lo, un cartello scritto a mano: IL FARDELLO DEI BIANCHI. Pap and
alla scrivania, sulla quale c'era una montagna disordinata di fogli alta una
decina di centimetri. Apr il primo cassetto e fu colpito dalle enormi
ghiandole mammarie di una donna sulla copertina della rivista Juggs. Sot-
to la rivista c'era un guazzabuglio di graffette, matite, elastici e roba simile.
Gli capit in mano una fotografia sovraesposta. Ritraeva Dick Moultry ve-
stito con una cappa bianca, e con un fucile in una mano mentre con l'altra
teneva un cappuccio a punta bianco. Il signor Moultry sorrideva da un o-
recchio all'altro, orgoglioso di s.
- Ehi, via di l! - Il signor Moultry gir la testa di lato. - Non basta
che io sia qui, in punto di morte, dovete anche saccheggiare la mia casa?
Pap chiuse il cassetto e and verso lo sceriffo Marchette. Sopra le loro
teste, il signor Hargison dava nervosamente dei colpetti con la punta della
scarpa sul pavimento distrutto. - Senti, Dick. Volevo solo venire a vedere
come stavi. Assicurarmi che tu non fossi... sai, che tu non fossi morto e via
dicendo.
- No, non sono morto. Non ancora. Anche se mia moglie vorrebbe che
la bomba mi fosse caduta dritta sulla zucca.
- Noi stiamo andando fuori citt - spieg il signor Hargison. -
Hmm... probabilmente non torneremo prima del giorno dopo Natale. Pro-
babilmente saremo qui intorno alle dieci. Mi hai sentito, Dick? Verso le
dieci di mattina.
- S, ti ho sentito. Non me ne frega niente a che ora torni!
- Be', noi torneremo verso le dieci di mattina. Il giorno dopo Natale.
Pensavo che volessi saperlo, cos potevi regolare l'orologio.
- Regolare l'orologio? Ma sei... - Si interruppe. - Ah, gi. Certo, lo
far. - Sorrise, col viso coperto di sudore, e guard lo sceriffo. - Gerald
e io dovremmo aiutare un amico a sgomberare il suo garage, l'indomani di
Natale.  per questo che mi dice a che ora torner.
- Ah, s? - chiese lo sceriffo. - E chi sarebbe il vostro amico, Dick?
- Oh...  un tipo che vive a Union Town. Non lo conosci.
- Io conosco un sacco di gente a Union Town. Come si chiama questo
vostro amico?
- Joe - disse il signor Hargison, nello stesso istante in cui il signor
Moultry diceva: - Sam.
- Joe Sam - spieg il signor Moultry, sempre sorridendo. - Joe Sam
Jones.
- Non credo che sarai in grado di aiutare nessun Joe Sam Jones a
sgomberare il garage l'indomani di Natale, Dick. Io credo che sarai in una
stanza di ospedale bella e tranquilla, non pensi?
- Ehi, Dick, io vado! - annunci il signor Hargison. - Non preoccu-
parti, andr tutto bene. - E, mentre diceva quelle ultime parole, la punta
della sua scarpa colp il puntale d'argento che perse l'equilibrio dal bordo
del buco. Pap guard la piccola stella cadere come un fiocco di neve in-
grandito in una bella sequenza di immagini al rallentatore.
La stella colp una delle alette grigie della bomba ed esplose in una
pioggia di vetro dipinto.
Nei secondi di silenzio che seguirono, i quattro uomini lo udirono chia-
ramente.
La bomba emise un sibilo, come un serpente che  stato svegliato nel
suo nido. Il sibilo cess e da dentro la bomba cominci un lento, minaccio-
so ticchettio: non il ticchettio di una sveglia, piuttosto il ticchettio di un
motore che si sta surriscaldando.
- Oh... merda - sussurr lo sceriffo.
- Ges, salvami! - ansim il signor Moultry. La sua faccia, che un at-
timo prima era tutta rossa, ora era bianca come quella di un manichino di
cera.
- Quell'affare si  innescato - disse pap, con la voce strozzata.
Le parole del signor Hargison furono le pi eloquenti. Parl con le sue
gambe, che lo fecero schizzare attraverso l'ingresso demolito, fuori sul por-
tico sghembo, fin dentro alla macchina ferma davanti al marciapiede, come
se fosse stato sparato da un cannone.
- Oh, Dio! Oh, Dio! - Gli occhi del signor Moultry erano pieni di la-
crime. - Non farmi morire!
- Tom? Credo sia ora. - Lo sceriffo Marchette parlava a voce bassa,
come se il peso delle parole che attraversavano l'aria potesse essere suffi-
ciente a causare l'esplosione. - Dobbiamo tagliare la corda, non pensi?
- Non puoi lasciarmi! Non puoi! Tu sei lo sceriffo!
- Non posso fare altro per te, Dick. Giuro che vorrei tanto poter fare
qualcosa, ma non posso. Mi sembra che tu, al momento, abbia bisogno di
un atto di magia o di un miracolo. Credo che non ci sia pi niente da fare.
- Non lasciarmi! Portami fuori di qui, Jack! Ti dar quello che vuoi!
- Mi dispiace. Su, Tom, sali.
Pap non se lo fece dire una seconda volta. Sal quella scala come Luci-
fero su un albero. Arrivato in cima, disse: - Ti tengo ferma la scala, Jack.
Sali.
La bomba ticchett. Tic... tic... tic.
- Non posso aiutarti, Dick - disse lo sceriffo Marchette, salendo la
scala.
- No! Ascolta! Far qualsiasi cosa! Tirami fuori, okay? Non mi im-
porta anche se fa male, okay?
Pap e lo sceriffo erano gi alla porta.
- Per favore! - grid il signor Moultry. La sua voce era rotta e gli
sfugg un singhiozzo. Cerc di liberarsi ancora, ma il dolore lo fece gridare
pi forte. - Non potete lasciarmi qui a morire!  disumano!
Quando pap e lo sceriffo lasciarono la casa, stava ancora urlando e sin-
ghiozzando. Tutti e due avevano il viso teso. - Bel lavoro che mi sono
scelto - disse lo sceriffo. - Ges. - Arrivarono alla macchina. - Hai
bisogno di un passaggio da qualche parte, Tom?
- S. - Aggrott la fronte. - No. - Poi si appoggi alla macchina.
- Non lo so.
- Su, non fare quella faccia! Non c' niente che possiamo fare per lui, e
lo sai benissimo!
- Forse qualcuno dovrebbe aspettare nelle vicinanze, in caso arri-
vassero gli artificieri.
- Bene. - Lo sceriffo lanci un'occhiata alla strada deserta. - Ti stai
offrendo volontario?
- No.
- Io neanche! Non arriveranno per un bel po', Tom. Io credo che quella
bomba stia per esplodere e far saltare in aria l'intero isolato. Non so tu,
ma io me ne vado finch sono ancora tutto intero. - Gir intorno alla
macchina per salire.
- Jack, aspetta un minuto - disse pap.
- Non ce l'ho un minuto. Su, sali, se vuoi venire con me.
Pap sal in macchina con lui e lo sceriffo accese il motore. - Dove de-
vo andare?
- Ascoltami, Jack. L'hai detto tu stesso: Dick ha bisogno di un atto di
magia o di un miracolo, giusto? E allora chi  la persona che potrebbe es-
sere in grado di salvarlo?
- Il reverendo Blessett ha gi lasciato la citt.
- No, non lui! Lei!
Lo sceriffo si ferm, con una mano sulla leva del cambio.
- Chiunque riesca a trasformare una sacca di munizioni in un groviglio
di bisce, dovrebbe essere capace anche di occuparsi di una bomba, non
credi?
- No, non credo! Non credo che la Signora abbia avuto niente a che fa-
re con quello che  successo. Io credo che Biggun Blaylock fosse cos ful-
minato per colpa del suo schifoso whisky che pensava di aver riempito la
sacca di munizioni mentre invece la riempiva di bisce!
- Ma va! Le hai viste anche tu! Ce n'erano a centinaia! Quanto pensi
che ci sarebbe voluto a infilarle dentro?
- Io non ci credo a queste stupidaggini voodoo - disse lo sceriffo
Marchette. - Neanche un po'.
Pap disse la prima cosa che gli venne in mente, e che lasci sorpreso
pure lui. - Non dobbiamo aver paura di chiedere il suo aiuto, Jack.  l'u-
nica possibilit che ci rimane.
- Maledizione! - grugn lo sceriffo. - Maledizione e stramaledizio-
ne! - Guard la casa dei Moultry, con la luce che usciva dal tetto. - A
quest'ora se ne sar gi andata.
- Potrebbe essere, oppure no. Non potremmo andare fin l a con-
trollare?
A Bruton, molte case erano buie. I proprietari avevano obbedito alla si-
rena ed erano sfuggiti all'esplosione imminente. Ma la casa dei colori del-
l'arcobaleno era ancora accesa. Tante piccole lucine brillavano alle fine-
stre.
- Io ti aspetto qui - disse lo sceriffo. Pap annu e scese. Prese una
profonda boccata di aria prenatalizia e si costrinse a muoversi. Arriv da-
vanti alla porta. Afferr il batacchio, una piccola mano d'argento, e fece
una cosa che non avrebbe mai, neanche in un milione di anni, immaginato
di fare: annunci alla Signora la sua visita.
Attese, sperando che lei rispondesse.
Attese, guardando fisso il batacchio.
Attese.
Quindici minuti dopo che mio padre aveva bussato a quella porta, si ud
un rumore nella strada in cui viveva il signor Moultry. Si ud un gran fra-
casso, uno sferragliare e sbatacchiare, che faceva abbaiare i cani al suo
passaggio. Il camioncino mangiato dalla ruggine e con le sospensioni a ter-
ra si ferm di fianco al marciapiedi, davanti alla casa del signor Moultry.
Ne scese un nero magro e allampanato. Sulla portiera del camioncino c'era
scritto: LITGHTFOOT RIPARA TUTTO.
Procedeva cos lentamente che sembrava che il muoversi fosse per lui
un'azione dolorosa. Portava una tuta da lavoro lavata di fresco e un berret-
to grigio da cui sfuggivano i capelli ribelli, anch'essi grigi. Con movimenti
estremamente lenti, and verso il pianale del camioncino e si allacci la
cintura degli attrezzi, a cui erano appesi diversi tipi di martelli, cacciaviti, e
chiavi inglesi dall'aspetto misterioso. In un lasso di tempo dilatato, prese la
scatola degli attrezzi, una vecchia meraviglia in metallo, con cassettini
pieni di ogni tipo di vite e di bullone esistente sulla faccia della terra. Poi,
muovendosi come sotto il peso degli anni, il signor Marcus Lightfoot si
avvi verso l'ingresso semidemolito della casa di Dick Moultry. Buss alla
porta anche se questa era spalancata: uno... due...
Passo un'eternit. Civilt videro la luce e scomparvero. Stelle nacquero
da violente esplosioni e morirono affievolendosi nella fredda volta del cie-
lo.
...tre.
- Grazie al cielo! - url il signor Moultry, con la voce ridotta a un
rauco lamento. - Sapevo che non mi avresti lasciato morire, Jack! Oh,
Dio abbi pie... - Si ferm a met lode perch, guardando attraverso il bu-
co nel pavimento del soggiorno, aveva visto non l'aiuto proveniente dal
cielo, ma il volto nero di quello che lui considerava il demonio in terra.
- Ges, Ges - disse il signor Lightfoot. I suoi occhi avevano trovato
la bomba e le sue orecchie avevano captato il ticchettio del meccanismo di
scoppio. -  proprio in un bel pasticcio.
- Sei venuto per vedermi saltare in aria, brutto selvaggio di un negro?
- ringhi il signor Moultry.
- Nossignore. Sono venuto perch non vada in mille pezzi.
- Tu? Aiutare me? Ahh! - Fece un respiro profondo e rugg con la go-
la arsa: - Jack! Qualcuno mi aiuti! Purch sia bianco!
- Signor Moultry? Signore? - Il signor Lightfoot attese che i polmoni
dell'altro cedessero. - Quella bomba l se ne frega delle sue urla.
Il signor Moultry, con la faccia color Ketchup e coperta di goccioline di
sudore cominci a ribellarsi alla sua situazione. Si dibatt e scav nella
montagna di detriti. In un accesso di rabbia si afferr la camicia e fin di
strapparsela, si afferr all'aria, senza riuscire a trovare appigli. Poi il dolore
lo schiacci cos come un lottatore ne getta a terra un altro e il signor
Moultry si ritrov ansimante e senza fiato, ma sempre con due gambe rotte
e una bomba ticchettante vicino alla testa.
- Io credo - disse il signor Lighfoot, e sbadigli per l'ora tarda - che
 meglio se scendo.
Poteva anche arrivare la vigilia di Capodanno prima che il signor Li-
ghtfoot fosse arrivato in fondo alla scala, con gli attrezzi appesi alla cintura
che tintinnavano. Afferr la scatola degli attrezzi e fece per andare verso il
signor Moultry, ma il poster del ballerino che ballava il tip-tap attir la sua
attenzione. Si ferm a osservarlo, mentre i secondi e la bomba ticchettava-
no.
- Eh eh - disse il signor Lightfoot e scosse la testa. - Eh eh.
- Per che cosa ridi, stupido negro?
- Quello  un bianco - disse - dipinto di nero che fa lo stupido.
Finalmente il signor Lightfoot riusc a staccarsi dalla fotografia di Al
Jolson e and verso la bomba. Tolse alcune assi piene di chiodi e delle te-
gole e si sedette sui detriti. Era come guardare una lumaca attraversare un
campo da football. Tir a s la cassetta dei ferri, come una compagna fede-
le. Quindi, estrasse un paio di occhiali con la montatura di metallo dal ta-
schino della camicia, alit sulle lenti e le pul sulla manica, il tutto con una
lentezza esasperante.
- Cosa ho mai fatto per meritare tutto questo? - gracchi il signor
Moultry.
Il signor Lightfoot si mise gli occhiali. - Ora - disse - posso - si
sporse in avanti pi vicino alla bomba, e la guard corrugando la fronte -
vedere cos'.
Prese dalla cintura un martello con una testa piccolissima. Si lecc il
pollice e poi, lentamente, lentamente, bagn di saliva la testa del martello.
Quindi batt la superficie della bomba cos lievemente che non fece quasi
rumore.
- Non la toccare! Oh, Crissssto! Ci farai saltare per aria tutti e due!
- Non - rispose il signor Lightfoot, continuando a battere i lati della
bomba piano piano - ci penso neanche. - Appoggi l'orecchio contro la
bomba. - Uh-uh - disse - ti sento. - Mentre il signor Moultry agoniz-
zava in silenzio per il terrore, le dita del signor Lightfoot erano al lavoro e
si muovevano sulla bomba nello stesso modo in cui si accarezza un cagno-
lino. - Hu-hu. - Le sue dita si fermarono su una sottilissima giunzione.
-  qui che hai il cuore, eh? - Trov quattro viti proprio sotto le alette,
scelse il cacciavite adatto dalla cintura con la lentezza di un ghiacciaio che
si scioglie.
- Sei venuto qui per uccidermi, eh? - gemette il signor Moultry. Fu
colpito da una folgorazione. -  lei che ti ha mandato, eh? Ti ha mandato
lei a uccidermi!
- Ha - disse il signor Lightfoot dando il primo giro di cacciavite alla
prima vite - ragione per met.
Un'eternit dopo, anche l'ultima vite cadde nel palmo del signor Li-
ghtfoot, che aveva cominciato a canticchiare Frosty, the Snowman, col suo
modo sonnolento. A un certo punto, tra la seconda e la terza vite, il rumore
del meccanismo era passato da un ticchettio a un suono stridente. Il signor
Moultry, cotto nel sudore, lo sguardo vitreo, la testa che sbatteva da una
parte all'altra e quasi vicino alla pazzia, aveva ormai perso tre chili.
Il signor Lightfoot prese dalla cassetta degli attrezzi un barattolino blu.
Lo apr e con la punta dell'indice prese una ditata di una sostanza appicci-
cosa e grassa del colore della pelle di anguilla. Ci sput sopra e la spalm
sulla giunzione che girava intorno alla bomba. Quindi, afferr le alette e
cerc di girarle in senso antiorario. Fecero resistenza. Allora prov in sen-
so orario, ma anche quella volta inutilmente.
- Stammi a sentire! - La voce del signor Lightfoot era decisa, la fron-
te corrugata per la contrariet. - Non farmi arrabbiare! - Picchiett col
martelletto i buchi delle viti e il signor Moultry perse un altro mezzo chilo
mentre all'improvviso gli si bagnavano i calzoni. Quindi il signor Lightfoot
afferr saldamente le alette con tutt'e due le mani e tir.
Lentamente, con un sottile ma acuto stridio di resistenza, la coda della
bomba cominci a scivolar fuori. Era un lavoro difficile e il signor Li-
ghtfoot dovette interrompersi per stiracchiarsi le dita attaccate dai crampi.
Poi riprese, con la determinazione di un bradipo che attacca un albero. Fi-
nalmente la coda fu tolta completamente, scoprendo circuiti elettronici,
una giungla di cavetti dai colori pi diversi e due cilindretti di plastica nera
lucida che sembravano la schiena di due scarafaggi.
- Hoooowheeee! - esclam il signor Lightfoot, incantato.
- Non  bella?
- Uccidermi... - gemette il signor Moultry. - Uccidermi am-
mazzato...
Il suono stridente si era fatto pi forte. Il signor Lightfoot us una sonda
di metallo per toccare una scatoletta rossa da cui proveniva il rumore. Poi
la sfior col dito e, ritirandolo, emise un fischio. - Oh-oh - disse. - Si
sta scaldando.
Il signor Moultry inizi a piagnucolare, con il naso che gli colava e le la-
crime che gli scendevano dagli occhi gonfi.
Le dita del signor Lightfoot erano nuovamente al lavoro, risalendo alla
partenza di ogni cavetto. L'aria al di sopra della scatola rossa era molto
calda e un odore di bruciaticcio si sparse per l'aria. Il signor Lightfoot si
gratt il mento. - Sa - disse - credo che abbiamo un problema qui.
Il signor Moultry trem, sull'orlo del coma.
- Vede. - Il signor Lightfoot si diede un colpetto sul mento, gli occhi
stretti per la concentrazione - Io riparo le cose. Non le rompo. - Fece un
lungo respiro e lo esal lentamente. - A me sembra che dovremo proprio
rompere qualcosa. - Annu. - Sissignore. Certo che mi spiace rompere
una cosa cos bella. - Scelse un altro martello, pi grosso. - Ma devo
farlo. - Cal il martello sulla scatola rossa. La plastica si ruppe da una
parte all'altra. Il signor Moultry si afferr la lingua con i denti. Il signor
Lightfoot tolse due pezzi di plastica e osserv i meccanismi pi piccoli e i
fili all'interno. - Misteri dentro ai misteri. - disse. Infil una mano nella
cassetta dei ferri e la tir fuori con un piccolo tronchesino che portava an-
cora incollata l'etichetta col prezzo di novantanove centesimi. - Ora
stammi bene a sentire - disse alla bomba - non mi ruttare in faccia, ca-
pito?
- Ohhh, Dio! Ges dei cieli, sto arrivando, sto arrivando! - singhiozz
il signor Moultry.
- Quando arriva - gli disse il signor Lightfoot con un debole sorriso
- dica a San Pietro che sta per arrivare uno che aggiusta tutto. - Avvici-
n il tronchesino a una coppia di fili, uno nero e uno bianco, che si incro-
ciavano al centro del meccanismo.
- Aspetta - sussurr il signor Moultry. - Aspetta...
Il signor Lightfoot si ferm.
- Devo togliermi questo peso dall'anima - disse il signor Moultry, con
gli occhi in fuori come quelli del ballerino. - devo essere pi leggero, co-
s posso volare in paradiso. Ascoltami...
- Sto ascoltando - gli disse il signor Lightfoot mentre la bomba conti-
nuava a parlare.
- Gerald e io... noi... veramente ha fatto quasi tutto Gerald... io non vo-
levo averci niente a che fare... ma... deve scoppiare alle... dieci del matti-
no... il giorno dopo Natale. Mi hai sentito? Alle dieci del mattino.  una
scatola di legno... piena di dinamite... con un timer. Abbiamo pagato Big-
gun Blaylock e lui... ce l'ha procurata. - Il signor Moultry deglut, forse
sentendo gi le fiamme dell'inferno sotto al sedere. - Deve scoppiare al
museo dei diritti civili. Noi... veramente  stata un'idea di Gerald... abbia-
mo deciso di farlo quando abbiamo saputo che la Signora aveva intenzione
di costruirlo. Ascoltami, Lightfoot.
- Sto ascoltando - disse lui, con calma e lentamente.
- Gerald l'ha piazzata da qualche parte intorno al museo. Potrebbe esse-
re nel centro ricreativo. Non so dov', lo giuro su Dio... ma ora  l, e
scoppier alle dieci del mattino, il giorno dopo Natale.
- Davvero? - chiese il signor Lightfoot.
- S!  la verit! Dio portami in paradiso con te ora che ho liberato la
mia anima!
- Uh-uh. - Il signor Lightfoot allung la mano. Afferr il filo nero
con il tronchesino e lo tranci. La bomba, per, non era cos facile da zitti-
re.
- Mi hai sentito, Lightfoot? Quella cassa di dinamite  gi l in questo
momento!
Il signor Lightfoot infil le lame del tronchesino intorno al filo bianco.
Un muscolo gli guizzava nella mascella e il sudore gli brillava sulle guan-
ce come polvere di diamante. Disse: - No, non c'.
- Non c' cosa?
- L. Non c' pi. L'abbiamo trovata. Ora devo tagliare questo filo. -
La sua mano trem. - Potrebbe scoppiare se ho tagliato quello sbagliato
per primo.
- Dio abbi piet - uggiol il signor Moultry. - Oh, Ges! Giuro che
far il bravo per il resto della mia vita se mi lasci vivere!
- Io taglio - annunci il signor Lightfoot.
Il signor Moultry serr gli occhi. Il tronchesino fece zac.
KA-BOOOMMMMM!
In quel tremendo boato di distruzione e di fiamme, il signor Moultry ur-
l.
Quando il suo urlo si esaur, non ud n arpe degli angeli, n i diavoli
cantare For He's a Jolly Good Fellow, ma ud un - Eh eh eh eh!
Il signor Moultry spalanc gli occhi.
Il signor Lightfoot stava ridacchiando. Spense con un soffio una sottile
lingua di fiamme azzurrine dall'estremit del filo bianco. La bomba era
muta e domata. - Chiedo scusa signore, solo che non me la potevo pro-
prio perdere - disse il signor Lightfoot con una voce resa roca dal tre-
mendo urlo che aveva appena sparato nelle orecchie dell'altro.
Il signor Moultry sembr sgonfiarsi, come se qualcosa l'avesse punto.
Con un lungo sibilo svenne.
5
Sedici gocce di sangue
Tornammo a Zephyr.
La scatola con la bomba a orologeria piena di dinamite - con un cande-
lotto extra, omaggio di Biggun Blaylock - era stata rinvenuta poco dopo
che io avevo raccontato alla Signora chi erano le persone che mi visitavano
in sogno. Quella fotografia doveva essermi rimasta impressa in un angolo
della mente e poi, dopo l'episodio della croce data alle fiamme e dopo aver
visto il signor Hargison e il signor Moultry acquistare la scatola da Biggun
Blaylock, dovevo aver capito, nel mio subconscio, cosa contenesse. Ecco
perch continuavo a gettare la sveglia gi dal comodino. L'unico neo in
questa teoria era che non avevo mai visto le foto delle ragazzine morte nel-
la chiesa battista prima di quel giorno al museo. Almeno, non mi pare.
Forse erano su Life, ma la mamma l'aveva gettato via e quindi non posso
dirlo con certezza.
La Signora colleg ogni cosa appena glielo raccontai. Chiese a tutti i
presenti al rinfresco di mettersi a cercare una scatola di legno, o nel centro
ricreativo o nel museo dei diritti civili o nelle vicinanze. Ma nessuno la
trov e buttammo all'aria tutto il complesso per cercarla. Poi, la Signora si
ricord che il signor Hargison era un postino. Fuori dal centro ricreativo,
sull'angolo di Buckhart Street, c'era una buca per le lettere. Charles Dama-
ronde tenne Gavin alzato per i piedi, mentre questi si infilava nella buca
con la testa. Sentimmo la voce ovattata del ragazzino esclamare: - Ecco-
la! - Ma non riusc a tirarla fuori perch era troppo pesante. Chiamarono
lo sceriffo Marchette e questi arriv con il direttore dell'ufficio postale di
Zephyr, il signor Conrad Oatman, che aveva le chiavi della buca. C'era ab-
bastanza dinamite da far saltare in aria il centro ricreativo, il museo e due o
tre case sull'altro lato della strada. Evidentemente quattrocento dollari era-
no sufficienti per comperare un gran bel botto.
Il signor Hargison, conoscendo gli orari di levata della posta e sapendo
che la buca per le lettere non sarebbe stata aperta fino al pomeriggio del 26
dicembre, aveva regolato il timer della sveglia per le dieci in punto. Lo
sceriffo Marchette disse che la bomba era stata confezionata da un profes-
sionista, perch era possibile regolare il timer su dodici, ventiquattro o
quarantotto ore. Disse inoltre alla Signora che non voleva che il signor
Hargison o il signor Moultry sapessero che la bomba era stata scoperta,
finch non fossero state rilevate le impronte digitali all'interno. La mamma
e io lo raccontammo a pap quando tornammo a casa dal ricevimento e de-
vo dire che sia lui, sia lo sceriffo, furono in gamba a non lasciarsi scappare
nulla quando si trovavano a casa del signor Moultry ed era arrivato il si-
gnor Hargison. I due vennero ben presto accompagnati all'ufficio dell'FBI
di Birmingham, e non c' bisogno che vi dica che i loro nomi furono can-
cellati dall'elenco dei residenti della citt.
Il museo dei diritti civili fu inaugurato alla grande. Io non sognai pi le
quattro ragazzine. Ma, se avessi volute vederle ancora, sapevo dove anda-
re.
La caduta di una bomba da un aereo e il ritrovamento di una bomba del
Ku Klux Klan in una buca per le lettere davanti al museo dei diritti civili,
animarono i discorsi di Zephyr nei giorni che seguirono il Natale. Ben,
Johnny e io discutemmo molto se il signor Lightfoot avesse avuto vera-
mente paura della bomba o no. Ben sosteneva di s, mentre Johnny e io e-
ravamo convinti che il signor Lightfoot fosse come Nemo Curliss: solo
che, invece che per il baseball, la sua affinit naturale era per tutto ci che
riguardava la meccanica, compresa una bomba, e perci, quando guardava
quei fili, sapeva esattamente ci che stava facendo. Ben, tra parentesi, ave-
va avuto un'esperienza interessante a Birmingham. Lui e i suoi genitori e-
rano andati dallo zio di Ben, Miles, che lavorava in una banca del centro.
Miles gli aveva fatto visitare il caveau, e Ben non la smetteva pi di parla-
re dell'odore dei soldi e di come fossero verdi e belli. Disse che Miles gli
aveva fatto prendere in mano una mazzetta da cinquanta banconote da cen-
to dollari e le dita gli formicolavano ancora. Ben proclam che non sapeva
ancora cosa avrebbe fatto nella vita ma, per quanto gli era possibile, il suo
lavoro avrebbe implicato molto molto denaro. Johnny e io ci limitammo a
ridere di lui. Ci mancava Davy Ray, perch sapevamo quale sarebbe stato
il suo commento.
Johnny aveva chiesto, e ricevuto, due regali per Natale. Uno era un
completo da poliziotto, con tanto di distintivo onorario, polvere per il rile-
vamento delle impronte, manette, polvere che si attaccava sotto la suola
delle scarpe dei ladri e si vedeva solo se esposta alla luce a raggi ultravio-
letti, e un manuale del poliziotto. L'altro regalo era una bacheca di legno
con tanti scaffali, in cui poter riporre la sua collezione di punte di freccia.
La riemp completamente, tranne uno scomparto, riservato a una certa par-
ticolare punta, nera e liscia, nel caso che Capo Cinque Tuoni si fosse deci-
so a rinunciarvi nuovamente.
Rimaneva, per, una questione irrisolta a proposito del signor Lightfoot
e della bomba. La mamma ne parl, due giorni dopo Natale, una sera in
cui su Zephyr cadeva una pioggia fredda.
- Tom? - disse. Eravamo tutti seduti in soggiorno con il caminetto
acceso. Nessuno sarebbe mai riuscito a togliermi Le auree mele del Sole
dalle mani neanche con un palanchino, tanto ero immerso nella lettura. -
Come mai il signor Lightfoot  andato a casa di Dick Moultry? Non avrei
mai pensato che si sarebbe offerto volontario per una cosa simile.
Pap non rispose.
Come i genitori hanno un sesto senso nei confronti dei figli, cos i figli
ce l'hanno per i genitori. Abbassai il libro. Pap continu a leggere il gior-
nale.
- Tom? Tu sai che cosa ha convinto il signor Lightfoot a farlo?
Si schiar la gola. - In un certo senso - disse, calmo.
- Be', cos' stato?
- Credo... di entrarci anch'io.
- Tu? E come?
Abbass il giornale, rendendosi conto che non c'era altra via di scampo
se non dire la verit. - Io... ho chiesto aiuto alla Signora.
La mamma era cos sorpresa che rest in silenzio. La pioggia batt sulle
finestre e i ceppi scoppiettarono nel caminetto, ma lei non si mosse.
- Ho pensato che lei era l'unica speranza per Dick. Dopo quello che a-
veva fatto alla sacca delle munizioni di Biggun Blaylock... ho pensato che
lei potesse aiutarlo. E avevo ragione, a quanto pare. Mentre ero a casa sua,
ha chiamato il signor Lightfoot.
- A casa sua? Non ci posso credere! Sei andato a casa della Signora?
- Non solo a casa sua. Sono entrato, mi sono seduto su una delle sue
sedie, ho bevuto una tazza del suo caff. - Si strinse nelle spalle. - Mi
aspettavo teste mummificate appese ai muri e ragni neri in ogni angolo.
Non sapevo che fosse cos religiosa.
- A casa della Signora! - disse la mamma. - Non posso proprio cre-
derci! E dopo tutto questo tempo, con la paura che avevi di lei!
- Non avevo paura di lei - la corresse pap. - Ero solo... un po' timo-
roso, tutto qui.
- E lei ti ha detto che avrebbe aiutato Dick Moultry? Sapendo che ave-
va a che fare con la bomba al museo?
- Be'... non  stato cos semplice - ammise mio padre.
- Ah? - La mamma aspett. Quando pap non prosegu nella sua
spiegazione, lei disse: - Mi piacerebbe sentire com' andata.
- Mi ha fatto promettere che sarei tornato. Disse che solo a guardarmi
capiva che ero divorato da qualcosa. Disse che si vedeva anche sul tuo vol-
to e su quello di Cory. Disse che stavamo vivendo tutti con la tensione
nervosa causata da quell'uomo morto in fondo al Saxon's Lake. - Pap
pos il giornale e osserv il fuoco. - E sai una cosa? Ha ragione. Le ho
promesso di tornare da lei domani sera alle sette. Te lo avrei detto, prima
di andare. O forse no, non lo so.
- Ah, l'orgoglio, sempre l'orgoglio - lo rimprover la mamma. -
Vuoi dire che hai fatto per Dick Moultry ci che non hai voluto fare per
me?
- No.  che non ero ancora pronto. Dick aveva bisogno di aiuto. Io
gliel'ho trovato. E ora sono pronto a trovarlo anche per me e per voi.
La mamma si alz. Rimase in piedi vicino a mio padre, gli mise le mani
sulle spalle e gli appoggi il mento sulla testa. Guardai le loro ombre fon-
dersi. Lui allung un braccio e glielo mise intorno al collo. Restarono cos
per un momento, vicini vicini, mentre il fuoco scoppiettava e sfrigolava.
Arriv il momento di andare a trovare la Signora.
Quando arrivammo a casa sua, alle sette meno dieci, il signor Damaron-
de venne ad aprire la porta. Pap non ebbe alcuna esitazione a varcare la
soglia: la sua paura della Signora era scomparsa. Arriv l'Uomo Luna, in
vestaglia e pantofole, e ci offr dei pretzel. La signora Damaronde prepar
del caff - con la cicoria, come si fa a New Orleans, disse - e restammo ad
aspettare in soggiorno che la Signora fosse pronta per riceverci.
Io continuavo a tenere per me i miei sospetti sul dottor Lezander. Non
riuscivo a credere che un uomo come lui, che era stato sempre cos dolce e
gentile con Rebel, potesse essere un assassino. Avevo l'indizio dei due
pappagalli, ma non c'era nessun elemento che collegasse il dottor Lezander
all'uomo morto, tranne una piuma verde, ed era solo una mia teoria. Non
gli piaceva il latte ed era un nottambulo. Ma bastava questo a fare di lui un
assassino? Prima di dirlo ai miei genitori avevo bisogno di qualcosa di pi
solido su cui basare le mie teorie.
Non dovemmo attendere a lungo. Il signor Damaronde ci chiese di anda-
re con lui e ci condusse non nella camera da letto della Signora, ma in u-
n'altra stanza sul lato opposto del corridoio. La Signora era seduta in una
poltrona dallo schienale alto, davanti a un tavolino da gioco pieghevole.
Non portava un mantello voodoo, n un cappello a punta da mago, ma solo
un semplice vestito grigio scuro con una spilla a forma di Arlecchino. Sul
pavimento della stanza, che era sicuramente il suo studio, c'era una stuoia e
in un grande vaso di terracotta cresceva una grossa pianta tutta storta. Le
pareti erano pitturate di beige e spoglie. Il signor Damaronde chiuse la por-
ta e la Signora disse: - Si sieda, Tom.
Pap obbed. Capivo che era nervoso perch sentivo la sua gola fare un
leggero rumore quando deglutiva. Ebbe un moto di sorpresa quando la Si-
gnora prese una borsa da medico da sotto la poltrona. La pos sul tavolo e
l'apr.
- Far male? - chiese pap.
-  possibile. Dipende.
- Da cosa?
- Da quanto bisogna incidere in profondit per arrivare alla verit -
rispose lei. Frug nella borsa ed estrasse qualcosa avvolto in un panno blu.
Poi tir fuori una scatola d'argento e un mazzo di carte e un foglio di carta
bianca. Vidi il marchio nella filigrana del foglio: Nifty, la stessa marca che
usavo io. L'ultima cosa a uscire dalla borsa fu un flacone per pillole conte-
nente tre ciottoli di fiume molto lisci: uno nero, uno marrone-rossiccio,
l'altro bianco con puntini grigi.
- Apra la mano destra - disse la Signora, e quando pap obbed lei
svit il coperchio del flacone e gli fece cadere i ciottoli nel palmo della
mano. - Li rigiri in mano per un po' - gli ordin lei.
Pap fece un sorriso nervoso mentre faceva quello che gli era stato ordi-
nato. - Vengono dallo stomaco del Vecchio Mos?
- No. Sono solo vecchi ciottoli che ho trovato. Continui a rigirarli nel
palmo della mano.
- Ah - disse pap, facendo ruotare i ciottoli-scacciapensieri nella ma-
no.
La mamma e io eravamo in piedi, in un angolo, per lasciare alla Signora
tutto lo spazio che le era necessario per quello che doveva fare. Qualunque
cosa fosse. Io non sapevo cosa aspettarmi. Forse una di quelle cerimonie
alla luce delle torce, in cui la gente danza in cerchio gridando. Ma non fu
affatto cos. La Signora si mise a mescolare le carte e, da come lo faceva,
pensai che fosse stata lei a insegnare il mestiere a Maverick. - Mi raccon-
ti dei suoi sogni, Tom - disse, mentre le carte producevano un suono rit-
mico e frusciante tra le sue abili dita.
Pap lanci un'occhiata verso di noi, a disagio. - Vuole che escano? -
chiese la Signora, ma lui scosse la testa. - Sogno - cominci - la mac-
china che finisce nel Saxon's Lake. E poi sono nell'acqua anch'io e attra-
verso il vetro vedo la faccia dell'uomo morto, la sua faccia... tutta maciul-
lata, il polso ammanettato, la corda di pianoforte intorno alla gola. E la
macchina sta affondando, l'acqua la riempie e lui... - Pap dovette inter-
rompersi. I ciottoli urtavano uno contro l'altro nel palmo della sua mano.
- Lui mi guarda e sorride. Con quel terribile ghigno sulla faccia sfondata.
E quando parla  come... il fango che gorgoglia.
- Che cosa dice?
- Dice... Vieni con me, gi nelle tenebre. - Il viso di pap era il ri-
tratto del dolore e guardarlo mi faceva male. -  questo che dice. E poi:
Vieni con me, gi nelle tenebre. E allunga una mano verso di me, la
mano che non  ammanettata al volante. Mi afferra e io mi tiro indietro
perch sono terrorizzato all'idea che mi tocchi. E poi il sogno finisce.
- Fa altri sogni ricorrenti?
- Qualcuno. Pi frammentari e non impressionanti come questo. A vol-
te, sogno di udire un piano che suona. A volte, sogno qualcuno che grida
qualcosa, ma sono solo farfugliamenti. Di quando in quando, vedo un paio
di mani che stringono quel cavo di metallo e un oggetto che sembra un so-
lido manganello di legno tutto rivestito di nastro adesivo nero. Ci sono an-
che dei volti, ma sono confusi, come se li vedessi con gli occhi annebbiati
di sangue o come se non riuscissero a mettere a fuoco. Ma questi sogni
non sono cos frequenti come quello dell'uomo nella macchina.
- Rebecca le ha detto che ricevo anch'io alcuni di questi frammenti? -
Continu a mischiare le carte. Era un suono ipnotico, rilassante. - Sento
suonare un piano, sento gridare e vedo la corda di pianoforte e il "castiga-
bianchi". Ho visto anche il tatuaggio, ma nient'altro di quell'uomo. - Fece
un debole sorriso. - Lei e io siamo sintonizzati sulla stessa lunghezza
d'onda, Tom, ma lei riceve pi di me. Come se lo spiega?
- Pensavo che fosse lei l'esperta - disse pap.
- Lo sono. Dovrei esserlo. Ma tutti hanno occhi per sognare, Tom. Tut-
ti vedono quadratini di questo o di quel patchwork. Lei  molto vicino a
questo in particolare, pi vicino di quanto lo sia io. Ecco perch.
Pap continu a rigirare i ciottoli nella mano. La Signora mescolava le
carte e aspettava.
- All'inizio - riprese lui - facevo questi sogni appena andavo a dor-
mire. Con l'andar del tempo hanno cominciato ad arrivare quando non ero
neppure addormentato, o durante il giorno. Ho una fugace visione di quella
macchina e del volto dell'uomo e lo sento che mi chiama. Sento la sua vo-
ce gorgogliante e... e sono sull'orlo dell'esaurimento nervoso perch non
riesco a togliermela dalla mente. Non riesco a riposare. Resto alzato tutta
la notte, terrorizzato di addormentarmi per paura di... - lasci la frase in
sospeso.
- S? - lo esort la Signora.
- Per paura di... sentire la voce del morto e di fare quello che lui vuole.
- E cosa sarebbe, Tom?
- Io credo lui voglia che io mi uccida - disse pap.
La Signora smise di mescolare le carte. La mamma mi afferr la mano e
me la strinse.
- Io credo che... voglia che io vada al lago e mi anneghi. Io credo che
voglia che io vada con lui, gi nelle tenebre.
La Signora lo guard con un'espressione intensa, con gli occhi color
smeraldo che riflettevano la luce. - Perch dovrebbe volere una cosa si-
mile, Tom?
- Non lo so. Forse vuole un po' di compagnia. - Cerc di sorridere,
ma la sua bocca non ne volle sapere.
- Devo riflettere molto, molto attentamente. Sono quelle le parole esat-
te?
- S. Vieni con me, gi nelle tenebre. Le pronuncia come con un
gorgoglio, perch credo che abbia la mascella rotta o la bocca piena di
sangue, o di fango o d'acqua, ma... s, le parole sono quelle.
- Nient'altro? La chiama per nome?
- No. Nient'altro.
- Sa,  bizzarro, non crede? - chiese la Signora.
Pap emise un grugnito. - Vorrei sapere cosa c' di tanto bizzarro!
- Questo: se il morto ha la possibilit di parlare con lei, di farle giunge-
re un messaggio, perch lo spreca per chiederle di suicidarsi? Perch non
le dice chi l'ha ucciso?
Pap sbatt le palpebre. Smise di rigirare i ciottoli. - Io... io non ci ho
mai pensato.
- Ci pensi, allora. Il morto ha una voce, anche se confusa. Perch non
le dice il nome del suo assassino?
- Non saprei. Forse me lo direbbe se potesse.
- Potrebbe farlo. - La Signora annu. - Se stesse parlando con lei,
voglio dire.
- Non la seguo.
- Forse - disse - c' una terza persona sintonizzata come noi.
Il volto di pap registr questa nuova possibilit. Lo stesso accadde per
la mamma e me.
- L'uomo morto non sta parlando con lei, Tom - disse la Signora. -
Sta parlando con il suo assassino.
- Lei... vuol dire che...
- Che lei capta i sogni dell'assassino, come io capto io suoi. Mise-
ricordia! Lei ha un forte potere onirico, Tom!
- Lui non vuole... che io mi uccida... perch... non potrei tirarlo fuori?
- No - disse la Signora. - Di questo sono sicura.
Pap si port la mano libera alla bocca. Gli occhi gli si velarono di la-
crime e sentii la mamma singhiozzare. Lui sporse la testa in avanti e una
lacrima cadde sul tavolino.
- Stiamo incidendo in profondit - disse la Signora e gli mise una
mano sulla fronte. - Fa molto male, vero?  come rimuovere un cancro.
- S - disse lui con voce rotta. - S.
- Se vuole uscire a fare due passi, faccia pure.
Le spalle di pap tremarono. Ma si stava alleggerendo di quel peso, ton-
nellata dopo tonnellata. Fece un respiro profondo, rumoroso, come il respi-
ro di qualcuno che  appena riaffiorato con la testa dall'acqua scura. - Sto
bene - disse, ma non alz il viso. - Mi dia solo un minuto.
- Tutti i minuti che le servono.
Alla fine alz lo sguardo. Era di nuovo l'uomo di un attimo prima, il vol-
to era ancora coperto di rughe, il mento un poco pendente. Ma nei suoi oc-
chi si vedeva nuovamente un ragazzo, e lui era libero.
- Le interessa scoprire chi potrebbe essere l'assassino? - gli chiese la
Signora.
Pap annu.
- Ho tanti amici sull'altra sponda del fiume. Quando si arriva alla mia
et, se ne ha pi di l che di qua. Vedono tante cose e a volte me le raccon-
tano. Ma si divertono a giocare con me. A loro piace farmi qualche indo-
vinello. E cos  difficile che rispondano direttamente alle mie domande: 
sempre una risposta enigmatica, ma  la verit. Vuole coinvolgerli in que-
sta faccenda? - Sembrava una domanda che lei era solita fare spesso.
- Credo di s.
- O s o no, non si pu restare nel vago.
Dopo una breve esitazione, mio padre rispose: - S.
La Signora apr la scatola di filigrana d'argento e fece cadere sei piccole
ossa sul tavolo. - Posi i ciottoli - disse - e prenda quelle nella mano
destra.
Pap guard con aria disgustata ci che aveva davanti. - Devo proprio?
La Signora fece una pausa. Poi sospir e disse. - No.  solo per entrare
nell'atmosfera, tutto l. - Rimise le ossa nella scatola d'argento, usando il
taglio della mano. La chiuse e la mise da parte. Quindi, frug nuovamente
nella borsa da medico. Questa volta tir fuori una bottiglietta piena di un
liquido chiaro e un sacchetto di batuffoli di cotone. Li pos davanti a s e
apr la bottiglietta. - Deve posare i ciottoli in ogni caso. Mi dia l'indice.
- Perch?
- Perch glielo lo dico io.
Lui obbed. La Signora apr la bottiglietta e la rovesci, tenendo un ba-
tuffolo di cotone sull'apertura. Quindi pass il cotone sulla punta dell'indi-
ce di pap. - Alcool - spieg. - L'ho avuto dal dottor Parrish. - Pos
il foglio di carta Nifty sul tavolo. Quindi svolse l'oggetto avvolto nel tessu-
to blu. Era un bastoncino con due aghi a una estremit. - Tenga il dito
fermo - gli disse, mentre prendeva in mano l'attrezzo.
- Che cosa sta facendo? Non vorr pungermi con quei...
Gli aghi scesero veloci e con una certa violenza sulla punta del dito di
pap. - Ahia! - esclam. Anch'io avevo sussultato, con l'indice che mi
pungeva per un dolore immaginario. Il sangue prese a uscire immediata-
mente dai buchi. - Non faccia cadere il sangue su quel foglio - gli disse
la Signora. Con movimenti veloci, si pass l'alcool sul proprio dito indice e
con la sinistra cal gli aghi. Anche il suo sangue prese a uscire. E allora
disse. - Formuli le sue domande. Non a voce alta, mentalmente, ma chia-
ramente. Le formuli come se si aspettasse una risposta. Su, lo faccia.
- Fatto - disse pap dopo qualche secondo. - E ora?
- In che data la macchina  caduta nel Saxon's Lake?
- Il sedici marzo.
- Faccia colare otto gocce di sangue al centro del foglio. Non sia tir-
chio. Otto gocce. Non una di pi, non una di meno.
Pap si premette il dito e il sangue cominci a gocciolare. La Signora
aggiunse sul foglio bianco otto gocce del suo. - Per fortuna non  succes-
so il trentuno - disse pap.
- Prenda il foglio con la sinistra e lo accartocci con il sangue all'interno
- gli ordin la Signora, ignorando la sua battuta. Pap fece come gli era
stato detto. - Lo tenga stretto e ripeta la domanda a voce alta.
- Chi ha ucciso l'uomo al Saxon's Lake?
- Lo tenga ben stretto - gli disse la Signora, premendo un altro batuf-
folo di cotone sul dito che sanguinava.
- I suoi amici sono qui in questo momento? - chiese pap, tenendo il
foglio accartocciato nel pugno della mano sinistra.
- Lo scopriremo presto, cosa ne dice? - Tese verso di lui il palmo del-
la mano sinistra aperto. - Me lo dia. - Quando lo ebbe in mano, disse
dura, rivolta all'aria: - E ora non fatemi fare la figura della stupida. Que-
sta  una domanda importante e merita una risposta. E niente indovinelli.
Una risposta che riusciamo a capire. Volete aiutarci o no? - Attese forse
altri quindici secondi. Poi pos il foglio di carta accartocciato sul tavolino.
- Lo apra - disse.
Pap lo prese. Mentre cominciava a stenderlo, il cuore prese a battermi
forte. Se ci fosse stato scritto Dottor Lezander a lettere di sangue, sarei ri-
masto senza parole.
Quando il foglio fu aperto, la mamma e io ci avvicinammo per guardare
al di sopra delle spalle di pap. C'era una grossa macchia di sangue al cen-
tro e altre macchie tutto intorno. In quel pasticcio non si leggeva un nome
neanche a morire. Quindi la Signora prese una matita dalla borsa e osserv
il foglio per un momento, dopo di che cominci a giocare a "La pista cifra-
ta".
- Io non vedo niente - disse pap.
- Abbia fede - gli disse lei. Io osservavo la punta della matita, muo-
versi a unire i puntini di sangue. Vidi una lunga linea curva andare verso
l'esterno e poi subito piegare verso l'interno.
All'improvviso mi resi conto che era un 3.
La punta della matita continu a muoversi e a curvarsi. Fuori e dentro.
Fuori e dentro. Un altro 3. E poi non ci furono pi puntini di sangue da
collegare.
- Ecco - disse la Signora. Aggrott le sopracciglia. - Due 3.
- Non  certo un nome, eh? - chiese pap.
- Mi hanno fatto un altro indovinello, ecco cos'hanno fatto! Accidenti,
vorrei che una volta ogni tanto rendessero le cose un po' pi facili! - Pos
la matita con aria seccata. - Be', questo  tutto quello che potevamo ave-
re.
- Tutto l? - Pap si succhi il dito ferito. -  sicura di aver fatto tut-
to giusto?
Le parole non possono descrivere lo sguardo che lei gli lanci.
- Due 3 - disse. - Questa  la risposta. Tre e tre. Magari  un 33. Se
riusciamo a scoprire cosa significa, abbiamo il nome dell'assassino.
- Non mi viene in mente nessuno che abbia un nome e un cognome di
tre lettere. O forse  un indirizzo?
- Non lo so. Tutto quello che so  quello che vedo: un tre e un altro tre.
- Fece scivolare il foglio verso di lui: era tutto suo, se l'era guadagnato
con fatica e dolore. - Questo  tutto ci che posso fare per lei. Mi dispia-
ce, ma non c' altro.
- Spiace anche a me - disse pap, prese il foglio e si alz.
Quindi la Signora abbandon la sua aria professionale e divenne pi so-
cievole. Disse che sentiva odore di caff appena fatto e che c'era un rotolo
alla cioccolata della pasticceria della signora Pearl. Pap che, prima di ve-
nire dalla Signora, aveva mangiato come un uccellino, si sbaf due enormi
pezzi di dolce e li mand gi con due tazze di caff nero alla cicoria. Lui e
l'Uomo Luna parlarono del giorno che i Blaylock erano stati stanati alla
fermata dell'autobus, e pap rise al ricordo di Biggun che scappava davanti
a una sacca piena di innocue bisce verdi.
Mio padre stava bene ed era di nuovo lui. Forse persino meglio di com'e-
ra prima.
- Grazie - disse pap alla Signora mentre eravamo davanti alla porta
pronti ad andarcene. La mamma le strinse la mano e la baci sulle guance
color ebano. La Signora mi guard con i suoi scintillanti occhi color sme-
raldo. - Vuoi sempre diventare uno scrittore? - mi chiese.
- Non lo so - dissi.
- A me sembra che uno scrittore abbia in mano tante chiavi - disse.
- Ha l'opportunit di visitare un sacco di mondi e di vivere un sacco di vi-
te. A me sembra che uno scrittore abbia la possibilit di vivere per sempre,
se  bravo e fortunato. Non ti piacerebbe, Cory? Non vorresti vivere per
sempre?
Ci pensai su. Per sempre, come il paradiso, era un tempo terribilmente
lungo. - No, signora - decisi. - Penso che potrei stancarmi.
- Bene - mi disse, posandomi una mano sulla spalla. - A me sembra
che la voce di uno scrittore sia immortale. Anche se un ragazzo e un uomo
non lo sono. - Venne col viso vicino al mio. Sentivo il calore della sua
pelle, come il sole che si irradiava dalle sue ossa.
- Sarai baciato da un sacco di ragazze - disse. - E bacerai un sacco
di ragazze. Ma ricordati di questo. - Mi diede un bacio, molto molto leg-
gero, sulla fronte. - Ricordati, quando scambierai tutti quei baci con le
ragazze e le donne nelle estati che ti aspettano, che sei gi stato baciato
prima - e qui il suo bellissimo volto antico sorrise - da una signora.
Quando arrivammo a casa, pap si sedette con l'elenco telefonico davan-
ti a s, spulciando i nomi, cercando gli indirizzi con un 33. C'erano due
privati e un esercizio commerciale: Phillip Caldwell al 33 di Ridgeton
Street, J.E. Grayson al 33 di Deerman Street, e il Crafts Barn al 33 di Mer-
chants Street.
Pap disse che il signor Grayson frequentava la nostra chiesa ed era sui
novant'anni. Pensava che Phillip Caldwell fosse un venditore alla Western
Auto di Union Town. Il Crafts Barn, disse la mamma, era gestito da una
donna dai capelli turchini di nome Edna Hathaway. Dubitava fortemente
che la donna, che camminava con l'aiuto di un girello, avesse qualcosa a
che fare con quanto era accaduto a Saxon's Lake. Pap decise che valeva la
pena di fare una visita a casa del signor Caldwell e pens di andare l'indo-
mani mattina presto prima che l'uomo uscisse per andare al lavoro.
Un mistero riusciva sempre a tirarmi gi dal letto presto. Quando la sve-
glia faceva le sette ero gi vispo e sveglio; pap disse che potevo andare
con lui, ma che non dovevo dire una parola mentre lui parlava con il signor
Caldwell.
Durante il tragitto, pap disse che sperava che io capissi che doveva rac-
contare al signor Caldwell una bugia necessaria. Io finsi di essere stupito e
scioccato, ma ultimamente il numero delle mie bugie necessarie era piutto-
sto aumentato e quindi non potevo certo sentirmi deluso da lui. E poi, era
per una giusta causa.
La casa di mattoni rossi del signor Caldwell, quattro isolati pi in gi
della stazione di servizio, era piccola e anonima. Parcheggiammo il ca-
mioncino di fianco al marciapiedi e seguii pap fino alla porta. Suon il
campanello e aspettammo. Venne ad aprire una donna di mezz'et con le
guance sporgenti e gli occhi assonnati. Indossava ancora una vestaglia rosa
trapuntata. - Scusi,  a casa il signor Caldwell? - chiese pap.
- Phillip! - chiam la donna. - Phillleeepp! - Aveva una voce che
ricordava lo stridere di una sega circolare.
Un attimo dopo comparve sulla porta un uomo con i capelli grigi, con un
farfallino, calzoni marroni e un maglione color ruggine.
- S?
- Salve, sono Tom Mackenson. - Pap gli porse la mano e il signor
Caldwell gliela strinse. -  lei che lavora alla Western Auto di Union
Town? Il cognato di Rick Spanner?
- Esatto. Conosce Rick?
- Lavoravamo insieme alla Green Meadows. Come se la passa?
- Meglio, ora che ha trovato un altro lavoro. Per ha dovuto trasferirsi
a Birmingham. Mi fa pena, a me non piacerebbe vivere in una grande citt.
- Neanche a me. Bene, il motivo per cui sono passato da lei cos presto
 che... anch'io ho perso il posto al caseificio. - Pap fece un sorriso tira-
to. - Ora lavoro da Big Paul's Pantry.
- Ci sono stato. Che posto enorme.
- Gi. Un po' troppo per me. Mi stavo chiedendo se... hmm... se... -
Non riusciva a dire neanche una bugia necessaria. - Se ci fosse un qual-
che posto disponibile alla Western Auto.
- No, non che io sappia. Abbiamo assunto uno nuovo lo scorso mese.
- Aggrott le sopracciglia. - Come mai non  andato direttamente l a
chiedere?
Pap alz le spalle. - Perch pensavo di risparmiare quelli della benzi-
na.
- Dovrebbe andare, invece, e compilare una domanda di assunzione.
Non si sa mai cosa pu venirne fuori. Il direttore si chiama signor Addi-
son.
- La ringrazio. Magari lo far.
Il signor Caldwell annu. Pap non si mosse dalla soglia. - Posso fare
altro per lei?
Gli occhi di pap stavano scrutando il volto dell'uomo. Il signor Cal-
dwell alz le sopracciglia, aspettando. - No - disse pap e capii dalla
sua voce che non aveva trovato la risposta che cercava. - Credo di no. La
ringrazio comunque.
- Bene. E venga a fare la domanda, il signor Addison la terr in evi-
denza.
- D'accordo. Me ne ricorder.
Sul camioncino, pap avvi il motore e disse: - Credo che sia stato un
fiasco, non pensi?
- S. - Io avevo cercato di immaginare che cosa potessero aver a che
fare i numeri 3 e 3 col dottor Lezander, ma anch'io avevo fatto cilecca.
Pure il nostro camioncino, a quanto sembrava. - Oh-oh! - Pap diede
un'occhiata all'indicatore di livello del carburante. - Sar meglio che mi
fermi a fare il pieno! Non pensi? - Mi sorrise e io ricambiai il sorriso.
Alla stazione di servizio, il signor Hiram White usc, strascicando i pie-
di, dalla sua cattedrale di cinghie di trasmissione e radiatori e cominci a
pompare la benzina. - Bella giornata - comment, guardando il cielo
azzurro. Si era di nuovo messo a far freddo, per: gennaio mordeva il fre-
no, come un cavallo impaziente.
- Gi, proprio - convenne pap, appoggiandosi al camioncino.
- Niente sparatorie, oggi, eh?
- Penso di no.
Il signor White sorrise. - Le assicuro che  stato pi eccitante che alla
televisione!
- Io ringrazio il cielo che nessuno sia rimasto ucciso.
-  stato un bene che l'autobus non sia arrivato durante la sparatoria.
Allora s che ci sarebbero stati dei morti da raccogliere!
- Giusto come la pioggia.
- Ha sentito che l'autobus  stato colpito da quel mostro sulla Route 10,
vero?
- Certo. - Pap guard l'orologio.
- Lo ha quasi fatto capottare. Lo sa che Cornelius McGraw guida il
vecchio trentatr da otto anni?
- Non lo conosco di persona.
- Be', mi ha raccontato che quel mostro era grosso come un bulldozer,
e che correva veloce come un cervo. Ha detto che ha cercato di scartare,
ma la bestia li ha colpiti di fianco e l'autobus  quasi andato in pezzi nel-
l'urto. Hanno dovuto togliere l'autobus dalla circolazione.
- Davvero?
- Sicuro! - Il signor White fin di pompare ed estrasse la pistola dal
bocchettone del serbatoio. Pul l'estremit con uno straccio in modo che le
gocce di benzina non macchiassero la vernice del camioncino. - Ora sulla
linea c' un autobus nuovo, e lo guida sempre Corny. Ed  sempre il vec-
chio numero trentatr, quindi le cose non sono cambiate di molto, eh?
- Non saprei - disse pap e pag l'uomo.
- Statemi bene! - ci disse il signor White mentre ci allontanavamo.
Eravamo a met strada sulla via di casa quando pap disse: - Credo che
farei meglio a controllare nuovamente l'elenco del telefono. Forse mi 
sfuggito qualcosa. - Mi lanci un'occhiata, poi si volt nuovamente a
guardare la strada. - Avevo torto, a proposito della Signora, Cory. Non 
cattiva, vero?
- No.
- Sono contento di essere andato. Mi sento pi leggero, ora, sapendo
che quell'uomo non sta chiamando me. Mi dispiace per la persona che sta
chiamando, chiunque essa sia, per. Quel povero diavolo deve dormire da
schifo, ammesso che dorma.
" un nottambulo" pensai. Era giunta l'ora. - Pap? - dissi. - Credo
di sapere chi...
- Misericordia! - grid tutto d'un tratto pap e fren cos forte che il
camioncino sband e fin sul prato di una casa. Il motore sobbalz e quindi
si spense. - Hai sentito cosa ha detto il signor White? - La voce di pap
tremava per l'eccitazione. - Trentatr! Il vecchio numero trentatr!
- Come?
- L'autobus della Trailways, Cory!  il numero trentatr! Ero l che lo
sentivo parlare, ma non ascoltavo! Pensi che i due numeri potrebbero si-
gnificare quello?
Ero onorato che chiedesse la mia opinione, ma fui costretto a rispondere:
- Non lo so.
- Be', l'assassino non pu essere il signor Cornelius McGraw. Non vive
neanche da queste parti. Ma che cosa ha a che fare l'autobus con la persona
che ha ucciso l'uomo di Saxon's Lake? - Cominci a pensare, con le mani
che stringevano forte il volante. Dopo un po', sul portico usc una donna
con una scopa in mano e si mise a gridare di togliere di mezzo il camion-
cino prima che chiamasse lo sceriffo, e cos ce ne dovemmo andare.
Tornammo alla stazione di servizio. Il signor White usc di nuovo. -
L'avete finito in fretta quel pieno, eh? - ci chiese. Ma pap era interessato
solo a fare il pieno di informazioni per soddisfare la sua curiosit. Chiese
al signor White quando sarebbe passato il trentatr e l'uomo gli rispose che
sarebbe dovuto passare di l il giorno dopo verso mezzogiorno.
Pap disse che si sarebbe trovato l.
A cena, disse alla mamma che forse si sbagliava, ma che sarebbe andato
alla stazione di servizio a mezzogiorno. Non era il signor Cornelius
McGraw che voleva vedere, era curioso di sapere chi arrivava a Zephyr
con l'autobus e chi partiva.
Mentre mezzogiorno si avvicinava io ero l con lui. Il signor White ci
stava facendo impazzire a furia di spiegarci quanto fosse difficile trovare
della buona pasta lavamani per togliersi il grasso di dosso. E poi pap dis-
se: - Eccolo che arriva, Cory - e usc dall'ombra fredda nella frizzante
luce del sole per andargli incontro.
L'autobus della Trailways, con il numero 33 sul cartello sopra il pa-
rabrezza, ci pass di fianco senza neppure rallentare, anche se l'autista
suon il clacson e il signor White lo salut con la mano.
Pap lo guard allontanarsi. Ma si volt verso il signor White e, dall'e-
spressione ferma del suo volto, capii che ormai era un uomo con una mis-
sione da compiere. - L'autobus ripassa dopodomani, vero, Hiram?
- Certo. A mezzogiorno, come sempre.
Pap alz un dito e lo batt sulle labbra, socchiudendo gli occhi. Sapevo
cosa stava pensando: come avrebbe fatto ad aspettare l'autobus i giorni in
cui era di turno da Big Paul's Pantry?
- Hiram - disse alla fine - hai bisogno di una mano qui in giro?
- Be', io... veramente non so se...
- Prendo un dollaro all'ora - disse pap. - Far benzina, pulir il ga-
rage, far tutto quello che mi chiedi. Se vuoi che faccia dello straordinario,
per me va bene. Un dollaro all'ora. Cosa ne dici?
Il signor White grugn e guard verso il garage ingombro. - Veramente
dovrei fare un po' di inventario: ganasce dei freni, guarnizioni, manicotti di
radiatore e mi farebbe comodo qualcuno pi in forma di me. - Questo,
detto dal Quasimodo delle cinghie di trasmissione. - Il posto  tuo, se lo
vuoi. Si comincia alle sei del mattino, ti va bene?
- Ci sar - disse pap stringendo la mano al signor White.
Mio padre era un uomo pieno di risorse.
L'autobus pass ancora una volta senza neanche toccare i freni. Ma sa-
rebbe passato altre volte, a mezzogiorno in punto, come sempre, e mio pa-
dre sarebbe stato l.
Arriv la vigilia di Capodanno e guardammo alla televisione i festeg-
giamenti di Times Square. Allo scoccare della mezzanotte, qualcuno fece
partire dei fuochi artificiali sopra Zephyr, le campane della chiesa suona-
rono, e i clacson delle auto si fecero sentire. Era iniziato il 1965. A Capo-
danno mangiammo lenticchie perch ci portassero argento, e foglie di ca-
volo perch ci portassero oro, poi guardammo le partite di football finch
non ci fece male il sedere. Pap era seduto in poltrona con un notes in
grembo e, bench urlasse e strepitasse per la sua squadra, continuava a sca-
rabocchiare con la biro 33... 33... 33, in un mosaico di cifre concatenate.
La mamma mugugnava e gli diceva di metter gi quella penna e di rilas-
sarsi. Per un po' lui le obbed, ma presto riprese la penna in mano. Dal mo-
do in cui lei lo guardava, capivo che era nuovamente preoccupata per lui: il
vecchio numero trentatr stava diventando per lui un'ossessione quanto lo
era stato il brutto sogno. Gli capitava ancora, naturalmente, ma ora sapeva
che l'uomo morto non stava chiamando lui e questo faceva una grande dif-
ferenza. Penso, per, che nel caso di mio padre ci volesse un'ossessione
per scacciarne un'altra.
Ben, Johnny e io tornammo a scuola come tutti quelli della nostra gene-
razione. Scoprii che avevamo una nuova insegnante. Si chiamava signori-
na Fontaine, ed era giovane e bella come la primavera. Fuori dalle finestre,
per, l'inverno cominciava a infuriare.
Un giorno s e uno no, mio padre usciva dall'ufficio della stazione di
servizio, vento, neve o sole che fosse. Col cuore in tumulto, guardava av-
vicinarsi l'autobus della Trailways, il vecchio numero 33 guidato da Cor-
nelius McGraw.
Ma l'autobus non si fermava. Mai. Tutte le volte proseguiva, diretto in
qualche altro posto.
Allora pap tornava nell'ufficio, dove spesso giocava a domino con il si-
gnor White, e si sedeva su una sedia traballante, in attesa della mossa suc-
cessiva.
6
L'estraneo tra noi
Gennaio avanz, freddo come una tomba.
Alle undici di mattina di sabato 16 gennaio, salutai la mamma e uscii in
sella a Razzo, diretto al Lyric dove dovevo incontrarmi con Ben e Johnny.
Il cielo era buio e nell'aria si sentiva la minaccia di una pioggia gelida. Ero
imbacuccato come un eschimese, ma al cinema mi sarei liberato di giacca
e guanti. Il film in programmazione si intitolava L'inferno  per gli eroi, e
sul manifesto si vedevano i visi sudati di soldati americani acquattati dietro
a mitragliatrici e bazooka, in attesa dell'attacco nemico. Dopo quella carne-
ficina, c'erano in programma un cartone animato di Daffy Duck, e la nuova
puntata di Combattenti di Marte. La puntata precedente era finita con i no-
stri eroi che stavano per essere schiacciati da un enorme masso che cadeva,
in fondo al pozzo di una miniera marziana. Io avevo gi indovinato la loro
via di fuga: all'ultimo momento si sarebbero arrampicati su per una galle-
ria, prima nascosta, sfuggendo cos al loro destino schiacciante.
Andando verso il cinematografo, feci una deviazione che mi fu fatale.
Mi diressi verso la casa del dottor Lezander.
Non lo avevo pi visto in chiesa dopo la vigilia di Natale, da quando lo
avevo chiamato "uomo degli uccelli" e lo avevo guardato fisso negli occhi
gelidi. Cominciavo a chiedermi se lui e la signora Lezander non fossero
volati via dalla gabbia. Avevo iniziato parecchie volte a raccontare a pap
dei miei sospetti, ma lui aveva in mente il trentatr, mentre io avevo in
mano solo una piuma verde e due pappagalli morti. Mi fermai in fondo al
vialetto d'accesso e rimasi a osservare la casa. Era buia. Che fosse vuota?
Chiss. Forse il dottore e la moglie avevano sbaraccato nel cuore della not-
te, messi in allarme da ci che io potevo sapere? Continuai a guardare: non
c'era segno di vita. Gli eroi e i combattenti potevano aspettare. Io dovevo
sapere. Cos mi avviai in sella a Razzo su per il vialetto che portava alla
casa. Andai sul retro. Il cartello che diceva SI PREGA DI TENERE GLI
ANIMALI AL GUINZAGLIO era ancora al suo posto. Lasciai Razzo sul
cavalletto e sbirciai dentro la finestra pi vicina.
Buio, e solo buio. All'inizio vidi solo sagome di mobili, ma non appena i
miei occhi si abituarono all'oscurit riuscii a distinguere anche i dodici uc-
cellini di ceramica appollaiati sul piano. Era la stanzetta in cui si trovavano
le gabbie degli uccelli. Lo studio del dottor Lezander era al piano di sotto,
pi vicino all'inferno. Non potevo fare a meno di immaginare la signora
Lezander seduta al piano, mentre continuava a suonare Beautiful Dreamer,
con il pappagallo blu e il pappagallo verde che svolazzavano impazziti nel-
le loro gabbie, le urla e le imprecazioni che arrivavano nella saletta dalla
bocchetta di ventilazione. Ma perch le imprecazioni erano in tedesco?
Qualcosa mi illumin. Il cuore prese a martellarmi forte nel petto: mi
sentivo come un carcerato scoperto dalla ronda durante il tentativo di fuga.
Mi voltai e vidi i fari di una macchina che si fermava vicino al portico sul
retro. Era una Buick ultimo modello, verde metallizzata, con un radiatore
cromato che sembrava il ghigno di una bocca dai denti d'argento. Per, il
dottore doveva guadagnare bene. Feci per andare verso Razzo, ma era
troppo tardi. Prima che riuscissi ad alzare il cavalletto, udii una voce chie-
dere: - Chi ? - La signora Lezander scese dalla macchina, la sua mole
resa ancora pi goffa da un cappotto marrone. - Cory, sei tu? - Doveva
aver riconosciuto la mia bicicletta, perch io avevo il colletto della giacca
tirato su.
Ero in trappola. "Calma" pensai. "Calma". - S, signora - risposi. -
Sono io.
-  la Provvidenza che ti manda - disse. - Ti spiacerebbe darmi una
mano? - And verso il lato del passeggero e apr la portiera. - Sono an-
data a fare la spesa.
Mi parve, in quell'attimo, che Razzo mi sussurrasse qualcosa. Parve dire,
con voce suadente ma concitata: Scappa, Cory. Scappa fin che puoi. Ti
porto io, se ti tieni forte.
- Mi aiuti per favore? - La signora Lezander sollev il primo di cin-
que o sei sacchetti della spesa di carta marrone pieni fino all'orlo. Sopra, a
lettere rosse, c'era stampato BIG PAUL'S PANTRY.
- Sto andando al cinema - dissi.
- Ci vorr solo un minuto.
Cosa avrebbe potuto farmi in pieno giorno? Presi il sacchetto. La signora
Lezander, tenendo un altro sacchetto nell'incavo del braccio, infil la chia-
ve nella serratura della porta sul retro. Ci fu un colpo di vento e vidi le fal-
de del suo cappotto sbattere. In quel momento seppi con certezza che era
lei la figura che avevo visto ferma ai margini del bosco.
- Su, entra - disse. - La porta  aperta.
Con la signora Lezander che incombeva dietro di me e un groppo di pau-
ra in gola, varcai la soglia come se entrassi nel pozzo di una miniera.
- Dieci punti - disse il signor White, facendo cadere un'altra tessera
del domino.
- E dieci - disse pap, posando la sua alla fine dello schema a forma
di "L".
- Ti assicuro che non pensavo proprio che avessi quella l! - Il signor
White scosse la testa. - Sei proprio pericoloso, eh?
- Faccio del mio meglio.
Si ud un rumore, come se qualcuno avesse bussato. Il signor White
guard fuori dalla finestra. Le nuvole si erano fatte pi scure e le lampade
della stazione di servizio inondavano di luce il cemento. Piccoli fiocchi di
neve ghiacciata picchiavano contro il vetro. Pap approfitt della pausa per
dare un'occhiata all'orologio sul muro, che segnava dodici minuti a mezzo-
giorno. - Bene, dov'ero rimasto? - Il signor White si gratt il mento, va-
lutando le sue tessere come una sfinge ingobbita. - Ecco qui! - disse e
allung una mano per muovere. - Segna quindici punti a mio fa...
Si sent un sibilo.
Pap guard a sinistra.
L'autobus della Trailways si stava fermando.
- ...vore - concluse il signor White. - Guarda! Guarda! In anticipo,
nonostante la giornata cos bella!
Pap era gi in piedi. Oltrepass la cassa e gli scaffali pieni di olio e ad-
ditivi per la benzina, diretto alla porta. - Deve aver preso il vento di coda!
- disse il signor White. - Oppure Corny ha visto il mostro sulla Route
10 e ha pestato sull'acceleratore!
Pap usc nell'aria fredda. L'autobus si ferm completamente sotto il car-
tello giallo TRAILWAYS BUS. Le porte si aprirono all'infuori, ripie-
gandosi su se stesse, con un sospiro di meccanismi idraulici. - Attenzione
nello scendere, signori! - disse l'autista.
Dall'autobus stavano scendendo due uomini. Il nevischio colpiva pap in
viso e il vento gli turbinava intorno, ma pap tenne la posizione. Uno dei
due uomini era sui sessanta, l'altro sembrava averne la met. Il pi anzia-
no, vestito con un cappotto di tweed e un cappello marrone, portava una
valigia. Il pi giovane, con jeans e giacca beige, aveva una sacca da viag-
gio. - Le auguro un buon soggiorno, signor Steiner - disse Corny
McGraw e l'uomo pi anziano alz la mano coperta da un guanto e mosse
le dita in segno di saluto. Hiram White, che era uscito dall'ufficio, dietro a
pap, salut i due uomini e and verso l'autobus. Si ferm ai piedi dei gra-
dini, guard in su verso il signor McGraw. - Ehi, Corny, vuoi una tazza
di caff caldo?
- No, grazie. Mi rimetto subito in marcia, Hiram. Mia sorella Jenny ha
dato alla luce un bambino stamattina e come finisco la corsa voglio andare
a trovarla.  il terzo figlio, ma  il primo maschio. La prossima volta che
passo ti porto un sigaro.
- Terr il fiammifero pronto. Sta' attento, zio Corny!
- Sicuro - disse. Le porte si richiusero e i due estranei rimasero l, di
fronte a mio padre.
Il pi anziano, il signor Steiner, aveva il volto cheter tutto una ruga, ma
un mento che sembrava di granito. Portava gli occhiali e i fiocchi di neve
ghiacciata gli si erano attaccati alle lenti. - Signore? Mi scusi - disse,
con un accento straniero - c' un albergo?
- Andr bene anche una pensione - disse il pi giovane. Aveva un'in-
cipiente calvizie e la parlata piatta del Midwest.
- Non ci sono alberghi in citt - disse pap - e neanche pensioni.
Non arrivano molti visitatori, da noi.
- Santo cielo! - Il signor Steiner aggrott le sopracciglia. - E allora
dov' l'albergo pi vicino?
- C' un motel a Union Town, lo Union Pines. Si trova... - si inter-
ruppe, col braccio che si alzava per indicare la direzione. - Avete bisogno
di un passaggio?
- Sarebbe veramente gentile da parte sua, signor...?
- Tom Mackenson. - Strinse la mano guantata dell'uomo. Quell'uomo
aveva una presa da stritolare le dita.
- Jacob Steiner - disse l'uomo pi anziano. - E questo  il mio ami-
co, Lee Hannaford.
- Lieto di conoscervi - disse pap.
Il sesto sacchetto era il pi pesante. Era pieno di scatolette di cibo per
cani. - Questo va di sotto - disse la signora Lezander, riponendo gli altri
cibi in scatola negli armadietti in cucina. - Lascialo l sul bancone, lo
porter gi io.
- S, signora.
In cucina la luce era accesa. La signora Lezander si era tolta il cappotto e
sotto a quello portava un triste vestito grigio. Prese un barattolo di caff i-
stantaneo Folger's e lo apr con un gesto veloce. - Posso chiederti - dis-
se, volgendomi l'ampia schiena - perch guardavi dalla finestra?
- Io... ehm... - "Pensa in fretta!" dissi a me stesso. - Ho pensato di
fare un salto perch...
La signora Lezander si volt e mi guard con occhi impassibili e ine-
spressivi.
- ... perch volevo chiedere al dottor Lezander se... se aveva bisogno di
un aiuto nel pomeriggio. Pensavo che avrei potuto fare le pulizie di sotto,
scopare per terra o... - alzai le spalle - ...o qualsiasi altra cosa.
Una mano mi afferr la spalla da dietro.
Ci manc un niente perch urlassi. Ci andai molto vicino. In realt mi
sentii gelare il volto, mentre il sangue defluiva.
- Che giovanotto ambizioso, ti pare, Veronica? - disse il dottor Le-
zander.
- S, Frans. - Si allontan da me e continu a riporre le provviste.
Lui mi lasci andare. Lo guardai. Era evidente che si era appena sveglia-
to: aveva ancora gli occhi gonfi di sonno, e la barba curatissima aveva tut-
to intorno una crescita ispida e grigia. Il dottor Lezander indossava una ve-
staglia di seta rossa sopra al pigiama. Sbadigli e si port alla bocca quella
stessa mano con cui mi aveva stretto la spalla. - Un caff, cara - disse.
- Pi forte lo fai, meglio .
Lei cominci a mettere dei cucchiaini di caff in una tazza con l'imma-
gine di un collie. Fatto questo, apr il rubinetto dell'acqua calda.
- Questa mattina verso le quattro ho preso Berlino Est - le disse. -
C'era una magnifica orchestra che suonava Wagner.
La signora Lezander riemp la tazza di acqua fumante e mescol il con-
tenuto. Porse il caff nero al marito, che prima di berlo ne inal l'aroma. -
Ahhh, s! - disse. - Questo dovrebbe fare effetto! - Ne sorb un primo
piccolo sorso. - Buono e forte! - disse, soddisfatto.
- Sar meglio che vada, ora - dissi, e cercai di svignarmela verso la
porta. - Ben Sears e Johnny Wilson mi aspettano al Lyric.
- Credevo che volessi chiedermi per quel lavoro al pomeriggio.
- Be'... ora farei meglio ad andare.
- Oh, sciocchezze. - Allung un braccio e mi afferr nuovamente.
Aveva dita di acciaio. - Sar felicissimo che tu venga ad aiutarmi nel
pomeriggio, Cory. Anzi, a dir la verit, cercavo un giovane apprendista.
- Davvero? - Non sapevo cos'altro dire.
- Davvero. - Sorrise con la bocca, ma gli occhi erano cauti. - Tu sei
un ragazzo sveglio, no?
- Come?
- Un ragazzo sveglio. Su, non essere cos modesto! Tu vai fino in fon-
do alle cose, no? Quando metti le mani su qualcosa, la scuoti come... come
fa un terrier. - La sua bocca sorrise di nuovo e il dente d'argento luccic.
Prese un'altra sorsata di caff, pi lunga.
- Non capisco cosa intenda dire. - Sentii la mia voce tremare appena.
- Ammiro questa tua qualit, Cory. La determinazione del terrier di ar-
rivare all'origine delle cose.  una bella qualit, per un ragazzo.
- La sua bicicletta  l fuori, Frans - disse la signora Lezander, met-
tendo via alcuni pacchi di Rice-a-Roni, la specialit di San Francisco.
- Portala dentro, ti dispiace?
- Devo andare - dissi e ora la mia voce era realmente strozzata per la
paura.
- Sciocchezze - disse lui, sempre sorridendo - Se si mette a cadere
la pioggia ghiacciata, e sembra proprio una giornata orribile, non vorrai
che la tua bella bicicletta si copra di ghiaccio, eh?
- Io... devo veramente...
- La porter dentro io - disse la signora Lezander e usc. Io guardai la
mano del dottore sulla mia spalla, mentre la donna spingeva Razzo nella
stanzetta.
- Molto bene - disse il dottor Lezander. Bevette dell'altro caff.
- Meglio essere prudenti, no?
La signora Lezander rientr in cucina, succhiandosi il pollice della mano
sinistra. Lo tolse di bocca per far vedere al marito che le usciva il sangue.
- Guarda un po', Frans. Mi sono tagliata con la sua bicicletta. - Lo disse
con un distacco quasi cinico. Il pollice torn in bocca. Il labbro inferiore le
si era sporcato di sangue.
- Visto che sei qui, Cory, potrei farti vedere in che cosa consister il
tuo lavoro, sei d'accordo?
- Ben e Johnny... non mi vedranno arrivare - dissi.
- S, ne sono sicuro. Ma entreranno lo stesso e guarderanno il film, no?
Probabilmente penseranno - si strinse nelle spalle - che  successo
qualcosa. Come succede con i ragazzi. - Le sue dita cominciarono a im-
pastarmi la spalla. - Che film ?
- L'inferno  per gli eroi.  un film di guerra.
- Oh, di guerra! Immagino che parli degli eroici conquistatori america-
ni che schiacciano i miserabili cani tedeschi, vero?
- Frans - disse calma la signora Lezander.
Si scambiarono un'occhiata, dura e tagliente come uno stiletto. L'atten-
zione del dottor Lezander torn su di me. - Andiamo gi di sotto, Cory,
d'accordo?
- La mamma star in pensiero - cercai di dire, ma sapevo che era inu-
tile.
- Ma lei pensa che tu sia al cinema, no? - Sollev le sopracciglia.
- E ora, andiamo di sotto e vediamo per che cosa sono pronto a pagarti
venti dollari alla settimana.
Rimasi senza fiato. - Venti dollari?
- S. Venti dollari per un apprendista abile e capace mi sembra un buon
affare. Andiamo? - La sua mano mi guid per la scala che scendeva. Era
una mano forte, a cui non si poteva resistere. Dovevo andare. Il dottor Le-
zander fece scattare l'interruttore che accendeva la lampadina delle scale e
la luce mi inond. Mentre scendevo, sentii il fruscio della vestaglia di seta
e lo scalpiccio delle pantofole sui gradini. Lo udii sorbire il caff. Era un
suono avido. Avevo paura.
Mio padre non aveva portato Jacob Steiner e Lee Hannaford diretta-
mente allo Union Pines Motel. Strada facendo, mentre tutti e tre sedevano
schiacciati sul sedile del camioncino, con il tergicristalli che spazzava via
il nevischio, aveva chiesto loro se desideravano mangiare qualcosa per
pranzo. Tutti e due avevano risposto di s e fu cos che finirono con l'entra-
re al Bright Star Cafe.
- C' un separ gi in fondo? - chiese pap a Carrie French, e lei li
accompagn al tavolo, lasciando tre men per il pranzo.
Il signor Steiner si tolse i guanti e il cappotto. Portava un abito di tweed
e un gilet grigio pallido. Appese cappotto e cappello all'attaccapanni. I suoi
capelli era bianchi e forti come le setole di una spazzola. Mentre il signor
Steiner si infilava nella panchetta e anche pap si sedeva, l'uomo pi gio-
vane si tolse la giacca. Portava una camicia blu a quadri con le maniche ar-
rotolate sopra ai bicipiti muscolosi. E sul bicipite del braccio destro...
Pap disse: - Oh, mio Dio!
- Cosa c'? - chiese il signor Hannaford. - Non ci si pu togliere la
giacca qui dentro?
- No, no. Non  quello. - Un velo di sudore era comparso sulla fronte
di mio padre. Il signor Hannaford si sedette di fianco al signor Steiner. -
Quel... tatuaggio...
- Cosa c', amico, non ti piace? - Gli occhi grigio ardesia dell'uomo
erano diventati due fessure minacciose.
- Lee? - lo ammon il signor Steiner. - No, no. - Sembrava che di-
cesse a un cane cattivo di stare a cuccia.
- No, no - disse pap. -  solo che... - Faceva fatica a respirare e la
sala si era messa a girare. - ...ho gi visto quel tatuaggio prima di adesso.
I due uomini rimasero in silenzio. Il primo a parlare fu il signor Steiner.
- Posso chiederle dove, signor Mackenson?
- Prima di dirvelo, voglio sapere da dove venite e perch siete qui. -
Pap distolse lo sguardo dal debole contorno di un teschio con le ali che si
aprivano alle tempie.
- Io non lo farei - disse il signor Hannaford, mettendo in guardia l'al-
tro. - Non conosciamo questo individuo.
- Giusto. Non conosciamo nessuno, qui, giusto? - Il signor Steiner si
guard attorno e pap vide che i suoi occhi da falco registravano tutto. Una
decina di persone stavano pranzando e facendo quattro chiacchiere. Carrie
French si stava difendendo dall'allegro flirtare di due agricoltori. La televi-
sione era sintonizzata su una partita di basket. - Come possiamo fidarci
di lei, signor Mackenson?
- Perch non dovreste? - Qualcosa in quell'uomo, il modo in cui si
muoveva, il modo in cui i suoi occhi guizzavano di qui e di l, registrando
tutto, fece s che pap gli chiedesse: - Lei  un poliziotto?
- No, non di professione. Ma in un certo senso, s, lo sono.
- Qual  la sua professione, allora?
- Lavoro... lavoro nel campo della ricerca storica - rispose il signor
Steiner.
Arriv Carrie French, sulle sue lunghe e belle gambe, con il taccuino
pronto per prendere le ordinazioni. - Cosa prendete, oggi?
- Avete delle focacce? - Il signor Hannaford tir fuori un pacchetto di
Lucky Strike dal taschino della camicia.
- Prego?
- Focacce! Ce le avete o no?
- Credo - disse con fare paziente il signor Steiner, mentre il giovane
si accendeva una sigaretta - che da queste parti le chiamino frittelle.
- Non serviamo pi la colazione, a quest'ora, - Carrie fece un sorriso
incerto. - Mi dispiace.
- Allora mi porti un hamburger. - Soffi fuori il fumo dalle narici
strette. - Ges!
-  fresca la zuppa di pollo coi taglierini? - chiese il signor Steiner,
esaminando il men.
-  in scatola, ma  buona lo stesso.
- Io non mangio la zuppa di pollo in scatola, mia cara. - La guard
severamente da sopra le lenti. - Prender un hamburger anch'io. Molto
ben cotto, per favore. - Lo pronunci "fafore".
Pap ordin stufato di manzo e caff. Carrie esit, prima di andarsene.
- Non siete di queste parti, vero? - chiese ai due forestieri.
- Io sono dell'Indiana - disse il signor Hannaford. - Lui ...
- Di Varsavia, Polonia, originariamente. E so parlare da me stesso,
grazie.
- Siete tutti e due ben ben lontani da casa - disse pap quando Carrie
se ne fu andata.
- Ora vivo a Chicago - spieg il signor Steiner.
-  sempre molto distante da Zephyr. - Gli occhi di pap conti-
nuavano ad andare verso il tatuaggio. Sembrava che il giovane avesse cer-
cato di cancellarlo dalla sua pelle. - Quel tatuaggio ha un qualche signifi-
cato?
Lee Hannaford lasci uscire il fumo dall'angolo della bocca. - Significa
- disse - che non mi piace la gente che si impiccia degli affari miei.
Pap annu. Le sue guance stavano diventando rosse per le prime avvi-
saglie di collera. - Ah,  cos?
- S,  cos.
- Signori, per favore - disse il signor Steiner.
- Che cosa diresti di questo, pallone gonfiato? - Pap appoggi i go-
miti sul tavolo e avvicin il viso a quello del giovane. - Che cosa diresti
se ti dicessi che dieci mesi fa ho visto un tatuaggio come il tuo sul braccio
di un uomo morto?
Il signor Hannaford non rispose. Il suo volto rimase imperturbabile, gli
occhi freddi. Tir una boccata dalla sigaretta e lasci uscire il fumo. -
Aveva i capelli biondi? - chiese. - Pi o meno come i miei?
- S.
- Ed era pi o meno della mia corporatura?
- Credo di s.
- Uh-uh. - Il signor Hannaford avvicin la faccia dura verso quella di
mio padre. Quando parl, le parole lasciarono tracce di fumo. - Direi che
hai visto mio fratello.
- ...e queste gabbie devono essere scrupolosamente pulite - stava di-
cendo il dottor Lezander, indicandole. In quel momento erano vuote. - E
cos pure il pavimento. Se vieni tre volte alla settimana, mi aspetto che il
pavimento sia lavato tre volte alla settimana. Dovrai anche dare acqua e
cibo agli animali nei canili, e anche farli muovere. - Io lo seguivo mentre
passava di stanza in stanza nel seminterrato. Di quando in quando, alzavo
gli occhi e vedevo la bocchetta della ventilazione. - Io ordino il fieno a
balle. Dovrai aiutare a scaricare il camion, tagliare il filo di metallo che
tiene insieme le balle, e spargere il fieno nei box dei cavalli. Ti assicuro
che tagliare quel filo di metallo non  una cosa facile.  abbastanza duro
da essere usato come corda di pianoforte. E poi il tuo lavoro includer an-
che le varie commissioni di cui potr aver bisogno. - Si volt verso di
me. - Venti dollari alla settimana, per tre pomeriggi alla settimana, di-
ciamo dalle quattro alle sei. Ti va bene?
- Accidenti! - Non riuscivo a crederci. Il dottor Lezander mi stava of-
frendo una fortuna. - E se vieni anche di sabato, ti pagher cinque dollari
in pi, diciamo dalle due alle quattro. - Sorrise, ma nuovamente solo con
la bocca. Fin di bere il caff e pos la tazza vuota su una gabbia di rete
metallica vuota. - Cory? - dise piano. - Ho due richieste da farti, pri-
ma di affidarti questo lavoro.
Aspettai di sentirle.
- Primo: che i tuoi genitori non sappiano quanto ti pago. Dovrebbero
credere che ti pago... diciamo dieci dollari alla settimana. La ragione di
questo  che... be', so che tuo padre lavora alla stazione di servizio, ora.
L'ho visto l'ultima volta che mi sono fermato a fare benzina. So che tua
madre sta lottando con il suo lavoro di pasticceria. Non sarebbe meglio se
non sapessero quanti soldi porti a casa?
- Pensa che dovrei nascondere loro una cosa simile? - chiesi, me-
ravigliato.
- Naturalmente, la decisione dipende da te. Ma io credo che tua madre
e tuo padre potrebbero essere... ansiosi di dividere con te la tua buona sor-
te, se lo sapessero. E ci sono cos tante cose che un ragazzo pu comprare
con venti dollari alla settimana. L'unico problema  che devi essere discre-
to nei tuoi acquisti. Non potrai spendere tutti i soldi nello stesso posto.
Forse dovr accompagnarti a Union Town o a Birmingham per fare qual-
che acquisto. Non ti viene in mente qualche cosa che ti piacerebbe posse-
dere e che i tuoi genitori non possono comprarti?
Ci pensai su e poi risposi: - No, signore.
Rise, come se questa cosa lo deliziasse. - Ti verr in mente. Con tutti
quei soldi in tasca, sono sicuro che ti verr in mente.
Io non risposi. Non mi piaceva che il dottor Lezander pensasse che io
dovessi nascondere qualcosa ai miei genitori?
- Secondo. - Intrecci le braccia sul petto e vidi la sua lingua ispezio-
nare l'interno della guancia. - C' la questione della signorina Sonya
Glass.
- Come? - Il mio cuore, che si era un po' calmato, riprese a battere
forte.
- La signorina Glass - ripet. - Mi ha portato il suo pappagallo. 
morto di un'infezione al cervello. Proprio qui. - Tocc la gabbia di rete
metallica. - Povera, povera creatura. Ora, succede che Veronica e la si-
gnorina Glass sono nella stessa classe di catechismo. Sembra che la signo-
rina Glass sia rimasta terribilmente perplessa e sconvolta dalle domande
che le hai fatto, Cory. Dice che eri curioso di sapere di una particolare can-
zone, e perch il suo pappagallo avesse... reagito in maniera bizzarra a
quella canzone. - Mi fece un sorriso tirato. - La signorina Glass ha detto
a Veronica che crede che tu conosca un segreto, e voleva sapere se io o
Veronica ne fossimo a conoscenza. E c' anche un altro strano fatto, e cio
che tu hai una piuma verde del pappagallo morto della signorina Katharina
Glass. La signorina Sonya ha detto che non credeva ai suoi occhi quando
l'ha vista. - Cominci a farsi scricchiolare le nocche, guardando verso il
pavimento. - Sono vere queste cose, Cory?
Deglutii a fatica. Anche se avessi detto di no, si sarebbe accorto che
mentivo. - S, signore.
Chiuse gli occhi. Un'espressione addolorata gli pass fugace sul viso e
poi scomparve. - E dove hai trovato quella piuma verde, Cory?
- L'ho trovata... - Era giunto il momento della verit. In quella stanza
percepivo una presenza arrotolata come una serpe, pronta a colpire. Anche
se la luce sul soffitto era potente e violenta, la stanza col pavimento di pia-
strelle sembrava ribollire di ombre. Mi resi conto, all'improvviso, che il
dottor Lezander si era messo tra me e le scale. Aspett, con gli occhi chiu-
si. Se avessi cercato di scappare, la signora Lezander mi avrebbe acchiap-
pato, anche se fossi riuscito a sfuggire al dottore. Ancora una volta, non
avevo scelta. - L'ho trovata al Saxon's Lake - dissi, sfidando il fato. -
Ai margini del bosco, prima del sorgere del sole, il giorno in cui  affonda-
ta quella macchina con l'uomo morto ammanettato al volante.
Il dottor Lezander sorrise, tenendo gli occhi chiusi. Era una visione ter-
ribile. La pelle del suo viso sembrava tirata e umida, e il cranio calvo luc-
cicava sotto la luce. Poi cominci a ridere: una risata lenta che gli sfuggi-
va, quasi gli gorgogliava, fuori dalla bocca. Poi i suoi occhi si aprirono e
mi trafissero. Per pochi attimi ebbe due facce: quella inferiore che sorride-
va, con l'incisivo d'argento, quella superiore che era il ritratto di una furia.
- Bene, bene - disse e scosse la testa, come se avesse sentito la barzel-
letta pi incredibile di questa terra.
- E ora come la mettiamo?
- Ha mai visto quest'uomo, signor Mackenson?
Il signor Stemer aveva tirato fuori il portafoglio, ne aveva estratto un
cartoncino laminato, che ora stava mostrando a mio padre, ancora seduti
nel separ in fondo al Bright Star Cafe.
Era una fotografia sgranata in bianco e nero e ritraeva un uomo con un
soprabito che gli arrivava al ginocchio, che salutava con la mano e sorride-
va verso qualcuno che non era inquadrato. Aveva i capelli scuri tirati al-
l'indietro come una papalina, la mascella squadrata e una fossetta sul men-
to. Dietro all'uomo si vedeva il cofano luccicante di una macchina che
sembrava un pezzo d'antiquariato, come se fosse degli anni Trenta o Qua-
ranta. Pap studi il volto per un momento, osservando con particolare at-
tenzione gli occhi e il sorriso che sembrava una cicatrice bianca. Nono-
stante tutto, per, restava sempre la foto di un estraneo.
- No - disse e spinse la fotografia verso il lato opposto del tavolo. -
Non l'ho mai visto.
- Probabilmente ora ha un altro aspetto. - Il signor Steiner guard la
fotografia, come se osservasse il volto di un vecchio nemico.
- Potrebbe essersi fatto fare una plastica. Il modo pi semplice per
cambiare fisionomia  farsi crescere la barba e rasarsi il cranio. A quel
modo, neanche tua madre ti riconoscerebbe. - Aveva pronunciato matre.
- Non conosco quella faccia. Mi dispiace. Chi ?
- Si chiama Gunther Dschungeltenbren.
- Che cosa? - A pap and il cuore in gola.
- Gunther Dschungeltenbren - ripet il signor Steiner. Lo disse lettera
per lettera e poi lo pronunci ancora.
Pap si appoggi allo schienale della panchetta, con la bocca spalancata.
Afferr il bordo del tavolo per tenersi fermo mentre il mondo turbinava in-
torno a lui. - Mio Dio - sussurr. - Mio Dio. "Vieni con me... gi nelle
tenebre".
- Prego? - disse il signor Steiner.
- Chi ? - La voce di pap era rauca.
Lee Hannaford rispose: -  l'uomo che ha ucciso Jeff, se il corpo in
fondo a quel dannato lago  quello di mio fratello. - Pap aveva racconta-
to loro quanto era accaduto quella mattina del marzo precedente. Il signor
Hannaford sembrava abbastanza inferocito da staccare la testa a un cobra.
Non aveva mangiato molto del suo hamburger, ma in compenso aveva fu-
mato tre Lucky Strike. - Mio fratello, quello stupido di mio fratello, deve
averlo ricattato, da quello che ho capito. Jeff ha lasciato un diario nascosto
nel suo appartamento a Fort Wayne. Era in codice e scritto in tedesco. Ho
trovato il diario in maggio, quando ho lasciato il mio lavoro in California
per mettermi a cercarlo. Solo due settimane fa siamo riusciti a decifrare il
codice.
- Era basato su L'anello dei Nibelunghi di Wagner - disse il signor
Steiner. - Molto, molto complicato.
- Gi,  sempre stato fissato con queste stronzate di codici. - Il signor
Hannaford spense un altro mozzicone di sigaretta sul piatto sporco di
ketchup. - Fin da ragazzo. Era sempre l a studiare scritture segrete e roba
simile. E cos l'abbiamo capito dal diario. Stava ricattando Gunther
Dschungeltenbren, prima cinquecento dollari al mese, poi ottocento, alla
fine mille. E nel diario c'era scritto che Dschungeltenbren viveva a Zephyr,
nell'Alabama. Sotto falso nome, voglio dire. Jeff e quegli altri coglioni lo
avevano aiutato a crearsi una nuova identit, dopo che lui li aveva contatta-
ti. Ma Jeff doveva aver deciso che voleva una ricompensa per il suo di-
sturbo. Nel diario, ha scritto che avrebbe fatto un bel colpo, avrebbe preso
la roba dal suo appartamento e si sarebbe trasferito in Florida. Ha scritto
che partiva con la sua macchina per Zephyr il 13 di marzo. E quella era
l'ultima annotazione. - Scosse la testa. - Mio fratello  stato un pazzo a
lasciarsi coinvolgere in queste cose. Be', anch'io sono stato pazzo allo stes-
so modo.
- Coinvolgere in cosa? - chiese pap. - Non capisco.
- Conosce il significato del termine "neonazista"? - chiese il signor
Steiner.
- So che cos' un nazista, se  questo che mi sta chiedendo.
- Neonazista. Un nuovo nazista. Lee e suo fratello erano membri di u-
n'organizzazione nazista americana che operava in Indiana, Illinois e Mi-
chigan. Il simbolo di quell'organizzazione  il tatuaggio che Lee ha sul
braccio. Lee e suo fratello sono stati iniziati contemporaneamente, ma poi,
dopo un anno, Lee ha lasciato il gruppo e si  trasferito in California.
- Ma suo fratello  rimasto?
- S, accidenti!  persino diventato una specie di capo di un reparto
d'assalto, o qualcosa del genere. Ges, roba da non crederci! Quando era-
vamo nella squadra di football alle superiori eravamo cos americani!
- Ancora non ho capito chi  questo tale Gunther Dschungeltenbren -
disse pap.
Il signor Steiner intrecci le dita delle mani appoggiate sul tavolo. - 
qui che entro in scena io. Lee ha portato a decifrare il diario al Dipartimen-
to di Lingue dell'Indiana University. Un mio amico insegna tedesco, l.
Quando  arrivato a decifrare il nome di Dschungeltenbren, ha mandato il
diario direttamente a me alla Northwestern di Chicago. Io ho cominciato a
lavorare da settembre, partendo da dove lui si era fermato. Forse dovrei
spiegarle che sono il direttore del Dipartimento di Lingue. E sono anche
professore di storia. E, ultimo ma non meno importante, sono anche un
cacciatore di criminali di guerra nazisti.
- Pu ripetere? - chiese pap.
- Criminali di guerra nazisti - ripet il signor Steiner. - Ho contri-
buito a rintracciarne tre negli ultimi sette anni. Bittrich a Madrid, Savel-
shagen a Albany, nello stato di New York, e Geist a Allentown, in Pen-
nsylvania. Quando ho visto il nome Dschungeltenbren ho capito che ero
vicino al quarto.
- Un criminale di guerra? Cosa ha fatto?
- Il dottor Gunther Dschungeltenbren era il direttore medico del campo
di concentramento di Esterwegen in Olanda. Lui e sua moglie Kara deci-
devano chi era in condizioni di lavorare e chi doveva essere gassato. - Il
signor Steiner fece un brevissimo gelido sorriso. - Sa, sono stati loro che
in una mattina soleggiata hanno deciso che io ero idoneo a vivere, ma mia
moglie no.
- Mi dispiace - disse pap.
- Non si preoccupi. Io gli ho dato un pugno che gli ha fatto cadere un
incisivo e ho passato un anno ai lavori forzati. Ma mi ha temprato e sono
ancora vivo.
- Lei... gli ha fatto cadere un incisivo...
- Esatto. Ah, quei due erano proprio una bella coppia. - Il volto del
signor Steiner si alter a quel ricordo doloroso. - Chiamavamo sua mo-
glie "Signora degli uccelli" perch aveva una collezione di dodici uccellini
fatti di argilla mista a polvere di ossa umane. E il dottor Dschungeltenbren,
che originariamente faceva il veterinario a Rotterdam, aveva un'abitudine
veramente bizzarra.
Pap non riusciva quasi a parlare. Si sforz di dire: - Qual era?
- Mentre i prigionieri gli sfilavano davanti diretti alla camera a gas, lui
si inventava dei nomi per loro. - Il signor Steiner aveva socchiuso gli oc-
chi, perso nelle immagini dell'orribile passato. - Erano soprannomi comi-
ci. Ricorder sempre come chiam la mia Veronica, la mia bella Veronica
con i suoi capelli dorati. La chiam "Raggio di sole". Disse Striscia den-
tro, Raggio di sole! Striscia dentro! E lei stava cos male che fu costretta
veramente a strisciare nel suo... - Le lacrime gli riempirono gli occhi. Lui
le scacci subito come un uomo abituato a controllare rigidamente le pro-
prie emozioni. - Mi scusi - disse. - A volte mi comporto in maniera
sconveniente.
- Si sente bene? - chiese Lee Hannaford a mio padre. -  diventato
cos bianco!
- Mi faccia... mi faccia vedere ancora quella fotografia.
Il signor Steiner la fece scivolare davanti a lui.
Pap fece un lungo respiro. - Oh, no - disse. - Oh, no!
Il signor Steiner lo cap dalla voce di pap. - Ora l'ha riconosciuto.
- S. So dove vive. Non  molto lontano da qui. Anzi, non  per niente
lontano. Ma... lui  cos gentile.
- Io conosco la vera natura del dottor Dschungeltenbren - disse il si-
gnor Steiner. - E la vera natura di sua moglie. Lei ne ha avuto una prova
guardando il volto di Jeff Hannaford. Il dottor Dschungeltenbren e Kara,
probabilmente, lo hanno torturato per scoprire chi altri sapeva dove si tro-
vava, o forse volevano sapere del diario e lo hanno picchiato a morte
quando lui non ha voluto dir loro dov'era o chi altri era a conoscenza della
sua esistenza. Quando lei ha guardato il volto di Jeff Hannaford, ha visto
l'animo contorto di Gunther Dschungeltenbren. Io prego Dio che lei non
debba mai pi vedere una cosa simile.
Pap si alz e si frug in tasca in cerca del portafoglio, ma il signor Stei-
ner mise dei soldi sul tavolo. - Vi porter da lui - disse pap e si avvi
verso l'uscita.
- Un ragazzo cos sveglio - disse il dottor Lezander, fermo in piedi tra
me e l'uscita. -  la determinazione del terrier, eh? Trovare quella piuma
verde e andare fino in fondo? Io ti ammiro, Cory, ti ammiro veramente.
- Dottor Lezander? - Mi sentivo il petto stretto da una morsa d'ac-
ciaio. - Io vorrei andare a casa.
Fece due passi in avanti verso di me. Io ne feci altrettanti, indietro.
Si ferm, consapevole del potere che aveva su di me. - Voglio quella
piuma verde. Sai perch?
Scossi la testa.
- Perch hai turbato la signorina Sonya. Le ricorda il passato e a lei
non piace. Il passato dovremmo lasciarcelo alle spalle, Cory. Il mondo do-
vrebbe andare avanti e lasciar perdere le cose del passato, non sei d'accor-
do?
- Io non...
- E invece no, proprio come la piuma verde, il passato deve essere sco-
perto, scoperto e riscoperto. Deve essere rivangato ed esibito, perch tutti
lo vedano. Il passato deve essere messo in mostra, e tutti coloro che hanno
lottato per non annegare in quel fango devono pagare e pagare ancora. Non
 leale, Cory, non  giusto. Capisci?
No, non capivo. Da qualche parte, durante il tragitto, il suo treno era de-
ragliato.
- Eravamo uomini d'onore - disse il dottor Lezander con uno sguardo
febbrile. - Avevamo l'onore. Avevamo l'orgoglio. E guarda cos' il mon-
do oggi, Cory! Guarda cos' diventato! Noi conoscevamo bene la destina-
zione, ma non ci hanno permesso di portarvi il mondo. E ora vedi cos':
caos e volgarit ovunque. Volgari incroci e accoppiamenti che neppure gli
animali accetterebbero. Sai, ho avuto la possibilit di fare il medico per gli
uomini. L'ho fatto. Molte volte. E sai che preferirei inginocchiarmi nel
fango e curare un maiale piuttosto che salvare una vita umana? Perch 
questo che penso della razza umana!  questo che penso dei bugiardi che
ci hanno voltato le spalle e hanno insudiciato il nostro onore.  questo... 
questo che... che penso! - Afferr la tazza con il collie dipinto e la scagli
per terra. Fin sulle piastrelle vicino al mio piede destro e and in mille
pezzi con un rumore di sparo.
Silenzio.
Un attimo dopo la signora Lezander chiam da sopra. - Frans? Cosa si
 rotto, Frans?
"Il suo cervello" pensai io.
- Stiamo parlando - le disse il dottor Lezander. - Stiamo solo par-
lando.
Sentii i suoi passi pesanti, mentre si muoveva.
Poi un suono graffiante, proprio sopra di noi.
Pochi secondi dopo, il piano inizi a suonare.
Il motivo era Beautiful Dreamer. La signora Lezander era veramente una
pianista di talento. Aveva le mani adatte aveva detto la signorina Blue
Glass. Mi chiesi se le sue mani fossero anche abbastanza forti per avvolge-
re il cavo che tiene insieme le balle di fieno intorno alla gola di un uomo e
strangolarlo. Oppure l'aveva fatto il dottor Lezander, mentre la moglie
suonava lo stesso motivo di adesso, nella stanzetta di sopra, e il pappagallo
si era messo a svolazzare e a schiamazzare al ricordo di tanta brutale vio-
lenza?
- Venticinque dollari alla settimana - disse il signor Lezander. - Pe-
r devi portarmi la piuma verde e non devi pi, mai pi, parlarne alla si-
gnorina Sonya Glass. Il passato  morto. E dovrebbe restare sepolto. Non
sei d'accordo, Cory?
Annuii. Avrei fatto qualsiasi cosa, pur di uscire di l.
- Bravo ragazzo. Quando puoi portarmi la piuma? Domani pome-
riggio?
- S, signore.
- Bene, molto bene. E quando me la porti, la distrugger, cos la signo-
rina Sonya Glass non penser pi al passato, e non soffrir pi. Quando la
porterai, ti dar la prima settimana di paga. Va bene?
- S, signore. - Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa.
- Benissimo, allora siamo d'accordo. - Si spost di lato per farmi pas-
sare. - Dopo di te, mein herr.
Io iniziai a salire.
Squill il campanello della porta. Beautiful Dreamer cess all'im-
provviso. Sentii nuovamente strisciare qualcosa: lo sgabello del piano che
veniva allontanato. In cima alle scale, il dottor Lezander mi mise una mano
sulle spalle e mi trattenne. - Aspetta - sussurr.
Sentimmo la porta aprirsi.
- Tom! - disse la signora Lezander. - Cosa posso fare per...
- Pap! - urlai. - Aiuto! - Il dottor Lezander mi mise una mano
sulla bocca e lo sentii emettere un grido soffocato d'angoscia per la conclu-
sione cui eravamo giunti.
- Cory! Si tolga di mezzo, brutta...! - Pap irruppe in casa, con il si-
gnor Steiner e Lee Hannaford che lo seguivano. Spinse da parte la donna
imponente, ma un attimo dopo la signora Lezander tuon: - Nein! - e lo
colp con l'avambraccio sul lato del viso. Pap cadde all'indietro contro il
signor Steiner, con il sangue che gli colava da un sopracciglio spaccato.
Solo il signor Steiner cap le parole che la signora Lezander grid al mari-
to: - Gunther, scappa! Prendi il ragazzo e scappa! - Mentre la donna
gridava, il signor Hannaford l'afferr da dietro per la gola e, con tutta la
sua forza, riusc a gettarla per terra. Lei si rialz su un ginocchio e si dife-
se, ma in quel momento anche il signor Steiner si gett su di lei, cercando
di tenerle ferme le braccia che si divincolavano. Un tavolino con sopra una
lampada si rovesci a terra. Il signor Steiner, senza cappello e con un lab-
bro spaccato da un pugno della donna, le url: - E finita, Kara!  finita!
Ma non era ancora finita per suo marito.
Alle sue grida, lui mi aveva preso su con un braccio e aveva afferrato le
chiavi della macchina dal bancone della cucina dove la moglie le aveva la-
sciate. Mentre io mi divincolavo per liberarmi, mi trascin fuori della porta
sul retro, sotto la pioggia gelida, mentre il vento gli faceva sbattere le falde
della vestaglia di seta rossa. Perse una pantofola, ma non per quello rallen-
t. Mi gett dentro alla Buick, chiuse la portiera con violenza, quasi sbat-
tendomela contro una gamba, e quando si mise al volante, poco manc che
si sedesse sulla mia testa. Infil con furia la chiave nel quadro, la gir e il
motore si mise in moto con un ruggito. Mentre innestava la retromarcia e
la Buick partiva sgommando sul vialetto, mi tirai su in tempo per vedere
pap uscire dalla porta sul retro, illuminato dai fari.
- Pap! - Feci per aprire la maniglia della portiera. Il dottore mi colp
sulla spalla con una gomitata cos forte che il dolore mi paralizz, poi mi
afferr per il collo e mi gett gi sul pavimento della macchina come un
sacco. Rimasi l, stordito e dolorante. Il dottor Gunther Dschungeltenbren,
l'assassino - che io conoscevo ancora come il dottor Frans Lezander, l'as-
sassino - innest con violenza la prima e il motore della Buick url mentre
la macchina schizzava via.
Dietro di noi, mio padre stava gi correndo attraverso la casa per andare
a prendere il camioncino. Super con un balzo i corpi del signor Steiner,
del signor Hannaford e di Kara Dschungeltenbren ancora avvinghiati nella
lotta.
Il dottor Lezander correva per le strade di Zephyr, e i pneumatici della
Buick stridevano a ogni curva. Io feci per tirarmi su, ma lui mi grid: -
Resta dove sei! Non muoverti, piccolo bastardo! -e mi colp sul viso fa-
cendomi nuovamente scivolare per terra. Passammo sicuramente davanti al
Lyric. Mi chiesi quanto inferno potesse sopportare un eroe. Passammo
rombando il ponte delle garguglie e quando il volante sfugg per un attimo
dalle mani frenetiche del dottore, la Buick sband di lato verso la sponda
sinistra del ponte: scintille e pezzi di metallo cromato volarono per aria e il
telaio della macchina gemette per l'urto. Ma lui riprese nuovamente il con-
trollo e, con i denti stretti, si diresse verso la Route 10.
Vidi dei fari comparire sullo specchietto retrovisore e colpire il dottor
Lezander negli occhi. Url un'imprecazione in tedesco, cos forte da copri-
re il lamento della Buick, e io mi immaginai cosa avessero dovuto soppor-
tare i pappagalli quella notte. Ma sapevo di chi erano quei fari che rimbal-
zavano dallo specchietto. Sapevo chi c'era dietro di noi, all'inseguimento
della Buick, spingendo il vecchio camioncino fin quasi a farlo scoppiare.
Lo sapevo.
Allungai una mano e afferrai la parte bassa del volante, dando uno strat-
tone a destra. La macchina usc di strada, e le gomme slittarono sulla
ghiaia. Il dottor Lezander mi lanci un'altra maledizione in tedesco, che mi
colp con la velocit e il volume di una cartuccia di obice sulla testa, poi
mi picchi col pugno sulle dita finch non mollai la presa. Con la stessa
mano mi diede un pugno sulla fronte cos forte che vidi le stelle e quella fu
la fine del mio tentativo eroico.
- Lasciami stare! - url il dottor Lezander rivolto al camioncino, i cui
fari riempivano lo specchietto retrovisore. - Non puoi lasciarmi in pace?
- Lott col volante sulle curve insidiose della Route 10, mentre la forza
di gravita faceva del suo meglio per trattenere i pneumatici. Io mi tirai su a
sedere, con la testa che mi ronzava ancora. Il dottor Lezander mi grid: -
Tu, piccolo stronzo! - e mi afferr per il dietro della giacca, ma aveva bi-
sogno di tenere tutt'e due le mani sul volante e cos mi lasci andare.
Io mi voltai a guardare il camioncino di pap. Cinque o sei metri di ne-
vischio e di aria fredda dividevano il paraurti anteriore di pap da quello
posteriore del dottor Lezander. Uscimmo rombando dalla serie di curve
strette e io mi tenni ben saldo al sedile mentre il dottor Lezander accelera-
va, aumentando la distanza tra i due veicoli. Sentii un pop e mi girai. Il
dottore aveva aperto con un pugno il cassettino del cruscotto e ora teneva
in mano una 38 a canna corta. Port il braccio all'indietro, e quasi mi colp
sulla testa con la canna della pistola, prima che io riuscissi a scansarla.
Spar due volte, senza prendere la mira. Il lunotto posteriore esplose e i
frammenti di vetro volarono verso il camioncino di pap come pezzetti di
ghiaccio frastagliato. Vidi il camioncino sterzare e finire quasi fuori strada,
con la coda che sbandava come impazzita, ma poi pap riprese il controllo.
Mentre la mano armata del dottor Lezander mi passava nuovamente sopra
la testa, io gli afferrai il polso, premendo la pistola contro il sedile con tutta
la mia forza. La Buick cominci a sbandare da una parte all'altra della
strada mentre lui lottava contemporaneamente con il volante e con me, che
non mollavo.
Part un colpo, proprio davanti al mio naso, e il proiettile attravers il
sedile e poi la portiera con un secco rumore metallico. Il rumore e il calore
dello sparo cos vicino a me, mi causarono un'ondata di choc e di brividi e
credo di aver mollato la presa, ma non ricordo con esattezza, e poi il dottor
Lezander mi colp, di striscio, sulla spalla destra con la canna della pistola.
Fu forse il dolore peggiore di tutta la mia vita: mi riemp completamente e
mi usc dalla bocca con un grido. Senza la protezione della giacca nel
mezzo, la spalla si sarebbe sicuramente fratturata. Io mi afferrai la parte
colpita con una mano e mi accasciai contro la portiera, il volto contratto
dal dolore e il braccio destro fuori uso. Vidi, come imprigionato in un so-
gno ricorrente simile a quello di Gli invasori spaziali, che stavamo per ol-
trepassare l'oscura distesa del Saxon's Lake. Il dottor Lezander pest sul
pedale del freno con il piede nudo e, mentre la Buick rallentava e il ca-
mioncino di pap guadagnava terreno, il dottore punt nuovamente il brac-
cio all'indietro e questa volta si volt per prendere la mira. Alla luce dei fa-
ri, il suo volto mi apparve lucido e bagnato, i denti stretti, gli occhi come
quelli di un animale selvatico braccato. Spar e nel parabrezza del camion-
cino comparve all'improvviso un buco grosso come un pugno. Vidi il suo
dito tendersi nuovamente sul grilletto e volevo fermarlo, lo volevo con tut-
to me stesso, ma il dolore alla spalla mi aveva annientato.
Qualcosa di grosso, di scuro e veloce, esplose dal bosco sull'altro lato
della strada, vicino al punto in cui la signora Lezander si era fermata quella
mattina di marzo.
Fu su di noi prima ancora che il dottor Lezander avesse la possibilit di
vederlo, e punt diritto verso la portiera dalla parte del guidatore.
Nello stesso istante, la pistola spar e la bestia venuta dal mondo perdu-
to si scontr con la Buick.
Fu veramente un rumore da fine del mondo.
Tra rumore di spari, urla di Lezander, fracasso di vetri rotti e di metallo
che si piegava, la Buick si sollev su due ruote, dalla mia parte, e quelle
stridettero come spiriti della morte costipati, mentre la macchina veniva
spinta fuori strada. Il dottor Lezander, la cui portiera era stata deformata
come da un calcio di Dio, mi rotol addosso togliendomi il respiro e
schiacciandomi le costole fin quasi a rompermele. Sentii uno sbuffo e un
grugnito: il triceratopo, nell'intento di difendere il suo territorio, stava
spingendo il dinosauro rivale fuori dalla Route 10. La faccia del dottor Le-
zander era premuta contro la mia, mi schiacciava con tutto il suo peso, e la
sua paura puzzava di cipolle verdi. Poi grid, e credo di aver gridato an-
ch'io, perch all'improvviso la macchina aveva cominciato a cadere.
Colpimmo la superficie con un colpo da far tremare le ossa e uno spruz-
zo.
Acqua scura si infiltr sul pavimento della macchina. Eravamo appena
stati accolti dal Saxon's Lake.
Il cofano fumante della Buick si stava alzando e l'acqua cominci a co-
prire la curva del bagagliaio e a entrare attraverso il vetro rotto. Anche il
finestrino dalla parte del guidatore era rotto, ma l'acqua non vi era ancora
arrivata. Lui mi era sempre addosso e aveva perso la pistola di mano. Ave-
va lo sguardo vitreo, gli usciva il sangue dalla bocca in un punto dove do-
veva essersi morsicato il labbro o forse la lingua. Il braccio sinistro che
doveva essere stato colpito in pieno nell'urto con la bestia, era piegato con
una strana angolatura. Vidi un osso bianco e lucido spuntare dal polso fa-
sciato nella seta rossa.
L'acqua del lago ormai stava entrando velocemente e bolle d'aria esplo-
devano tutto intorno al cofano. Il lunotto posteriore era una cascata. Non
riuscivo a togliermi il dottor Lezander di dosso e ora la Buick si stava len-
tamente girando nel mio senso, capovolgendosi a pancia in su come un ca-
ne felice, e il mio lato inizi ad affondare. Il dottor Lezander perdeva bava
insanguinata dalla bocca e mi resi conto che doveva aver preso un forte
colpo anche sulle costole.
- Cory! Cory!
Guardai verso l'alto, oltre il dottor Lezander, verso il finestrino rotto che
si stava alzando sopra di me.
C'era mio padre, con i capelli appiccicati alla testa e la faccia tutta ba-
gnata. Gli colava del sangue dal taglio sul sopracciglio. Inizi a strappare
pezzi di vetro rotto dal finestrino. La Buick venne scossa da una vibrazio-
ne e gemette. L'acqua arriv al sedile e il suo tocco freddo mi scosse e fece
s che il dottor Lezander rinvenisse e cominciasse ad agitarsi.
- Riesci a prendermi la mano? - Pap si infil col busto dentro al fi-
nestrino e cerc di raggiungermi.
Io non ci riuscivo, con tutto quel peso che mi schiacciava. - Aiutami,
pap - gracchiai.
Lui lott per entrare ancora di pi. Il vetro rotto sicuramente dovette
graffiargli e tagliargli i fianchi ma il suo volto non trad alcun dolore. Te-
neva le labbra strette e gli occhi fissi su di me come lampade cerchiate di
rosso. La sua mano cerc di colmare la distanza che ci separava, ma era
sempre troppa.
Il corpo del dottor Lezander sobbalz. L'uomo disse qualcosa, ma dove-
va essere in tedesco. Sbatt le palpebre e i suoi occhi cominciarono a met-
tere a fuoco. L'acqua ci lamb, come una mano dalla tomba. Si guard il
polso rotto ed emise un gemito a voce alta.
- Si tolga di l! - grid pap. - Per amor del cielo, mi ridia mio fi-
glio!
Il dottor Lezander trem e toss. Al terzo colpo di tosse dal naso e dalla
bocca gli usc uno spruzzo di sangue rosso. Si afferr un fianco e la sua
mano si copr di sangue. La bestia gli aveva conficcato le costole nel fian-
co.
L'acqua stava gi ruggendo. Anche il cofano della Buick stava af-
fondando.
- La prego! - lo implor pap, lottando per arrivare a me. - La pre-
go, lasci andare il mio ragazzo!
Il dottor Lezander si guard attorno come se cercasse di capire dove si
trovava esattamente. Si sollev da me di pochi centimetri e io riuscii a re-
spirare senza avere l'impressione di trovarmi infilato in una scatola di sar-
dine. Il dottor Lezander si volt a guardare il portabagagli che affondava e
l'acqua che entrava spumeggiante e scura da dove una volta c'era il lunotto
posteriore. Lo udii sussurrare: - Oh!
Era un sussurro di resa.
Si volt a guardarmi. Gli usciva del sangue dal naso e mi colava sulla
guancia. - Cory - disse e la sua voce fece un gorgoglio. Mi afferr per il
polso con la mano buona.
- Va', Bronco - sussurr.
Si sollev con uno sforzo che dovette squassarlo e guid la mia mano fi-
no a quella di mio padre.
Pap mi tir fuori e io gli gettai le braccia al collo. Lui mi tenne stretto,
nuotando con le gambe. Il volto eroico era tutto coperto di lacrime.
La Buick stava affondando con un gran gemito. L'acqua la circond, e la
corrente afferr anche noi. Pap cominci a sbattere le gambe per allonta-
narsi, ma la corrente era troppo forte. Quindi, con un sibilo di calore e ac-
qua in lotta tra di loro, la Buick fu ghermita dalle profondit del lago. Sen-
tii mio padre lottare contro il risucchio, poi tirare un respiro soffocato, e
seppi che aveva perso.
Finimmo sott'acqua.
La macchina stava affondando sotto di noi in un'enorme volta buia in cui
il sole era un estraneo. Bolle d'aria si alzavano come meduse d'argento.
Pap scalciava freneticamente, cercando di resistere alla forza che ci tirava
gi, ma stavamo scendendo col dottor Lezander. Sott'acqua vidi confusa-
mente la faccia bianca del dottore schiacciata contro il parabrezza. Gli u-
scivano delle bolle dalla bocca aperta.
E poi, all'improvviso, qualcosa portato dal basso si attacc al bagagliaio.
Poteva essere un grosso mucchio di muschio o di stracci che qualcuno a-
veva gettato con la spazzatura nel Saxon's Lake. Qualunque cosa fosse, si
muoveva lenta ma inesorabile, entrando attraverso il lunotto posteriore rot-
to. La macchina si stava capovolgendo come su una strana giostra del par-
co di divertimenti Brandywine, sospesa nelle tenebre. Mentre i miei pol-
moni bruciavano per la necessit d'aria, vidi ancora l'immagine confusa del
volto del dottor Lezander, solo che quella volta la massa viscida e straccia-
ta si era avvolta intorno a lui come una putrida vestaglia. Qualslasi cosa
fosse, gli si era attaccata alla mascella. Vidi il luccicare di un dente d'ar-
gento come una stella che si allontanava. Poi, la Buick si rovesci con le
gomme all'ins come una gigantesca tartaruga, mentre uscivano altre bolle
d'aria. Le sentii colpirci e liberarci dal risucchio. Stavamo risalendo verso
il regno della luce.
Pap mi spinse su, e cos fu la mia testa a emergere per prima.
Non c'era molta luce quel giorno, ma tanta, tanta aria. Pap e io ci te-
nemmo stretti nell'acqua scura e agitata, respirando forte.
Finalmente nuotammo fino in un punto in cui era possibile tirarsi su, tra
il fango, le canne e il terreno solido. Pap si sedette in terra vicino al ca-
mioncino, guardandosi le mani tutte tagliate dal vetro della macchina. Io
mi sedetti accovacciato sullo spuntone di roccia rossa e osservai il lago.
- Ehi, socio! - disse pap. - Stai bene?
- S. - Battevo i denti, ma il freddo che provavo era una cosa se-
condaria.
- Sar meglio che saliamo sul camioncino - disse.
- Vengo - dissi, ma non ero ancora pronto. La mia spalla, che in un
paio di giorni si sarebbe gonfiata e sarebbe diventata blu per i lividi, era
fortunatamente insensibile.
Pap tir su le ginocchia contro il petto. Stava cadendo un freddo nevi-
schio, ma eravamo gi bagnati e intirizziti, quindi che differenza faceva?
- Ho una storia da raccontarti a proposito del dottor Lezander - disse.
- Anch'io ne ho una - risposi. Ascoltai: il vento spazzava la superficie
del lago e la faceva sussurrare.
Ora lui era gi nelle tenebre. Era venuto dalle tenebre e nelle tenebre era
tornato.
- Mi ha chiamato Bronco - dissi.
- Gi, e allora?
Non potevamo restare qui a lungo. Il vento stava diventando veramente
freddo. Era proprio quel tempo che ti faceva prendere un accidente.
Pap alz lo sguardo verso le nuvole basse e grigie e la luce spenta di
gennaio. Sorrise, con l'espressione di un ragazzo che si  tolto un peso.
- Accidenti - disse. - Che bella giornata.
L'inferno poteva anche essere per gli eroi, ma la vita era per i vivi.
In seguito accaddero queste cose.
Quando la mamma si rialz dal pavimento, dov'era caduta svenendo, si
sent subito bene. Abbracci pap e me, ma non si aggrapp a noi. Erava-
mo tornati da lei un pochino malridotti, ma eravamo tornati. Pap, in parti-
colar modo, era tornato: i suoi sogni sull'uomo nel Saxon's Lake erano fini-
ti, per sempre.
Il signor Steiner e il signor Hannaford, bench costernati per non essere
riusciti a mettere le mani sul dottor Gunther Dschungeltenbren, furono se
non altro soddisfatti dalla giustizia sommaria fornita dall'esito della vicen-
da. Avevano preso Kara Dschungeltenbren e i suoi uccelli di ossa umane, e
quella era un gran consolazione. Le ultime notizie che ebbi su di lei la da-
vano diretta verso una prigione in cui anche la luce del sole era in catene.
Ben e Johnny erano fuori della grazia di Dio. Ben cominci a saltare su e
gi in preda a una crisi e Johnny mise il broncio e prese a battere i piedi
quando si resero conto che loro erano stati seduti a guardare un film, men-
tre io avevo lottato per la mia vita con un criminale di guerra nazista. Dire
che questo fatto mi rese una celebrit a scuola,  come dire che la luna 
delle dimensioni di un sassolino. Persino gli insegnanti vollero sentire il
mio racconto. La bella signorina Fontaine ne fu affascinata, mentre il pre-
side volle che glielo ripetessi due volte. - Dovresti fare lo scrittore, Cory!
- mi disse la signorina Fontaine. - Sai proprio come usare le parole! -
disse il signor Cardinale - Saresti un bravo autore, secondo me.
Scrittore? Autore?
Narratore, ecco cosa decisi di diventare.
In un freddo ma soleggiato sabato mattina verso la fine di gennaio, la-
sciai Razzo sotto il portico e salii sul camioncino con mamma e pap. Ol-
trepassammo il ponte delle garguglie e ci dirigemmo sulla Route 10, len-
tamente, per, facendo attenzione alla bestia proveniente dal mondo perdu-
to. Anche se rest libera nei boschi, non la vidi mai pi. Credo che quello
fu l'ultimo regalo per me da Davy Ray.
Arrivammo al Saxon's Lake. L'acqua era calma. Non c'era traccia di ci
che stava sul fondo, ma noi sapevamo.
Salii sullo spuntone di roccia rossa, mi misi una mano in tasca e ne tirai
fuori la piuma verde. Pap vi aveva legato uno spago con un piccolo peso
di piombo. La gettai nel lago e and a fondo in un attimo, neanche il tem-
po di pronunciare Dschungeltenbren. Molto pi in fretta di sicuro.
Non volevo conservare alcun souvenir di quella tragedia.
Pap e mamma erano di fianco a me, uno per parte. Eravamo un'ottima
squadra.
- Ora sono pronto - dissi loro.
Tornammo a casa, dove mi aspettavano i miei mostri e la mia scatola
magica.

PARTE QUINTA
Zephyr oggi
 stato un inverno lungo e freddo, e sto tornando verso casa.
Ho superato Birmingham in direzione sud, seguendo l'Interstatale 65,
l'autostrada ingolfata di traffico che porta alla capitale dello stato. A sini-
stra, dopo l'uscita 205, e poi sempre diritto, seguendo la strada che diventa
sempre pi stretta e si snoda attraverso sonnacchiose cittadine che si chia-
mano Coopers, Rockford, Hissop e Cottage Grove. Nessun cartello porta
pi il nome di Zephyr, ma io so dove si trova, e ora sto tornando a casa.
Non sono da solo, in questo bellissimo sabato pomeriggio di inizio pri-
mavera. Mia moglie, Sandy,  seduta di fianco a me e il nostro erede  die-
tro, accoccolato sul sedile posteriore, col suo berretto da baseball dei Bir-
mingham Barons messo al contrario e le figurine dei campioni di baseball
sparse un po' dappertutto. Oggi potrebbero anche valere una fortuna, chi lo
sa? La radio - scusate, il mangiacassette stereo -  in funzione e i Tears For
Fears impazzano dagli altoparlanti. Quel Roland Orzabal  veramente un
cantante fantastico.
Siamo nel 1991. Ci credereste? Siamo alle soglie di un nuovo secolo, sa-
r migliore o peggiore? Ciascuno di noi avr le sue idee in proposito. Il
1964 ci sembra ormai storia antica. Le foto prese allora con le prime Pola-
roid sono tutte ingiallite. Nessuno si pettina pi come a quei tempi, e i ve-
stiti sono cambiati. Anche la gente  cambiata, penso. Non solo nel Sud,
dappertutto. In bene o in male? La decisione sta a voi.
E pensate a quello che noi e il mondo abbiamo passato dal 1964! Pensa-
teci! Una corsa cos veloce ed eccitante da essere inconcepibile anche per
il parco di divertimenti Brandywine. Abbiamo superato il Vietnam, se
siamo stati fortunati, e l'era dei Figli dei Fiori, il Watergate e la caduta di
Nixon, l'Ayatollah, Ronnie e Nancy, la caduta del Muro e l'inizio del crollo
della Russia Comunista. Stiamo davvero vivendo un'era di tornado e di
comete. Cos, come i fiumi scorrono verso il mare, il tempo scorre verso il
futuro. Ci impressiona pensare a quello che ci aspetta ma, come disse una
volta la Signora, non possiamo sapere dove stiamo andando finch non
riusciamo a comprendere da dove veniamo. A volte penso che avremmo
un bel po' da pensare in proposito.
-  una giornata cos bella - sta dicendo Sandy mentre si allunga sul
sedile per vedere meglio la campagna che ci scorre intorno. La guardo per
un attimo e i miei occhi si beano. Il sole sui suoi capelli biondi  come una
cascata di fiori dorati. Ci sono anche dei fili d'argento, ma mi piacciono,
anche se per lei a volte sono un cruccio. I suoi occhi sono grigio chiaro, e
il suo sguardo  calmo e sicuro.  solido come una roccia quando ho biso-
gno di forza, tenero come un cuscino quando ho bisogno di conforto. Sia-
mo una buona squadra. Il nostro erede ha preso da tei gli occhi e la calma,
da me i capelli castano scuro e la mia curiosit verso il mondo. Ha eredita-
to il naso affilato di mio padre e le sottili "mani da artista" di mia madre.
Mi sembra proprio una bella combinazione.
- Ehi, pap! - Le figurine giacciono dimenticate per un attimo.
- S?
- Sei nervoso? - No - rispondo. Meglio essere onesti. - Be'... forse
un pochino.
- Come sar?
- Non ne ho idea. Sono ormai... oh... vediamo un po', ce ne siamo an-
dati da Zephyr nel 1966. Cos ora sono... dimmelo tu quanti anni.
Una pausa di pochi secondi. - Venticinque.
- Giusto come la pioggia - rispondo. Ha ereditato la sua predi-
sposizione per la matematica solo da Sandy, credetemi.
- Com' che non ci sei mai pi tornato? Se ti piaceva cos tanto?
- Ci ho provato pi di una volta. Sono arrivato perfino all'uscita della
65. Ma Zephyr non  pi quella di una volta, so benissimo che le cose non
possono rimanere sempre le stesse, lo so, va bene, ma... Zephyr era casa
mia, e mi fa male pensare che sia cambiata cos tanto.
- Cosa  successo?  ancora una citt, vero? - Sento nuovamente il
fruscio delle figurine del baseball, raccolte e ordinate per squadra e ordine
alfabetico.
- Non  pi com'era - racconto. - La base dell'areonautica venne
chiusa nel 1974, la cartiera sul Tecumseh due anni dopo. Union Town 
cresciuta. E quattro o cinque volte quella di quando ero ragazzo. Zephyr
invece...  diventata sempre pi piccola.
- Hmm. - Ha trovato qualcosa di pi interessante.
Guardo Sandy e ci scambiamo un sorriso. La sua mano trova la mia. So-
no fatte per restare allacciate, proprio cos. Davanti a noi, le colline salgo-
no fino a chiudere la Adams Valley. Sono coperte da alberi che brillano
del giallo e del porpora dei nuovi boccioli. Comincia a vedersi un po' di
verde, anche se aprile non  ancora arrivato. L'aria fuori dell'auto  ancora
fredda, ma il sole  una festosa promessa dell'estate.
I miei genitori e io ce ne andammo da Zephyr, nell'agosto del 1966. Pa-
p, che aveva trovato lavoro presso il negozio di ferramenta del signor
Vandercamp, cap che le cose si stavano mettendo male e decise di andare
alla ricerca di pascoli pi verdi. Trov lavoro a Birmingham, come vice-
caporeparto del turno di notte nell'impianto di imbottigliamento della Co-
ca-Cola. Prendeva il doppio di quanto fosse mai riuscito a prendere di sti-
pendio come lattaio. Nel 1970 era diventato capo turno, e pensava di esse-
re veramente a posto. In quello stesso anno io iniziai il college, all'Univer-
sit dell'Alabama. Pap riusc a vedermi laureare in giornalismo, prima di
morire di cancro nel 1978. Grazie a Dio, fu una malattia breve. Il dolore di
mia madre fu grande, e pensai che anche lei stesse per lasciarmi. Ma nel
1983, durante una crociera in Alaska con un gruppo della sua parrocchia,
mamma fece conoscenza con un vedovo che possedeva un allevamento di
cavalli vicino a Bowling Green nel Kentucky. Due anni dopo lei divenne
sua moglie, e adesso vive laggi. Lui  veramente una persona come si de-
ve, ed  molto buono con mia madre, ma non  mio padre. La vita conti-
nua, e le strade ti portano sempre verso destinazioni impreviste.
ROUTE 10 dice un cartello sforacchiato da fori di proiettile arrugginiti.
Il mio cuore inizia a battere pi forte. Ho la gola secca. Sono preparato a
trovare dei cambiamenti, ma l'idea mi spaventa.
Ho fatto di tutto per non diventare vecchio. E gi di per s questa  una
faticaccia. Non voglio dire vecchio di et, invecchiare ti fa onore. Voglio
dire vecchio di testa. Ho visto gente della mia et svegliarsi improvvisa-
mente una mattina e dimenticarsi che i propri genitori avevano proibito lo-
ro di ascoltare quei diabolici Rolling Stones. Dimenticarsi che i loro padri
avevano minacciato di cacciarli fuori di casa se si fossero fatti crescere i
capelli sulle spalle. Dimenticarsi che cosa significhi ricevere ordini invece
di darli. Certo, oggi il mondo  pi difficile, non c' dubbio. Le scelte da
fare sono pi dolorose, le conseguenze molto pi pericolose. I ragazzi
hanno bisogno di una guida, certo. Io l'ho avuta, e sono contento di aver
avuto chi mi guidasse perch questo mi ha aiutato a evitare un sacco di er-
rori. Ma penso che i genitori non siano pi degli insegnanti. I genitori, o
almeno una gran parte di noi, guidano pi con le parole che con l'esempio.
Ho l'impressione che se un ragazzo vede nel padre o nella madre - o me-
glio ancora in tutti e due insieme - i propri eroi, la difficile strada dell'ap-
prendimento e dell'esperienza possa diventare un poco pi facile. E ogni
piccola spinta aiuta, in qusto vecchio e difficile mondo, per il quale i
bambini devono essere adulti in miniatura, privi di incanto e di magia, sen-
za la bellezza dell'innocenza.
Be', non mi chiamo n Lovoy n Blessett, quindi devo proprio scendere
dal pulpito.
Certo, anch'io sono un po' cambiato dal 1964. Non ho pi cos tanti ca-
pelli, e porto gli occhiali. Ho rimediato qualche ruga sulla fronte, ma anche
qualche ruga del sorriso. Sandy dice che secondo lei non sono mai stato
cos affascinante. Questo s che si chiama amore. Ma, come ho detto, ho
davvero cercato di impedire alla mia mente di invecchiare. In questo la
musica mi ha aiutato molto. Sono convinto che la musica sia il linguaggio
della giovinezza, e pi tu riesci ad accettarla, pi giovane riesci a rimanere.
 dei Beach Boys il merito di avermi fatto avvicinare per la prima volta al-
la musica. Ora la mia collezione di dischi, scusate, la mia collezione di
CD, comprende nomi come Elvis Costello, gli U2, Sinad O'Connor, Con-
crete Blonde, Simple Mind, e Technotronic. Devo dire comunque, che
qualche volta mi sento attirato dai classici, come i Led Zeppelin e i Lovin'
Spoonful. Ma con tutta questa scelta a disposizione, finisce che ne faccio
sempre una scorpacciata.
Ho appena superato una strada piena di erbacce che si inoltra nel bosco e
so a che cosa appartengono i ruderi che si trovano in fondo, cinquanta me-
tri pi in l. La signorina Grace e le sue ragazze di malaffare levarono le
tende subito dopo che i Blaylock finirono in prigione. Il tetto della casa fu
divelto da una tempesta di vento nel luglio del 1965. Dubito che ci sia ri-
masto molto. Le piante di kudzu l attorno sono sempre state molto affa-
mate.
Ben inizi il college presso l'Universit dell'Alabama il miostesso anno,
prendendo il diploma in indirizzo commerciale. Arriv addirittura alla lau-
rea, e dire che io non avrei mai pensato, neppure in un milione di anni, che
a Ben sarebbe piaciuto studiare. Di tanto in tanto ci incontravamo, durante
l'universit, ma poi lui venne sempre pi coinvolto dall'associazione stu-
dentesca del suo corso e cos fin che non ci vedemmo poi molto. Entr
nella associazione Sigma Chi e divent vicepresidente della sezione. Ora
vive ad Atlanta, dove fa l'agente di borsa. Lui e sua moglie, Jane Anne,
hanno due bambini, un maschio e una femmina.  ricco, guida una BMW
dorata, ed  pi grasso che mai. Mi telefon tre anni fa, dopo aver letto uno
dei miei libri, e ci vediamo ogni due o tre mesi. La scorsa estate siamo an-
dati in una piccola citt vicino al confine di stato tra Alabama e Florida per
visitare il capo della polizia di laggi. Il suo nome  John Wilson.
Avevo sempre saputo che Johnny aveva il sangue di un capo nelle vene.
Tiene la citt sotto controllo, ed  molto severo. Ma mi sembra di capire
che  imparziale, e tutti laggi sembrano volergli bene:  la seconda volta
che ricopre questo incarico. Mentre eravamo l, Ben e io abbiamo incon-
trato la moglie di Johnny, Rachel. Rachel  una donna stupenda, sembra
proprio una modella. Lo sovrasta di un bel po'. Anche se non hanno bam-
bini, Johnny e Rachel sono perfettamente felici. Una volta, durante un we-
ek-end, siamo usciti tutti insieme per la pesca d'altura al largo di Destin:
Johnny ha pescato un marlin, io sono riuscito a far impigliare la lenza sotto
la barca, e Ben si  preso la peggiore scottatura della sua vita. Ma ci siamo
divertiti veramente un mondo, e ci siamo raccontati tante cose.
Eccolo l, prima che possa accorgermene. Mi sento lo stomaco che si
chiude.
- Saxon's Lake - annuncio e loro allungano il collo per vedere me-
glio.
Non  cambiato per niente.  rimasto delle stesse dimensioni, con la
stessa acqua scura, lo stesso fango e la stesse canne, lo stesso spuntone di
roccia rossa. Non ci vuole molta fatica per immaginare il camioncino del
latte di pap parcheggiato laggi, mentre lui si sta tuffando in acqua dietro
a un'auto che affonda. E non ci vuole molta fatica nemmeno per ricordare
una Buick che galleggia l nel mezzo, con l'acqua che irrompe attraverso il
lunotto posteriore rotto, e mio padre che tenta di acchiapparmi con la mano
tutta tagliata dai vetri. No, non ci vuole proprio molta fatica.
"Pap, ti voglio bene" penso, mentre ci lasciamo il Saxon's Lake alle
spalle.
Mi ricordo il suo volto, illuminato dalle fiamme, mentre, seduti davanti
al camino, mi raccontava del dottor Gunther Dschungeltenbren. C'era vo-
luto un bel po' a tutti e due, come pure alla mamma, e a quasi tutti, in citt,
per accettare il fatto che lui e sua moglie avessero fatto quelle cose cos
terribili e malvage. Ma lui non era completamente malvagio, altrimenti
perch mai mi avrebbe salvato la vita? Io credo che nessuno sia completa-
mente malvagio. Forse in questo sono come pap: ingenuo. Ma  meglio
essere ingenuo, penso, che indurito fino in fondo all'animo.
Qualche tempo dopo, mi capit di ripensare al dottor Dschungeltenbren
e alle sue veglie notturne ad ascoltare la radio a onde corte. Sono ferma-
mente convinto che stesse ascoltando le trasmissioni delle radio straniere
per avere notizie su chi altro del regime nazista fosse stato catturato e assi-
curato alla giustizia. Sono convinto che dietro alla sua fredda calma este-
riore, vivesse in un perpetuo terrore, in attesa di quei colpi alla porta. Ave-
va inflitto terribili agonie, ma lui stesso aveva sofferto terribilmente. Mi
avrebbe forse ucciso una volta che avesse avuto in mano quella famosa
piuma verde, cos come lui e Kara avevano torturato e ucciso Jeff Hanna-
ford che li ricattava? Onestamente non lo so. E voi?
Ah, gi! Il Demonio!
Fu Ben a parlarmi di lei. Il Demonio, che verso la fine delle superiori
aveva dimostrato di essere veramente un genio, fece il college alla Van-
derbiit e divenne un chimico della DuPont. Fece delle cose egregie, ma la
sua indole bizzarra non la abbandon mai. Secondo le ultime notizie di
Ben, il Demonio  diventata un'artista di performance teatrali a New York
e fa a cornate con Jesse Helms per uno spettacolo da lei interpretato, in cui
urla e inveisce contro l'America delle grosse multinazionali, seduta in una
piscina da bambini piena di... vi lascio indovinare cosa.
Tutto quello che mi sento di dire  che Jesse Helms far meglio a non
prenderla per il verso sbagliato. Se mai lo facesse, povero lui! Un bel gior-
no potrebbe finire per trovarsi incollato alla sua scrivania.
Sto facendo le stesse curve che mi spaventarono a morte quando Donny
le affrontava a rotta di collo. E poi le colline si spostano da una parte e la
strada diventa diritta come una scriminatura fatta dal signor Dollar, ed ec-
co l il ponte delle garguglie.
Senza le garguglie. Le teste dei generali confederati sono state portate
via. Forse dai vandali, o forse da qualcuno che pensava di venderle sul
mercato dell'antiquariato, e di ricavarne un migliaio di dollari ciascuna
quale esempio di arte spontanea del Sud. Non so. Comunque non ci sono
pi. Ecco il ponte in legno della ferrovia, pi o meno sempre uguale, e
laggi ecco lo scintillio del Tecumseh. Penso proprio che il Vecchio Mos
sia pi felice, ora che la cartiera  stata chiusa. Non c' pericolo che ingoi
anche della sporcizia, mentre si fa una scorpacciata di tartarughe. Certo,
per non c' pi nemmeno il banchetto del Venerd Santo. Tutto fin, mi
raccont Ben, quando la Signora attravers il suo fiume, nel 1967, alla ve-
neranda et di ben centonove anni. L'Uomo Luna lasci la citt poco dopo
e si trasfer a New Orleans; dopo di ci, la comunit di Bruton cominci a
sfaldarsi, diventando sempre pi piccola, ancora pi velocemente di Ze-
piryr. Adesso il Tecumseh River potr forse essere pi pulito, ma mi do-
mando se qualche notte il Vecchio Mos non esca dalle acque con la sua
testa coperta di scaglie, sbuffando acqua e vapore da quelle fornaci gemel-
le che sono le sue narici. Mi domando se non se ne stia l ad ascoltare il si-
lenzio oltre il rumore dell'acqua che sciaborda contro le rocce e pensi, nel
suo linguaggio da rettile, "Perch non viene pi nessuno a giocare con
me?"
Forse  ancora l. Forse se n' andato, seguendo il fiume fino al mare.
Attraversiamo il ponte-senza-garguglie. E l, sull'altra sponda, c' la citt
in cui sono nato.
- Eccoci arrivati - mi sento dire, mentre rallento, ma subito mi rendo
conto di avere detto qualcosa di sbagliato. Possiamo trovarci in un partico-
lare posto in un dato momento, ma questo posto non  pi Zephyr.
Per lo meno, non la Zephyr che io conoscevo. Le case ci sono ancora,
ma molte stanno cadendo a pezzi, i cortili abbandonati. Per non  proprio
una citt fantasma: alcune delle case - molto, molto poche, mi sembra -
sono ancora abitate, e ci sono alcune macchine per le strade. Ma mi rendo
conto che il centro dell'azione, la magnifica festa in celebrazione della vita
di tutti i giorni, si  spostata altrove lasciandosi dietro le tracce della sua
presenza come un giardino di fiori morti.
Ho idea che sar molto pi dura di quanto pensassi.
Sandy ha captato qualcosa. - Stai bene?
- Lo vedremo presto - le dico, con un debole sorriso.
- Non c' quasi pi nessuno, qui, pap?
- Quasi nessuno - rispondo.
Faccio una deviazione lungo Merchants Street, prima di arrivare in cen-
tro. Non sono ancora pronto. Vado verso il campo da gioco dove i Branlin
ci attaccarono selvaggiamente in quel giorno lontano, e mi fermo ai bordi
del campo.
- Vi dispiace se ci fermiamo qui un attimo? - chiedo.
- No - risponde Sandy, e mi stringe la mano.
A proposito dei Branlin,  stato Johnny, nelle sue vesti di pubblico uffi-
ciale, a darmi queste informazioni. Pare che, in fondo, i due fratelli non
fossero fatti della stessa pasta. Gotha cominci a giocare a football alle su-
periori e divenne l'uomo del giorno quando intercett un passaggio della
Union Town High School proprio sulla loro linea di meta e lo port indie-
tro fino a segnare un esaltante touch down. Gli applausi fecero il miracolo,
provando che in fondo, in tutto questo tempo, lui aveva cercato solo quel-
l'attenzione che i suoi genitori erano stati cos stupidi o cos meschini da
negargli. Gotha, mi ha detto Johnny, ora vive a Birmingham, fa l'assicura-
tore, e nel tempo libero, allena una squadra giovanile di football. Johnny
mi ha detto pure che ora Gotha non ha pi bisogno di ossigenarsi i capelli:
 diventato calvo come una palla da biliardo.
Gordo, invece, ha continuato la sua discesa. Mi dispiace dire che Gordo
venne ucciso nel 1980 dal proprietario di un 7-Eleven a Baton Rouge, in
Louisiana, dove si era unito a dei tipi poco raccomandabili. Gordo  morto
cercando di rubare meno di trecento dollari dalla cassa insieme a tutte le
merendine Little Debbie che era riuscito ad afferrare. Mi sembra che, una
volta, gli era stata data un'occasione, ma non aveva dato retta all'insegna-
mento dell'edera del Canada.
- Scendo un attimo per sgranchirmi le gambe - dico.
- Vuoi che veniamo con te, pap?
- No - rispondo - non adesso.
Scendo e mi incammino attraverso il campo da baseball infestato da er-
bacce. Salgo sul monte di lancio, sento il venticello freddo e il sole tiepido
che mi accarezzano. Le gradinate dove vidi per la prima volta Nemo Cur-
liss stanno crollando. Alzo il braccio con il palmo della mano rivolto verso
l'alto e aspetto.
Cosa accadrebbe se quella palla che Nemo Curliss aveva lanciato verso
il cielo scendesse gi, dritta nella mia mano, dopo tutti questi anni?
Aspetto.
Ma non succede niente. Nemo, il ragazzo con un braccio perfetto che era
imprigionato da circostanze molto pi che imperfette, aveva lanciato quel-
la palla oltre le nubi. Non era pi venuta gi, n lo sarebbe mai, e solo
Ben, Johnny, e io ce lo ricordiamo.
Chiudo la mano ed abbasso il braccio.
Da qui posso vedere il cimitero di Poulter Bill.
Anche lass, le cose sono state lasciate andare. Le erbacce premono tra
le lapidi, e sembra che non vi siano stati piantati fiori da tanto tempo. E
una vergogna, penso, perch  l che riposano i fedelissimi di Zephyr.
Non me la sento di camminare tra quelle pietre. Non vi sono pi andato,
dopo il mio viaggio in treno. Avevo dato il mio addio a Davy Ray, e lui mi
aveva dato il suo. Ogni cosa in pi sarebbe stata una cosa stupida.
Volto le spalle alla Morte, e torno verso la vita.
- Quella era la mia scuola - dico mentre fermo la macchina ai limiti
del cortile.
Scendiamo tutti, e Sandy  al mio fianco mentre le mie scarpe sollevano
la polvere del cortile. Il nostro erede comincia a correre in tondo, in cerchi
sempre pi larghi, come un pony lasciato libero dopo un lungo periodo
passato al coperto. - Fai attenzione! - grida Sandy, perch ha visto una
bottiglia rotta. Preoccuparsi, a quanto sembra, fa parte del lavoro.
Circondo Sandy col braccio, e lei mi passa il braccio dietro alla schiena.
L'edificio delle elementari  vuoto, alcune delle finestre sono in frantumi.
L, dove cos tante voci gridavano e ululavano, il silenzio ora sembra
schiacciarti. Vedo il punto vicino alla palizzata dove Johnny e Gotha Bran-
lin regolarono i conti. Vedo il cancello da dove, insieme a Razzo, fuggim-
mo da Gordo e lo portammo di fronte al giudizio di Lucifero. Vedo...
- Ehi, pap! Guarda cosa ho trovato!
Il nostro erede sta correndo verso di noi. - L'ho trovato laggi! Bello,
no?
Guardo nella piccola mano aperta, e sorrido.
 una punta di freccia nera, liscia e con una forma quasi perfetta. Non ha
quasi la minima scalftura. Ovviamente  opera di qualcuno che era molto
orgoglioso del suo lavoro. Un capo, molto probabilmente.
- Posso tenerla, pap? - chiede mia figlia.
Si chiama Skye. Compir dodici anni in gennaio e sta attraversando quel
periodo che Sandy chiama "del maschiaccio". Skye preferisce infilarsi un
cappello da baseball e correre felice nella polvere piuttosto che giocare con
le bambole e sognare i New Kids on the Block. Ci sar tempo anche per
questo, ne sono sicuro. Per adesso va bene cos.
- Penso proprio di s - le dico, e lei si infila con soddisfazione quella
punta di freccia nella tasca dei jeans, come un segreto tesoro.
Vedete, questa  anche la vita di una ragazza.
Ora stiamo risalendo Merchants Street, nell'immobile centro della citt.
 tutto chiuso. Il negozio di barbiere del signor Dollar, il Piggly-Wiggly,
il Bright Star Cafe, il negozio di ferramenta, il Lyric, tutto.
Le vetrine del Woolworth's sono oscurate. La nascita dei punti di vendita
al dettaglio, dei condomini e di un centro commerciale con quattro cinema-
tografi a Union Town ha consumato lo spirito di Zephyr, cos come Big
Paul's Pantry aveva segnato la fine del giro di consegne dei lattai.
Questo si chiama andare avanti, ma  progresso?
Superiamo il tribunale. Silenzio. La piscina pubblica e lo scheletro dello
Spinnin' Wheel. Silenzio, silenzio. Passiamo davanti alla casa della signo-
rina Blue Glass, e qui, dove c'era sempre musica, il silenzio  davvero pe-
sante.
La signorina Blue Glass. Vorrei poter dire che so che cosa le  successo,
ma non lo so. Ora dovrebbe essere sull'ottantina, ammesso che sia ancora
viva. Proprio non lo so. La stessa cosa vale per molti altri, che sono scivo-
lati via da Zephyr negli anni del declino: il signor Dollar, lo sceriffo Mar-
chette, Jazzman Jackson, i Damaronde, Nila Castile e Gavin, la signora
Velvadine, il sindaco Swope. Penso che siano ancora vivi, in altre citt.
Penso che abbiano conservato dentro di loro una parte di Zephyr e che,
dovunque vadano, lascino nella terra i semi di Zephyr. Come faccio io.
Finito il college, lavorai in un giornale di Birmingham per due anni.
Scrivevo i titoli e rivedevo gli articoli di altri. Quando, dopo il lavoro, tor-
navo al mio appartamento in quella grande citt, mi sedevo davanti alla
mia scatola magica - non la stessa, una nuova - e scrivevo. Le mie storie
partivano con la posta, e con la posta tornavano indietro. Poi, in preda alla
disperazione, provai a scrivere un romanzo, ed ecco che trovai un editore.
Adesso sono quasi una biblioteca, piccola, ma sto crescendo.
Rallento mentre passo davanti a una casa un po' arretrata rispetto alla
strada, con una stalla vicino. - Viveva proprio laggi - dico a Sandy.
- Uau! - Grida Skye. - Fa venire i brividi! Sembra una casa stregata!
- No - le dico - Penso che adesso sia solo una casa.
Proprio come Bo  esperto di football, mia figlia  esperta in case strega-
te. Le piacciono Vincent Price e Peter Cushing, i film della Hammer, le
opere di Poe, le cronache marziane, e conosce la citt chiamata Salem. Ma
conosce pure il viaggio di Alice attraverso lo specchio, il Soldatino di sta-
gno, il Brutto Anatroccolo, e i viaggi di Stuart Little. Ha letto di Oz e delle
giungle di Tarzan e, anche se  troppo giovane per apprezzare qualcos'altro
oltre i colori, le piacciono le opere di van Gogh, Winslow Homer e Mir.
Ascolter Duke Ellington e Count Basic, ma anche i Beach Boys. Proprio
la scorsa settimana mi ha chiesto se poteva mettere una fotografia incorni-
ciata sul suo cassettone. Mi disse che quello strano tipo le sembrava pro-
prio forte. Il suo nome  Freddy.
- Skye - le ho detto - ho proprio paura che avere quella foto sotto
gli occhi ti dar gli incu...
A quel punto mi fermai. "Oh-oh" ho pensato "Oh-oh".
Freddy, ti presento Skye. Parlale del potere dell'immaginazione, vuoi?
Svolto in Hilltop Street, e saliamo verso la mia casa.
Le cose mi stanno andando bene, i miei libri hanno successo.  un lavo-
ro duro, ma mi piace. Sandy e io non siamo quel genere di persone che
hanno bisogno di possedere la terra per essere felici. Ma devo essere since-
ro: una volta ho proprio esagerato. Quella volta, mentre Sandy e io erava-
mo in vacanza nel New England, ho comperato una vecchia spider rossa
che mi chiamava da un salone di auto usate. Credo che una volta le chia-
massero roadster. L'ho restaurata come doveva essere ai tempi in cui
Zephyr era giovane. Qualche volta, quando sono da solo, e sfreccio con il
vento nei capelli e il sole sul viso, mi comporto da scemo e le parlo. La
chiamo con un certo nome.
Voi sapete con che nome la chiamo.
La mia bicicletta venne con me quando lasciammo Zephyr. Avemmo
nuove avventure, e quell'occhio dorato avvist un sacco di pericoli e mi
imped di finirci dentro parecchie volte. Ma alla fine cedette sotto il mio
peso, e le mie mani non sembravano pi adatte a quel manubrio. Cos la
bicicletta fin in cantina, coperta con un telone blu. Mi immaginavo che
stesse dormendo, come un uccello. Un week-end tornai dal college e sco-
prii che mia madre aveva organizzato una vendita di roba usata, che aveva
incluso anche ci che stava in cantina. - Ecco qui quello che un tizio ha
pagato per la tua bicicletta! - Mi aveva detto mia madre, porgendomi un
biglietto da venti dollari. - L'ha comperata per suo figlio, non  fantasti-
co, Cory? Cory? Non  fantastico?
 fantastico, le avevo detto. Ma quella sera piansi, piansi con la testa
sulla spalla di mio padre come se avessi avuto dodici anni, non venti.
Il mio cuore fa un balzo.
Eccola. Eccola l.
- Ecco la mia casa - dico a Sandy e Skye.
 invecchiata, sotto il sole e la pioggia. Ha bisogno di riparazioni e di
pittura. Ha bisogno di amore, ma ora  vuota. Fermo la macchina di fianco
al marciapiedi e, mentre guardo verso il portico, vedo mio padre che sbuca
improvvisamente fuori dalla porta. Ha un aspetto forte e sano, come 
sempre quando ripenso a lui.
- Ehi, Cory! - mi grida - Come te la passi?
Bene, signore, rispondo.
- Ne ero certo. Io ho fatto bene la mia parte, no?
S, signore, davvero.
- Hai proprio una bella moglie e una brava figliola, Cory. E quei tuoi
libri! Sapevo che avresti avuto successo, l'ho sempre saputo.
Pap? Vuoi che mi fermi e stia qui per un po'?
- Fermarti qui? - Si appoggia alle colonnine del portico. - Perch
mai dovresti farlo, Cory?
Non ti senti solo? Voglio dire...  cosi tranquillo qui.
- Tranquillo? - Scoppia a ridere di cuore. - Qualche volta vorrei che
fosse tranquillo! Non  per niente tranquillo, qui!
Ma...  vuoto. Non c' nessuno, no?
-  pieno fino all'orlo - dice mio padre. Guarda in alto, verso il sole,
oltre le colline con i colori della primavera. - Non devi venire qui per ve-
derli, Cory. E nemmeno per vedere me. Non devi, davvero. Non devi ab-
bandonare quello che  per tornare a quello che era. Hai una buona vita,
Cory. Migliore di quanto avessi sperato. Come sta tua madre?
 felice. Cio, tu le manchi, ma...
- Ma la vita  per i vivi - mi dice con la sua voce paterna. - Ora va' e
continua cos, invece di pensare e fermarti in una vecchia casa con il pa-
vimento sfondato.
S signore, dico, ma non riesco ancora ad andarmene.
Fa per rientrare, ma anche lui esita. - Cory? - mi chiama.
S signore?
- Ti ho sempre voluto bene. Sempre. E ho sempre voluto bene a tua
madre, e sono veramente felice per tutti voi. Mi capisci?
Faccio cenno di s.
- Sarai per sempre il mio ragazzo - dice mio padre, e rientra in casa.
Il portico resta vuoto.
- Cory? Cory?
Mi volto e guardo Sandy.
- Che cosa hai visto? - mi chiede.
- Un'ombra - le rispondo.
C' ancora un posto che voglio vedere prima di girare la macchina e an-
dare via. Saliamo lungo il tortuoso tracciato di Temple Street, verso la casa
dei Thaxter, in cima alla strada.
Qui s che le cose sono veramente cambiate.
Alcune delle grandi case sono state rase al suolo. Al loro posto solo er-
ba. E qui c' un'altra sorpresa: la casa dei Thaxter  cresciuta, nuove ali so-
no state aggiunte sui due lati. La propriet tutto intorno  veramente estesa.
Mio Dio! Penso. Vernon deve vivere ancora qui! Entro attraverso un can-
cello e supero una grande piscina. Una capanna di legno  stata costruita
tra le braccia di una gigantesca quercia. La grande casa  in condizioni per-
fette, il giardino  magnifico e gli edifici minori sono stati costruiti mante-
nendo lo stesso stile.
Ferm l'auto davanti all'entrata. - Non riesco a crederci - dico a
Sandy. - Devo scoprire se Vernon  ancora qui!
Scendo e mi dirigo verso la porta. Sto tremando per l'eccitazione
Ma prima di poter raggiungere la porta, sento suonare una campanella.
Din... din... din... din.
Sento un rumore come di un'onda di marea, che cresce in velocit ed e-
nergia.
Rimango senza fiato per la sorpresa
Eccoli che arrivano.
Si precipitano fuori dalla porta principale, come le vespe dal nido nel
soffitto della chiesa durante quella domenica di Pasqua. Eccoli, che ridono
e gridano e si spingono l'uno con l'altro. Eccoli, in una meravigliosa esplo-
sione di rumore.
I ragazzi. A decine. Alcuni sono bianchi, alcuni di colore. Il loro impeto
mi sommerge, come se fossi un'isola al centro di un fiume. Alcuni corrono
verso la capanna sull'albero, altri sfrecciano attraverso il prato verde. Sono
al centro di un giovane universo, ed ecco che vedo la targa di ottone sul
muro, di fianco alla porta.
C' scritto: CASA DEL RAGAZZO DI ZEPHYR.
La dimora di Vernon  diventata un orfanotrofio.
Sono ancora tutt'attorno a me, scatenati nella loro libert in questo
splendido sabato pomeriggio. Si apre una finestra al secondo piano, spunta
il volto avvizzito di una anziana signora. - James Lucius! - gracchia la
sua voce - Edward e Gregory! Venite subito qui per la lezione di piano,
immediatamente!
 vestita di blu.
Due donne pi anziane, che non conosco, si precipitano fuori dalla casa,
dietro alla folla dei ragazzi. "Buona fortuna" penso. Ed ecco uscire un uo-
mo pi giovane. Mi si ferma di fronte. - Posso fare qualcosa per lei?
- Io... abitavo qui. A Zephyr, voglio dire - Sono cos sorpreso che rie-
sco a malapena a parlare - Quand' che questa casa  diventata un orfano-
trofio?
- Nel 1985 - Mi dice il giovane - Ce l'ha lasciata il signor Vernon
Thaxter.
- Il signor Thaxter  ancora vivo?
- Ha lasciato la citt. Mi spiace, ma non so proprio cosa ne sia di lui.
- Quest'uomo ha un viso gentile. Ha i capelli biondi, e gli occhi hanno il
colore del fiordaliso. - Potrei sapere il suo nome?
- Mi chiamo... - Mi fermo perch ho capito chi . - Chi  lei?
- Bubba Willow - sorride, e in lui rivedo Chile. - Reverendo Bubba
Willow.
- Sono felice di conoscerla - Ci stringiamo la mano. - Una volta ho
conosciuto sua madre.
- Mia madre? Davvero? Lei come si chiama?
- Cory Mackenson.
Il mio nome non gli dice niente. Sono stato come una nave che ha attra-
versato la notte di Chile.
- Come sta sua madre?
- Molto bene. Si  trasferita a St. Louis, e adesso insegna alle medie.
- Sono convinto che i suoi allievi si sentono privilegiati.
- Padre? - dice una voce avvizzita - Padre Wilah?
Un anziano uomo di colore, vestito con una tuta sbiadita,  uscito dalla
casa. Attorno alla vita magra porta una cintura porta-attrezzi con attaccati
martelli, cacciavite, e chiavi dall'aspetto misterioso. - Padre, ho aggiusta-
to quella piccola perdita di sopra. Devo dare un occhio a quel vecchio frigo
adesso. - I suoi occhi si posano su di me. - Oh - lo sento dire con un
rantolo sommesso e placido. - Io ti conosco.
Un sorriso gli si spande sul volto, come il giorno segue la notte.
Lo abbraccio, e quando lui mi stringe la sua cintura tintinna.
- Cory Mackenson! Mio Dio! Sei tu?
Guardo in alto, verso la signora vestita di blu. - S signora, sono io.
- Oh mio Dio, mio Dio! Mi perdoni reverendo! Mio Dio, Mio Dio! -
Poi la sua attenzione ritorna dove dovrebbe essere: verso le nuove genera-
zioni. - James Lucius! Non andare su quella casa sull'albero a romperti le
dita!
- Vuole entrare con la sua famiglia? - Mi chiede il reverendo Willow.
- S, per favore - dice sorridendo il signor Lightfoot. - Abbiamo tan-
to da raccontarci.
- Abbiamo caff e ciambelle - mi tenta il reverendo. - La signora
Velvadine  una gran cuoca.
- Cory, entra subito! - E poi - James Luuuucius!
Sandy e Skye sono scese dalla macchina. Sandy mi conosce, e ha capito
che mi piacerebbe fermarmi un pochino. Non ci tratterremo tanto, perch
la mia citt natale non  la nostra casa, ma un'oretta qui sar di sicuro spesa
bene.
Mentre loro entrano, mi fermo un attimo sulla soglia prima di entrare a
raggiungerli.
Guardo verso l'alto, nel brillante cielo azzurro.
Ho l'impressione di scorgere quattro sagome con le ali che, insieme ai
loro cani alati, giocano e volteggiano tra i raggi del sole.
Saranno sempre lass, finch vivr la magia.
E la magia ha un cuore molto, molto forte.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Nessun libro viene scritto senza qualche aiuto o qualche ispirazione. Il
ventre del lago non fa eccezione. Vorrei quindi ringraziare, alcune delle
persone e delle opere che mi hanno aiutato a creare Il ventre del lago, sia-
no esse consapevoli o meno dell'aiuto che mi hanno dato.
I miei ringraziamenti vanno a Forrest J. Ackermann, Roger Corman, Bo-
ris Karloff, Vincent Price, Lon Chaney Senior e Lon Chaney Junior, Jim
della giungla, Sky King e Penny, Screen Thrills Illustrated, Ian Fleming e
Bond - James Bond - Eudora Welty, Bob Kane, Barbara Steele, Big Daddy
Roth, i Boys from Hawthorne, anche se uno di loro se ne  andato, Clutch
Cargo, Space Angels, Super Car, Captain e Tom Terrrrific, Yancy Derrin-
ger, Famous Monsters of Filmland, Gordon Scott, Vic Morrow e la squa-
dra di Combat, Jim Warren (scusa, Forry!), Boston Blackie, Zorro, Cisco
Kid e Pancho, Whistler, Kirk Douglas in Spartacus, i Rolling Stones,
Thriller e quei piccioni infernali, il gruppo della Hammer Film, Peter Cu-
shing - il miglior Van Helsing in assoluto - Christopher Lee, Edgar Rice
Burroughs, Red Skelton e la parata che sfila, Creepy e Eerie, Ray Har-
ryhausen e lo Ymir, Mr. Television ossia Milton Berle, Questo pazzo paz-
zo pazzo pazzo (ne ho dimenticato qualcuno?) mondo, Edgar Allan Poe,
Lester Dent o Kenneth Robeson o chiunque abbia dato vita a tutti quegli
indimenticabili Doc Savage, Three Dog Night (ciao, Cory!), Clayton Moo-
re - l'unico e vero Cavaliere della Valle solitaria - Richard Matheson, Roy
Rogers e Trigger, gli X-Men, Buffalo Bob e Howdy, i fratelli Grimm, Bela
Lugosi, Paladin, The Outer Limits, Brigitte Bardot (non ho passato tutto il
mio tempo col National Geographics), Basil Rathbone, Sceriffo Dillon!
Sceriffo Dillon!, Sir Arthur Conan Doyle, Gli invasori spaziali, Gene
Autry, Steve Reeves, Zia Bea, il dottor Richard Kimble, gli Who, Hans
Christian Andersen, i 13 Ghosts e quegli strani occhiali, il sergente Preston
dello Yukon, il signore e la signora North, Thin Man, Peter Lorre, Alfred
Hitchcock, Qui, Lassie!, Errol Flynn - il perfetto Robin Hood - un uomo
chiamato Jed, gli Acquanauti, Steve Roper e Mike Nomad, Clint Walker,
Kookie mi cadono i capelli! Gorgo, Rodan, Reptilicus, Charles Laughton,
Oral Roberts cura te stesso, The Gallant Men, Victor Mature che fa ruotare
quella mascella, Walt Disney, Mr. Lucky, Burt Lancaster, Al di l dello
specchio, Bronco e Sugarfoot, i Mavericks - selvaggi come il vento in Or-
e-gon - Joe e Frank, Fantasia, quella casa sulla collina degli spettri, Guy
Madison e Andy Devine, I Misteriani, Dementia 13 (Yikes!), Capitan A-
merica e Bucky, Harper Lee, Steve McQueen (troppo forte!) - su quella
motocicletta, mentre salta il filo spinato - Tom Swift e His, e tanti, tanti al-
tri ancora che mi verranno in mente non appena avr finito di scrivere.
Un ringraziamento a due persone che hanno influenzato in modo parti-
colare la vita di questo ragazzo e i suoi libri: il signor Rod Serling, per il
suo talento e l'immaginazione che vanno ben oltre Ai confini della realt, e
il signor Ray Bradbury. Il suo lago sar sempre pi profondo e pi dolce
del mio, il suo vaso conterr misteri pi grandi, i suoi razzi arriveranno ve-
ramente in fondo all'anima. Grazie, grazie veramente di cuore.
Bene, il vecchio orologio sul muro mi dice che  ora di andare. Addio, ragazzi!
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Robert R. McCammon. 14 aprile 1990 - 23 settembre 1990.
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FINE.